La verità e il perdono

La commovente vicenda del figlio di un criminale nazista

La commovente vicenda del figlio di un criminale nazista
24 Dicembre 2014 ore 10:45

Udo Sürer è un avvocato bavarese di 59 anni, specializzato nella difesa dei diritti degli immigrati in Germania. Nel 2005 scoprì che il padre, deceduto da poco, era stato un nazista arruolato nel sedicesimo plotone delle SS, guardia personale di Hitler e uno dei corpi armati più letali della Whermacht. La compagnia era comandata da Walter Reder e uccise più di 400 civili, compresi donne e bambini, nella zona della Lunigiana, in Toscana, rendendosi responsabile dell’eccidio di Fivizzano. Joseph Maier, questo il nome del padre di Sürer, non fece mai parola ad alcuno dei suoi trascorsi, né lasciò mai trapelare nulla del suo passato da nazista e della strage a cui aveva preso parte. Il figlio, tuttavia, nutriva dei forti sospetti e dopo la scomparsa del genitore riuscì a trovare delle carte che purtroppo confermarono la sua ipotesi. L’avvocato cambiò immediatamente il suo cognome e decise di recarsi in Italia.

Inizialmente a Fivizzano si guardava con curiosità diffidente al tedesco venuto a fare domande sulle stragi naziste. Lo ricorda lo stesso Sürer. «A San Terenzio, una frazione di Fivizzano, incontrai un signore, Romolo Guelfi e più tardi seppi che in uno degli eccidi al quale aveva partecipato mio padre aveva perso il babbo e due fratelli piccoli. Mi chiese con sospetto perché io, tedesco, volevo visitare quei luoghi. Non ebbi il coraggio di nascondergli la verità. Lui annuì con la testa e mi rispose che era giusto che vedessi che cosa era successo e mi accompagnò a piedi dove avvenne la strage». Sentire le parole di un familiare delle vittime e vedere con i propri occhi i luoghi in cui suo padre aveva commesso atti terribili ebbe un effetto molto intenso sull’avvocato. «Quando seppi finalmente la verità mi misi a piangere come un bambino e per mesi ho avuto lo stesso incubo. Sognavo di sprofondare nel letame e nel sangue, tra corpi martoriati. È stato terribile, ma anche una catarsi. Io non avevo e non ho colpe, certamente. La nemesi storica è inammissibile. Però sentivo e sento ancora oggi su di me la responsabilità di ciò che è accaduto e dunque ho deciso di fare qualcosa».

 

Udo-Surer

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Fare qualcosa, per Sürer, voleva dire intraprendere un percorso di riconciliazione e ricucire le ferite di una memoria storica che ha continuato a gettare ombre sul presente. Ha raccolto le testimonianze degli abitanti del paese e ha ascoltato i parenti di coloro che sono stati barbaramente uccisi. Tra questi, c’è Roberto Origeri, figlio di una delle vittime. Ha raccontato che il padre, Mario, «era il titolare di un’osteria dove si erano accampate le SS e mentre serviva Reder, quel boia assassino all’insaputa di tutti preparava la lista delle persone da massacrare e tra queste c’erano anche i familiari di mio padre. Udo ha avuto un grande coraggio e soprattutto è diventato un simbolo, qui da noi. Il passato non si dimentica, ma il futuro è sempre davanti e lo possiamo percorrere insieme».

La presenza e l’operato dell’avvocato sono stati preziosi per gli abitanti di Fivizzano. Gli eredi di un periodo storico tra i più bui si sono stretti la mano e hanno scelto un percorso da seguire insieme, con la consapevolezza che Udo Sürer stava e sta realmente ponendo rimedio ai crimini terribili di cui si era macchiato il padre, nel modo più pacifico ed efficace possibile, cioè con la parola. Il sindaco Paolo Grassi ha pertanto deciso di conferirgli la cittadinanza onoraria: «L’avvocato Sürer è venuto da noi con umiltà e rispetto e dopo anni è diventato uno di noi. E’ stato coraggioso e determinato nell’intraprendere un percorso di riconciliazione che serve a costruire ponti d’amicizia fra i nostri popoli. A chiedere che Udo diventasse un cittadino di Fivizzano sono stati i parenti dei martiri dell’eccidio. E anche questo è qualcosa di straordinario».

Il sindaco ha comunicato la sua intenzione a Sürer il 22 novembre in un angolo appartato della sala consiliare, mentre tutt’intorno si stava svolgendo un convegno intitolato “Il Coraggio di Vivere l’Inatteso”. L’avvocato non credeva né alle sue orecchie, né alle carte che Grassi gli ha pur messo sotto gli occhi. Poi, però, si è convinto. E non ha potuto fare a meno di commuoversi.

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