Quattro ruote

Fango, asfalto e motori: il fantastico mondo di Enrico Oldrati, bergamasco del rally

A 24 anni, il ragazzo di Villongo è pronto a togliersi soddisfazioni al campionato del mondo. Una passione trasmessa dal papà

Fango, asfalto e motori: il fantastico mondo di Enrico Oldrati, bergamasco del rally
31 Gennaio 2020 ore 07:35

di Giorgio Burreddu

Tutto cominciò con una scommessa. «Nel 2017, per il rally di Monza. Dovevo fare una gara con lo zio David, avevamo fatto una specie di patto, una sorta di scommessa. Ci fu un imprevisto, lo zio dovette rinunciare per motivi di lavoro. “Vado io”, dico a mio papà. “Fai come vuoi”, risponde lui. Dopo quella gara a papà tornò la voglia di rally e io vinsi l’opportunità di fare quello che sto facendo: il pilota». A dire il vero, la prima a insegnare a Enrico Oldrati, 24 anni, ad andare in macchina è stata nonna Anna. «Ero piccolo, ma già andavo sui kart. Un giorno mi dice: “Enrico, mi sposti la macchina? Devo pulire il garage”. Sul piazzale dietro casa si riuscivano a fare dei giri, delle traiettorie, lei mi vide e salì. Cominciò a spiegarmi alcune manovre».

Oggi Enrico è uno dei talenti bergamaschi proiettati nel futuro del rally. Tra pochi giorni partirà per la Finlandia, farà dei test in vista del mondiale juniores al via a metà febbraio. È il suo terzo anno, «il primo mi è servito per imparare, il secondo per spingere qualche gara, questa volta voglio arrivare nella top five». Nel 2019 ci era andato vicino. Più passano le gare e più la consapevolezza di Enrico cresce, si trasforma in ambizione. La strada da fare è ancora tanta, ma quella di Oldrati è tracciata o forse solo ben indirizzata dalla voglia di stupire. «Ero partito un po’ all’avventura, forse in modo un po’ azzardato. Nella prima gara in Svezia avevo avuto un problema al radiatore. In tutto ho venti gare di esperienza, mentre i miei colleghi, quelli della mia età, ne hanno cinquanta, cento. A numeri sono un principiante, ma a livello di guida mi manca davvero tanto così, qualche dettaglio, per essere nei primi cinque».

Enrico ha un motto che racchiude tutto: “go hard or go home”, vai forte oppure torna a casa. È il senso del suo essere, del suo modo di vivere le cose, ed è anche la corrente che ha imparato a navigare dentro casa. Suo papà Diego ha messo su un’azienda di articoli in gomma e quello è anche il futuro di Enrico: «Prima o poi prenderò in mano le redini», dice con orgoglio. La mamma, Sara, insegna matematica alla superiori, ma è anche la sua prima fan. «Nella settimana delle gare è sempre iper apprensiva, mi manda messaggi in continuazione. Però è anche abbastanza contenta, sa che questa delle macchine è una cosa mia, che mi appartiene, che faccio con piacere e tanti sacrifici. Ci speravo sin da piccolo».

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C’è sempre stata la velocità nella vita di Enrico. Quella dei motori, ma anche quella delle gambe. Prima di scegliere i rally faceva atletica, i 100 metri, solo che il suo traguardo era un altro, era di fango e terra, di asfalto, non quello di una pista. «Ero arrivato a un buon livello italiano, ma in parallelo c’erano i rally, e alla fine ho scelto di fare il pilota. Guardavo Bolt, che è un grande personaggio, positivo, che ha fatto tanto per arrivare lì. Ma il mio esempio vero è stato papà, appassionato di macchine e di rally. È a lui che mi ispiro». Enrico ha fatto l’Esperia, meccatronica: prima a Gazzaniga e poi le serali a Bergamo, «mentre di giorno andavo a lavorare in azienda».

Nella sua grande valigia di sogni ci ha messo dentro tutto: la pazienza, l’ardore, la volontà. Anche l’adrenalina, che è quella cosa che ti squassa dentro e ti aiuta a raggiungere le vette più alte. «La velocità è adrenalina. Mi piace, andare in macchina è incredibile. Le sensazioni sono indescrivibili. Provo lo stesso senso di libertà e bellezza quando vado in montagna, sono un appassionato. Quando arrivi in cima e vedi tutto dall’alto, sei libero dallo stress, dalle cose. Sei sollevato». Ma la velocità è anche attenzione. L’anno scorso il suo amico Alberto è morto per colpa di un maledetto incidente. «La velocità è adrenalina, ma ci vuole sempre sicurezza. Sono stato male per un amico, e questo mi ha fatto pensare. La velocità bisogna anche saperla gestire».

La casa di Enrico è il mondo, con le sue strade sterrate da percorrere a tutta. Ma è anche Bergamo, la sua città. «Sono di Alzano Lombardo, ma vivo a Villongo da qualche anno. Il giro sulle Mura nei weekend è un must». Dopo la Finlandia ci sarà la Norvegia, e poi via per l’inizio delle competizioni, quelle vere, di un mondiale che si annuncia complicato, difficile, ma che Enrico vuole affrontare come meglio non può. «Tra dieci anni mi vedo: campione del mondo, padre di famiglia e in azienda», sorride. Raddrizza il tiro: «Mi piacerebbe vincere un titolo, farmi notare. Più in là voglio immergermi nell’azienda di famiglia e portare avanti quella». Per ora si gode le trasferte, i viaggi, le grandi avventure del rally, «che al Nord vivono con passione incredibile: vengono a chiedermi l’autografo anche se non sanno nemmeno chi sono. Fanno sentire tutti i piloti importanti, a casa, e questo è davvero bello».

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