Chi ha fame e sete di giustizia

13 Agosto 2014 ore 06:09

Al solito: chi sono quelli che hanno fame e sete di giustizia, ai quali è detto che ne avranno a sazietà? Di sicuro non sono quelli sempre pronti a intentar causa a tutti anche per un nonnulla, e meno ancora quelli che immaginano che la giustizia si faccia nei tribunali. Gesù aveva in proposito idee molto precise: in caso di contenzioso, meglio mettersi d’accordo con l’avversario prima di arrivare a processo perché, di giudizio in giudizio, si finisce per passare la vita in prigione e dover pagare tutto, fino all’ultimo spicciolo.

Dunque non può essere questa la giustizia cui allude la beatitudine. Si potrebbe pensare che si riferisca a coloro che – consapevoli dei guai prodotti dalla giustizia inefficiente – desiderano la cosiddetta giustizia giusta. Ma l’ipotesi non regge perché, sempre restando nel campo dei contenziosi, il sunnominato Gesù di Giuseppe, nato in Betlemme di Giudea, residente in Nazareth (Galilea) e domiciliato in Cafarnao (Galilea) presso conoscenti, si era fatto una teoria tutta sua: mai raccogliere le provocazioni. Vi fanno del male, per pura cattiveria? Chiedete al Signore di benedirli. Vi fregano la Lacoste? Non impedite loro di prendersi anche il giubbotto. Alcuni paragrafi di questo manuale di non-procedura penale risentono, è vero, di una impostazione un po’ estremistica. Ad esempio, laddove si legge: «A chiunque ti chieda qualcosa, dagliela, e a chi ti porta via una cosa tua non chiederla indietro». Ma la sostanza rimane la stessa: la giustizia degli uomini? Evitare qualsiasi motivo di averci a che fare.

All’origine di questa posizione sta un convincimento preciso: è sbagliato (è sempre, e comunque sbagliato) muoversi per ottenere una qualche soddisfazione. Dei ricchi, ad esempio, viene detto che si sbagliano non perché sono ricchi, ma perché trovano la loro soddisfazione, la loro consistenza, in quello che hanno raggiunto. (Vae vobis divitibus, qui habetis consolationem vestram). La ricchezza non sono i soldi, è la soddisfazione, il poter dire: ho lavorato bene, guardate qua: sono o non sono un mago? C’è qualcosa di male, dunque, nel fatto stesso di sentirsi appagati – o di volersi sentire appagati – da qualche cosa? Anche da una cosa onesta, bella che si sia realizzata? Pare di sì.

E allora di cosa parla Gesù, seduto sull’erba, con la folla che gli si faceva sempre più vicina, senza né transenne né guardie con l’auricolare, quando dice: beati quelli che hanno fame e sete di questa giustizia?

A questo punto bisogna ricordarsi che siamo in terra di Abramo, al quale fu ascritto a giustizia il fatto di aver creduto che il Signore Iddio avrebbe mandato suo Figlio per ricucire lo strappo provocato da Adamo e Eva. Quelli che aspettano che si compia questa promessa – ossia che il Giusto per eccellenza, il figlio di Dio, si renda presente – sono quelli hanno il desiderio fisico (fame, sete) di vederlo, sentirlo, toccarlo. La giustizia, in realtà, vuol dire Il Giusto: Colui che in forza della sua stessa presenza farà giustizia, nel senso che ricostituirà il rapporto originale fra gli uomini e Chi ha dato loro la vita e consistenza a ogni cosa. Promessa compiuta: era lui il Giusto che doveva venire. Atteso come la rugiada dal cielo nel tempo della siccità. (Una volta, a Gerusalemme, si provò a dirlo esplicitamente. Mancò poco che lo lapidassero).

Non c’è bisogno, a questo punto, di dire che a questo tipo di fame e sete nessuno può dare soddisfazione da sé. O il Signore Iddio lo manda, il suo Giusto, o non c’è nulla da fare. Per essere produttivo un desiderio di questo tipo deve dunque rimanere aperto, crescere in intensità fino quasi a diventare ossessione. Beati quelli che la conoscono. Quella mattina Gesù deve averne riconosciuto qualcuno.

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