L'ammiraglia di Colombo

Che fine ha fatto la Santa Maria?

Che fine ha fatto la Santa Maria?
23 Luglio 2014 ore 12:50

La Santa Maria, salpata il 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera insieme alle sorelle Pinta e Nina – le caravelle -, era di proprietà di Juan de La Cosa, pilota e cartografo di Cristoforo Colombo (e poi di Amerigo Vespucci). Giunse nel Nuovo Mondo il 12 ottobre. Solo pochi mesi di navigazione, ma tanti bastarono per cambiare la storia del Vecchio continente e per imprimere una svolta inaspettata al progetto di buscar el Levante por el Poniente (arrivare al Levante per la via di ponente, ndr). Cristoforo Colombo, nel suo primo diario di viaggio, racconta che l’ammiraglia si incagliò nella barriera corallina la notte di Natale del 1492. Del relitto sarebbe stato riutilizzato tutto, chiodi e legno, per la costruzione di un fortino, battezzato con il nome di Navidaad. Appunto.

 

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LA SANTA MARIA: 1) La cabina di Colombo 2) Timone e bussola 3) Apertura per scendere nella stiva 4) Canoe 5) Pompa per togliere l’acqua dalla stiva 6) Verricello dell’ancora 7) Stiva, dove si conservavano le provviste 8) Deposito delle vele 9) Deposito di armi e polvere da sparo 10) Deposito di corde e cavi.

 

Che fine ha fatto la Santa Maria. La testimonianza di Colombo viene ricordata da Ruggero Marino, uno dei massimi esperti italiani della storia di Cristoforo Colombo, il quale non è affatto convinto dell’ipotesi formulata dall’archeologo Barry Clifford e diffusa, lo scorso maggio, dall’Independent. Clifford, divenuto celebre per il ritrovamento della Whydah Black, la nave del pirata Sam Bellamy, nonché dei resti del vascello di Capitan Kidd, è convinto che la Santa Maria sia stata affondata da un colpo di cannone nel gennaio del 1493 e che i suoi resti si trovino sui fondali di Haiti. Che poi sarebbero quegli stessi resti che furono trovati già dieci anni fa, ma che non furono mai identificati. History Channel, che sembra essere convinto tanto e quanto più di lui, ha finanziato la spedizione di esplorazione dei fondali. A sostegno della propria tesi, Clifford fa notare che il luogo in cui è stato trovato il relitto della nave è prospiciente al sito del fortino, scoperto nel 2003, e che il relitto stesso conserva ancora un cannone databile al XV secolo. Forse uno dei cannoni che la Santa Maria portava nel ponte inferiore.

Manuel Rosa, storico portoghese, è invece convinto che, a fare sparire la Santa Maria, ci sia stato lo zampino degli indigeni. Sebbene concordi con Clifford sul fatto che la Santa Maria sarebbe stata affondata da una cannonata, non pensa che il relitto sia stato lasciato affondare. Recuperando in parte la testimonianza dei diari di Colombo, egli sostiene che l’ammiraglia sia stata tirata in secco, per essere trasformata in casa dei marinai. In seguito, però, sarebbe stata incendiata durante una ribellione degli indigeni, a quanto pare la prima della storia dalla scoperta del nuovo continente.

 

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L’avventuroso viaggio verso le Americhe. La nave ammiraglia Santa Maria salpò alle sei del mattino del 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera (Andalucia, Spagna), con rotta verso le Isole Canarie, accompagnata dalle caravelle Nina e Pinta. Il 6 agosto si ruppe il timone della Pinta (un’opera di sabotaggio?) e si dovette fare scalo per un mese a La Gomera per le necessarie riparazioni. Si approfittò della sosta per modificare anche la velatura della Nina, trasformandola da latina a quadra per meglio adattarla alla navigazione oceanica. La Santa Maria era già perfetta così, e Colombo ne approfittò per scambiare cortesie con la giovane vedova del governatore de La Gomera, Beatrice di Bodabilla (la frequentazione non era nuova). Il 6 settembre le tre navi ripresero il largo, con i venti alisei a favore (spirano sempre da est a ovest, e Colombo li conosceva bene). Le imbarcazioni navigarono per un mese senza vedere affacciarsi, da nessun orizzonte, alcuna lingua di terra.

L’equipaggio cominciava a rumoreggiare. Colombo approfittò delle alghe galleggianti nel Mar dei Sargassi (fenomeno tipico di quella zona) per sostenere che la terra doveva essere vicina. L’equipaggio gli credette e proseguì senza lamentele. Ci si orientava solo con la bussola: il timoniere stava sotto al cassero e il cielo non lo poteva vedere. Ma, il 17 settembre, la bussola iniziò a fare una cosa strana: la lancetta magnetica si scostava sempre più dal nord (era il fenomeno della declinazione magnetica, ma ancora non lo sapevano). Tra i marinai fu il panico. Anche perché avevano alle spalle 3652 miglia, un bel po’ di più delle cento previste da Colombo all’inizio del viaggio. Prima che gli si ammutinassero tutti contro, Colombo convocò, a bordo della Santa Maria, una riunione generale dei comandanti: decisero di virare leggermente a sud-ovest, verso il punto in cui vedevano volare gli uccelli. Il 10 ottobre, l’equipaggio decise che ne aveva abbastanza. Colombo doveva essere un buon comandante, se riuscì a strappar loro un accordo: quattro giorni ancora e, se le caravelle non avessero toccato terra, tutto sarebbe finito lì, inversione di rotta e rientro (scornati) a casa.

Caparbietà del destino, il giorno dopo apparirono, nell’acqua, giunchi, bastoni e fiori freschi. La terra era davvero vicina. Il primo a vedere la costa non stava sulla Santa Maria e non fu Colombo. Si chiamava Rodrigo de Triana, era un marinaio della Pinta, e a lui sarebbe spettato il premio promesso al primo che avesse avvistato terra (andò invece – ma pensa – a Colombo). Era il 12 ottobre 1492: le navi trovarono un varco nella barriera corallina e i marinai sbarcarono sull’isola di Guanahani, nelle Bahamas. Gli spagnoli furono accolti con grande cortesia dai Taino, le tribù dell’isola. Colombo, per tutta risposta, senza chiedere il permesso ribattezzò la loro isola “San Salvador”. Però riconobbe: «Quelli di qui sono molto semplici e di buona fede».

 

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Due copie della nave nel mondo. Una delle repliche della nave è ormeggiata nel fiume Scioto (Ohio, Stati Uniti), placidamente esposta agli occhi di tutti, mentre quella costruita nel 1998 da Robert Wijnjie continua a solcare felicemente i mari, scorrazzando turisti desiderosi di scorgere, non nuove terre, ma le pinne di delfini e balene.

 

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