È morto il 13 aprile

Galeano, la voce dell’America Latina e quel libro sul calcio da ricordare

Galeano, la voce dell’America Latina e quel libro sul calcio da ricordare
14 Aprile 2015 ore 09:00

Eduardo Galeano è un po’ come Patrick Modiano, che quando abbiamo saputo che gli avevano dato il Nobel per la letteratura più o meno tutti si sono chiesti: e questo chi è? Galeano non ha preso il Nobel. È soltanto morto. Ma ci piacerebbe contare gli italiani che, nel leggere la notizia o nel sentirla alla radio o alla televisione, non abbiano avuto un’analoga reazione. Roberto Vecchioni ha avuto una volta, in Voglio una donna, il coraggio o lo sconforto di ammettere che la voleva «come Biancaneve coi sette nani / noiosa come una canzone degli Inti Illimani». Perché era vero: i cari Inti Illimani (El pueblo / unido / jamás será vencido) ci avevano proprio stufato – negli anni successivi al golpe di Pinochet in Chile – come ci sarebbe diventato insopportabile Manu Chao al tempo dei raduni no global e dell’effimera gloria di Vittorio Agnoletto. Galeano appartiene allo stesso ambito di riferimenti incrociati.

Nato nel 1940 a Montevideo – sulla sponda plebea del Rio de la Plata (su quella nobile c’è Buenos Aires, sostengono gli argentini). Fu imprigionato quando, nel 1973, i militari presero il potere nel suo Paese, l’Uruguay. Costretto a fuggire – o comunque riuscito a fuggire – si rifugiò in Argentina. Dove però tre anni dopo – 1976 – il generale Jorge R. Videla instaurò una delle più feroci dittature che mai si siano viste: quella famosa per i desaparecidos e le donne – le Madri – di Plaza de Mayo che battevano sulle pentole forti di una speranza che tale rimase per molte di loro. Galeano, che figurava in cima alla lista delle persone da far scomparire, riuscì a trovare rifugio in Spagna, dove scrisse la trilogia Memoria del fuoco (Memoria del Fuego). Restò rifugiato fino al 1985, quando tornò alla foce del Rio de la Plata per rimanervi fino ad oggi.

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Ai nostalgici di quegli anni – i tempi dell’intervista di Gianni Minà a Fidel Castro, quelli in cui il bianco rosso e blu variamente combinati e corredati di stella delle bandiere cilena e cubana pendevano dai muri di tutte le aule occupate – Galeano aveva scritto un libro che fece un grande scalpore, Le vene aperte dell’America Latina (Sperling & Kupfer, 1971), sul quale tutti studiarono la storia dello sfruttamento coloniale e post-coloniale dei Paesi dal Venezuela alla Terra del Fuoco. Cinque secoli di storia per raccontare dov’erano finite – e a che prezzo – le ricchezze di quella terra immensa e sfortunata: l’oro, il cacao, il cotone, la totóra, il petrolio.

Quando Hugo Chavez – il presidente venezuelano – incontrò Obama, gliene regalò una copia in inglese e tutti (soprattutto quelli che lo avevano letto), poterono riconoscere in televisione la copertina del libro. Peccato che in una recente intervista l’autore in persona abbia ripudiato quanto vi aveva scritto: disse che non riteneva nemmeno di doverlo rileggere, perché consapevole della propria ignoranza in materia economica, che però non gli aveva impedito, allora, di tentare ugualmente il racconto. Forse poteva evitarsi di ammetterlo, almeno per non scontentare i tanti che avevano preso il suo affresco per oro non si dice colato, ma almeno di buona lega.

 

Trinidad and Tobago Uruguay Eduardo Galeano

 

C’è tuttavia un aspetto, un côté come usano dire i francesi, della produzione di questo scrittore, che rimarrà nei secoli e che non è né noioso come le canzoni dei cileni in fuga né approssimativo come Le vene aperte. È un suo libro sul calcio. Il titolo lo mettiamo prima in spagnolo: El fútbol a sol y sombra, e poi nella traduzione italiana: Splendori e miserie del gioco del calcio, che non rende assolutamente l’originale. Non è un testo di consultazione ma di poesia e di denuncia. Poesia del gioco (musica en el cuerpo, fiesta de los ojos, lo dice lo scrittore) denuncia degli intrallazzi di potere e dei giri di denaro che gli ruotano attorno e lo attraversano. Ha scritto la Gazzetta: «Se uno si chiede per esempio: chi ha inventato la rovesciata e perché in Sud America la chiamano “chilena”? Eduardo Galeano risponde: «Ramon Unzaga inventò questa giocata sul campo del porto cileno di Talcahuano: con il corpo sospeso nell’aria, di spalle al suolo, le gambe lanciavano il pallone all’indietro nel repentino andirivieni delle lame di una forbice». Lo sapevate?

Chi vuole può divertirsi a leggerne una parte consistente può trovarla qui (fare attenzione, perché da ieri pomeriggio è molto richiesto e quindi un po’ lento). Ne traduciamo l’inizio del Prologo: «Noi uruguaiani nasciamo tutti gridando Gol! e per questo c’è tanto baccano nelle Maternità: un vociare insostenibile. Anche io, come tutti i bambini uruguaiani, volevo fare il calciatore. Giocavo a spanne, e le cose si misero subito male perché ero quel che si dice una pata dura [una zampa un po’ legnosa] tremenda. La palla e io non riuscimmo mai a intenderci. Il mio fu un amore non corrisposto». Simpatico no?

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