Un veneziano e un novarese

Francesco (Isis) e Salman (curdo) italiani morti su fronti opposti

Francesco (Isis) e Salman (curdo) italiani morti su fronti opposti
21 Febbraio 2015 ore 13:03

Un veneziano e un novarese. Due ragazzi italiani partiti per unirsi ai combattenti. Uno tra le fila dell’Isis e l’altro tra quelle del Pkk, il partito curdo dei lavoratori. Entrambi sarebbero stati uccisi da un cecchino. Di questi due ragazzi a noi sono arrivate solo le foto. Entrambi in divisa, entrambi armati. Due vite e un unico tragico destino sullo sfondo di quella che ormai è stata definita la nuova minaccia mondiale.

 

 

B8886wVIAAEa7f4

 

Francesco. Sull’identità e sulla sorte del foreign fighters che tutti chiamano Francesco e che sarebbe partito da Venezia per unirsi ai miliziani al soldo del sedicente califfo alBaghdadi, c’è ancora il massimo riserbo da parte della Farnesina. A diffondere la notizia della morte di colui che in battaglia si faceva chiamare Abo’u Izat alIslam è stato il giornalista Toni Capuozzo dal suo profilo facebook, citando fonti dell’Isis sui social network. Anche i peshmerga curdi avrebbero confermato su Twitter la notizia. La sua morte risalirebbe al 3 febbraio scorso, e a ucciderlo sarebbe stata una donna combattente curda in quella che è diventata la città simbolo della resistenza allo Stato Islamico: Kobane. Un colpo di fucile sparato da quelle che ormai sono riconosciute come le migliori tiratrici scelte di tutto l’esercito anti-Isis. Il ragazzo, che sebbene provenisse da Venezia era di origini francesi, si era unito agli jihadisti da circa 2 mesi.

Sulla sua identità si è però creato un piccolo giallo. Sono state diffuse foto del ragazzo sorridente che imbraccia un fucile Ak47, ma il suo nome, che ancora non è noto se non all’intelligence, non risulta nelle liste dei foreign fighters partiti dall’Italia. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, infatti, poco tempo fa aveva dichiarato che i foreign fighters in Italia «Sono 59. Di questi cinque sono italiani partiti per la Siria. I 59 non sono soggetti presenti in Italia ma persone che in qualche modo hanno avuto a che fare con il nostro Paese. 14 sono già morti». Se la notizia della morte e dell’identità di quello che si dice si chiami Francesco fosse confermata, il numero salirebbe a 15, tre dei quali partiti dal Veneto. A indagare sulla veridicità della notizia sono stati preposti i carabinieri del Ros di Padova, i quali ci stanno andando con i piedi di piombo. A non convincere del tutto sarebbe la fotografia, l’unica diffusa del ragazzo, che non sarebbe stata diffusa dai suoi compagni di battaglia ma dai curdi. Una cosa insolita per i miliziani dell’Isis e non si spiega come sia stato possibile ai peshmerga entrare in possesso della foto. Inoltre, non ci sarebbero prove della sua uccisione mancando le foto del cadavere.

 

 

1424424105-salman-talan-curdo-novara

 

Salman. Se molti dubbi circolano attorno alla sorte del ragazzo veneziano, ben diversa è la storia di Salman Talan. Curdo di nazionalità turca, 24 anni, era arrivato in Italia, a Novara per la precisione, come rifugiato. Aveva ottenuto l’asilo politico dopo che la sua famiglia era sfuggita alle persecuzioni causate dalle loro simpatie per il Pkk di Ocalan. Quando arrivò in Italia insieme ai genitori e ai suoi cinque fratelli aveva quattro anni. A Novara lavorava in una stamperia, aveva una vita tranquilla e una fidanzata.

Man mano che Salman cresce e conosce la storia della sua famiglia, matura una coscienza politica che gli fa prendere sempre più a cuore la causa curda. A 18 anni decide di andarsene di casa: parte per il Nord Europa, in quei Paesi dove i curdi emigrati sono di più rispetto alla piccola presenza in Italia (6-7mila per l’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia). Vive un po’ in Francia un po’ in Germania, poi in Danimarca e Svezia, dove partecipa alla formazione e all’attivismo curdo, organizzando manifestazioni e scrivendo articoli. Torna in Italia, ma l’avanzata dell’Isis lo inquieta e rinvigorisce le sue passioni politiche. Al punto che lascia fidanzata e amici per dedicarsi interamente alla causa curda.

Un anno fa acquista un biglietto di sola andata per la Turchia. Voleva combattere per la sua terra, per questo assunse il nome di battaglia di Erdal Welat, che in curdo significa “Erdal Terra mia”. Prima di partire scrisse una lettera: «Nessuno mi ha obbligato. Vado a combattere contro l’Isis perché la mia famiglia possa scrivere nella sua lingua». Si unisce alle fila del Pkk. Nonostante i rischi, la famiglia, che in un primo momento cerca di dissuaderlo, è orgogliosa di Salman, che si addestra fino a diventare un perfetto combattente. Dal nord dell’Iraq con i suoi compagni si sposta in Siria e di lui non si hanno più notizie. Fino al 27 gennaio, quando sul monte Sinjar un proiettile sparato da un cecchino dell’Isis gli trapassa il cranio. Pochi giorni dopo la famiglia riesce a recuperare il suo corpo al confine con la Turchia e dopo un viaggio di mille chilometri lo seppellisce nella sua città natale. Oggi quella lettera in cui Salman spiega le ragioni del suo combattere è l’unica cosa che rimane di lui. Insieme alla sua foto in divisa e armato. Quella divisa che lo consacra come un martire per il popolo curdo e terrorista per la Turchia.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia