È morto a 90 anni

Fo, l’ateo a cui non dispiaceva Dio

Fo, l’ateo a cui non dispiaceva Dio
14 Ottobre 2016 ore 03:00

 

«Che ci sia o non ci sia, su un punto non ho dubbi: Dio è stato una grande invenzione, la più grande». Dario Fo si è sempre professato sinceramente ateo, anche se era altrettanto sinceramente innamorato di tanti santi, a partire da Francesco. Un ateo aperto ad altre possibilità, lo si potrebbe definire. O forse, meglio, un ateo disposto a lasciarsi spiazzare e stupire. Recentemente, in occasione di un’intervista a Famiglia Cristiana, aveva raccontato questo meraviglioso aneddoto: «Sono ateo, ma lascio aperto il dubbio. L’idea di un amore realizzato in dettagli incredibili, come ad esempio gli insetti che cercano il fiore, il quale si è “truccato” per attirali, poi si uniscono e corrono via pieni di humus. È qualcosa di stupendo, paradossale e inspiegabile. E non può spiegarlo nemmeno la scienza, di cui peraltro sono fanatico».

 

 

Aveva anche una simpatia particolare per la figura di Gesù, che non nasceva da atti di fede, ma semplicemente perché sentiva una sorta di profonda sintonia umana. Anche lui non sapeva spiegarsela in termini correnti. Diceva che forse tanto attaccamento a Gesù era diretta conseguenza dell’attaccamento alla cultura popolare. «Sono stato cresciuto da gente che raccontava di un Dio veramente uomo che non accetta la logica dell’obbedienza: Gesù secondo me è contro il dogma, ama la discussione». Un Gesù antidogmatico il suo, dunque. Un Gesù “apocrifo”, lui lo definiva: non a caso giudicava sempre profondamente teatrali tante narrazioni che si sono sviluppate nei secoli attorno alla sua figura. Narrazioni affascinanti anche se non ortodosse, a partire dai vangeli Apocrifi. «I soli che adoperano i Vangeli apocrifi per raccontare la storia di Gesù sono le compagnie popolari», amava ripetere.

 

 

Nel suo rapporto con il cristianesimo un ruolo importante lo ha giocato certamente papa Francesco. Fo ne era letteralmente innamorato, al punto che quando uscì l’Enciclica Laudato si’ disse che si trattava di uno dei testi più importanti del secolo. «Per me è una delle cose grandi di questo secolo», disse. «Lo posso dire con cognizione di causa, perché ho studiato a fondo la figura di san Francesco. Era un giullare prima di tutto, non voleva che la raccolta della carità della gente si trasformasse in una forma di potere. Ecco, Bergoglio parla il linguaggio del santo di Assisi, quello originario, non edulcorato e depotenziato nel corso dei secoli. Il Papa conosce bene il messaggio autentico di Francesco». E poi ancora: «Nell’enciclica dice una cosa meravigliosa: Dio ci ha dato gratuitamente delle cose, cose essenziali come l’acqua, l’aria, il sole, la terra. Come si può pensare di comprare l’acqua? L’acqua è di Dio: oggi siamo arrivati a rubare l’acqua a Dio, e ai poveri cristi. Il mondo è distrutto dall’avidità. E Bergoglio lo denuncia chiaramente, come san Francesco».

 

 

Fo è stato un cristiano per sbaglio. O forse meglio, ancora per allegria. Era troppo attratto dalla bellezza delle cose, per non pensare che tutto questo non fosse nato da una regia. «Se Dio non c’è è un bel problema capire chi si sia inventato tutto questo», diceva con una battuta. È stato un grande autore politico e antagonista, ma in lui alla fine non prevaleva mai il rancore. E se questo accadeva era proprio in virtù di un senso di gratitudine istintivo che lo portava ad essere sempre un libero giullare. Davanti alla vita amava sempre cantare. Raccontano che lo ha fatto anche nelle ultime ore, davanti ai medici stupefatti che non capivano dove trovasse tutta quell’energia e quel fiato, lui che stava lasciando la vita per insufficienza respiratoria. L’ultimo scherzo del giullare che è sempre stato.

 

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