Il viaggio di Francesco in Messico

Il Padre bergamasco dei migranti «Il coraggio del Papa in trincea»

Il Padre bergamasco dei migranti «Il coraggio del Papa in trincea»
Personaggi 12 Febbraio 2016 ore 11:17

Comincia oggi il viaggio di Papa Francesco in Messico, atteso lunedì nell’estremo sud del Paese, nel Chiapas, al confine col Guatemala, uno degli Stati più poveri dell’America Centrale che fa parte degli Estados Unidos Mexicanos. Da qui partono le rotte dei migranti che cercano di attraversare la frontiera a nord per approdare negli Stati Uniti. In Chiapas Francesco, che è il terzo Pontefice che si reca in Messico ma il primo che andrà in una zona del Paese così di confine, incontrerà le comunità indigene, a contatto con situazioni che il Pontefice ha sempre voluto guardare con affetto, dalla dimensione comunitaria alla povertà, dalla marginalità sociale e alle migrazioni. Si recherà a Tuxtla, la capitale, e a San Cristobal, le due diocesi più antiche del Messico. Ma non andrà a Tapachula, detta anche la Tijuana del Sud. In questa città di frontiera nella parte più meridionale del Messico c’è un’importante presenza orobica, grazie a padre Flor, il padre dei migranti.

 

casa del migrante

 

Il padre dei migranti. Padre Flor, al secolo Florenzo Rigoni, è un bergamasco. Nato nel 1944 è stato ordinato sacerdote e missionario nel 1969 per la Congregazione dei Padri Missionari di Scalabrini. Il tratto principale del carisma scalabriniano è quello di aiutare, accompagnare e difendere tutte le persone che per qualsiasi motivo sono costrette ad abbandonare la propria patria: migranti, deportati e rifugiati. Lo stesso padre Flor può essere definito un migrante, avendo cominciato la propria missione imbarcandosi come elettricista sulle navi da carico. È stato in Giappone, Germania, Africa. Da 31 anni, padre Flor è in Messico, prima a Tijuana dove ha aperto la prima Casa del Migrante, a cui ne sono seguite altre tre. A Bergamopost dice: «L’oggetto della nostra missione è lo stesso del governo. Noi chiamiamo le persone fratello, parrocchiano… il governo li chiama cittadini. Finchè non c’è una rotta di collisione diretta dobbiamo lavorare insieme, perché altrimenti usiamo i migranti per farne una bandiera e quando ci ritiriamo – perché possiamo ritirarci quando vogliamo – lasciamo degli stracci sul campo, feriti, illusi e abbandonati».

La vita a Tapachula.  Da 18 anni a questa parte padre Flor si trova a Tapachula, una delle diocesi che come poche altre in Messico ha offerto tantissimi servizi alla migrazione. Il Messico è un Paese che ha adottato una legge sulle migrazioni tra le più ampie e le più rispettose del mondo, dove si prevede che qualsiasi migrante ha diritto alla salute e alla scuola, indipendentemente dal fatto che sia provvisto o no di documenti. Eppure Tapachula è una ferita ancora aperta. Da qui per troppi anni è partita la “bestia”, il treno della deportazione, un convoglio merci che trasportava, come un qualunque altro tipo di masserizia, i migranti che cercavano di raggiungere gli Stati Uniti. «Era diventato il treno della giungla, con la legge della giungla. Per il governo questi passeggeri non esistono, perché non si registrano, quindi da un punto di vista giuridico nessuno li conosce, né sa quanti siano». Citando un importante saggio dello scrittore uruguaiano Edoardo Galeano, padre Flor ci dice che «la vena aperta delle migrazioni in Messico è ancora Tapachula».

 

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Chi sono i migranti? Su una cosa il sacerdote è sicuro: «Chi sono i migranti? Sono gli invisibili, gli sconosciuti. In questo mondo di dramma e di pianto loro mi hanno insegnato a inventare giorno dopo giorno i motivi della mia speranza, perché il migrante pianifica la sua vita dal domani perché per lui il passato è un incubo, è fame, è violenza, è guerra, è morte. E il presente lo stesso».

Autorità morale riconosciuta. Nella sua avventura messicana padre Flor ha incontrato circa 700mila migranti: «Abbiamo un’autorità morale, che il governo rispetta», e non a caso nel 2006 è stato insignito del Premio Nazionale per i Diritti Umani. Nel corso degli anni, spiega, le rotte sono cambiate e il fenomeno delle migrazioni si è evoluto continuamente. «Il concetto della tenda, dell’uomo pellegrino, dell’errante che ritorna anche nella letteratura è classico. In 18 anni anche la tipologia dei migranti è cambiata moltissimo. Da un 6 o 7 percento di donne che accoglievamo nei primi tempi, uno dei dati più bassi a livello mondiale, oggi qui a Tapachula abbiamo dei mesi in cui arriva anche il 20 o 25 percento di donne. A nord, però, non ne arrivano più del 9 percento. Dove vanno, dove scompaiono non si sa». A contribuire al cambiamento delle rotte si è messo anche il clima. «Quando c’è stato l’uragano Stan sono stati distrutti 300 km di ferrovia, mai più  ripristinati. Questo ha spostato migliaia di persone su altre rotte». Ma Tapachula continua a essere la prima rotta del sud. I migranti che qui arrivano sono quasi tutti centroamericani e richiedenti asilo. «Arrivano da quello che disgraziatamente viene chiamato il triangolo del nord, che è la nostra Siria, il nostro Medio Oriente (ossia un’area composta da Guatemala, El Salvador e Honduras, nda). Sono persone che fuggono per la sopravvivenza, anche se gli Stati Uniti non vogliono riconoscerlo, e in parte anche il Messico, evidentemente per ragioni politiche e strategiche».

 

Africa Pope Central African Republic

 

Il triangolo del nord. Per spiegare come si vive nelle terre da cui i migranti scappano, padre Flor lascia parlare i suoi “ospiti”: «Una mamma cinque mesi fa è arrivata qua con 5 bambini, e mi ha detto: “Padre lei deve sapere che là sotto andiamo con la nostra bara sulle spalle, perché ogni momento e ogni luogo può essere il nostro cimitero”». Del resto basta pensare che la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno pubblicato la classifica della 50 città più pericolose al mondo, e le prima 10 sono in America Latina «5 le abbiamo qui in Centro America. El Salvador è arrivato il mese scorso ad avere 119 assassinati ogni 100mila persone, quando l’Inghilterra ne ha 1 e l’Italia mi pare 7. È una sfida di vita o morte».

Guerra civile non dichiarata. È un fiume in piena padre Flor quando parla delle vite di queste persone, disposte a tutto pur di trovare un futuro. «La gente si meraviglia che il Papa parli così delle migrazioni, ma ricordatevi che qualcuno prima di lui ha usato parole come “immondezzaio”, “scarto”, ecc. Penso al filosofo ebreo Zigmunt Bauman. La differenza è che oggi è arrivato un Pontefice che parla come Bauman e come noi che siamo in trincea, e ha avuto il coraggio di venire qui». Perché il Messico, o quantomeno alcune delle sue zone più calde, vive in una vera e propria condizione bellica: «Ci sono responsabilità del governo ma anche della società civile. Siamo in una guerra civile non dichiarata là dove i cartelli delle droga si contendono il controllo del territorio e con esso il traffico non solo di droga, ma anche di armi. E soprattutto il traffico dei migranti». Un problema che secondo padre Flor potrebbe essere risolto politicamente, con convenzioni tra Stato e Stato, o a livello regionale. «Il Messico realisticamente può ricevere fino a 80mila persone ogni anno. Si potrebbe fare un discorso analogo con gli Stati Uniti».

[L’attesa del Messico per il viaggio del Papa]
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Immigrazione di ritorno e nuovi obiettivi. Eppure c’è anche un altro dato da tener conto: tanti dei migranti che vanno negli Stati Uniti poi tornano in Messico. Alcuni perché vengono riaccompagnati al confine, altri perché decidono volontariamente di rientrare: «Ci sono molti elementi di tipo sociale e psicologico. I latini negli Stati Uniti non sono amati, bensì perseguitati e sospettati. È un concetto molto pesante da accettare. Obama ha deportato 2 milioni e mezzo di messicani in 6 anni, e quando lo vedo piangere per gli effetti della legge sul controllo delle armi io non gli credo. Mi viene da chiedergli perché non piange quando deporta i papà e le mamme e lascia i bambini là. Ma queste sono le ipocrisie codificate della politica». Non va dimenticato poi, il fattore linguistico: «Gli Stati Uniti non sono più il sogno per i centroamericani, lo è il Messico, dove si parla la stessa lingua dei Paesi da cui arrivano i migranti, soprattutto qui in Chiapas. Quando io sono arrivato a Tijuana passavano la frontiera con gli Usa 1 milione e 600mila persone, l’anno scorso sono stati 330mila. Qui a Tapachula, invece, per come sono andati gennaio e l’inizio di febbraio siamo ai minimi storici, c’è il 70 percento di migranti in meno. Si preferisce la rotta del mare che non è ancora così cara come sembrerebbe, e permette di evitare almeno 20 posti di blocco».

Lo sguardo all’Europa. Nelle sue riflessioni sulla realtà delle migrazioni, padre Flor non risparmia nemmeno l’Europa: «A settembre ero in Italia, ho visto un’Europa nuda e mi sono sentito io nudo in mezzo. Soprattutto perché i Paesi dell’ex cortina di ferro oggi sono quelli che vogliono cancellare il loro passato e la memoria. È la paura dello straniero, e l’allarme è la cartina di tornasole di qualsiasi entità. L’emigrazione ha messo in luce una problematica che è già dentro la società. In Europa mi sembra che si viva aggrappati a un passato che sta svanendo, siamo su un relitto di ragione. Questi migranti hanno perso tutto quindi sono in una una roulette russa. Se tu sei disposto ad affrontare le roulette russa capirai il migrante ma se hai paura sei già tagliato fuori».

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