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Il preparatore atletico Venturati

Prandelli li seleziona ma un bergamasco li fa correre

Prandelli li seleziona ma un bergamasco li fa correre
Personaggi 20 Giugno 2014 ore 16:35

Quando Cesare Prandelli scoprì in quale girone era stata inserita l’Italia, prese il cellulare e chiamò subito Giambattista Venturati, il preparatore atletico della Nazionale: “Giambi, e adesso cosa ci inventiamo?”. È dai tempi del Verona che Prandelli e Venturati lavorano gomito a gomito, l’uno si fida dell’altro, ma ogni volta che c’è da preparare una partita (o una stagione intera) tutto è come la prima volta: si confrontano, si parlano, scambiano idee insieme allo staff, e poi sotto con il lavoro.
Nel ’95 era alla Pergolettese, in C2, poi nel ’98 ha incontrato Prandelli e non l’ha più lasciato. «Con Cesare non romperò mai, la nostra carriera è sempre stata costruita insieme e dovrà continuare così. Se mai dovesse succedere sarà lui a dirmi che non ha più bisogno del sottoscritto», ha detto. Sono stati a Venezia, a Parma e a Firenze. In Nazionale hanno condiviso il secondo posto all’Europeo e il terzo alla Confederations Cup. Ma il Mondiale, si sa, è tutta un’altra cosa.

Non c’era voluto molto per capire che in Brasile sarebbe stata soprattutto una questione fisica. Anche tecnica, certo. Ma di più fisica, con quel tasso di umidità da soffocamento e il clima dell’inverno brasiliano che invita più a cercare l’ombra che a giocare a pallone.
Prima di tutto c’era da risolvere il problema della disidratazione. L’anno scorso, alla Confederation Cup, non era stato solo Venturati ad accorgersi delle difficoltà di recupero degli azzurri. Bastava guardare le magliette zuppe di sudore, acqua piena di fatica, per capire quanto doveva essere insopportabile il caldo. Il corpo, quando perde troppi liquidi ha bisogno di sette, otto giorni per recuperare energie adatte a produrre un nuovo sforzo.
Poi c’era la questione dell’umidità. A Manaus, dove l’Italia ha giocato la prima partita contro l’Inghilterra, le temperature possono raggiungere i trentatré, trentaquattro gradi; ma è l’ottanta per cento di umidità il fattore dannato: per chi deve correre è come se ci fossero più di quaranta gradi. Un inferno.

In generale ci vogliono circa venticinque giorni per adattare il corpo a un clima diverso, e al fuso orario, all’altitudine, a tutto. Nella situazione specifica, il problema che poteva essere risolto in due modi: arrivare in Brasile un mese prima, o creare artificialmente le condizioni meteo al Centro Tecnico di  Coverciano. Ed è stata la soluzione adottata. Se n’è occupato Venturati. Lo fa da una vita, ma è oggi, in Nazionale, che ha raggiunto il punto più alto per uno che ama il calcio e la preparazione atletica. Al Centro Federale, l’ultimo giorno prima della partenza, Venturati aveva lo sguardo calmo. A chi gli chiedeva come stessero gli azzurri e in che condizioni partivano per il Sudamerica, lui rispondeva senza troppi orpelli: “Siamo pronti per la finale”, punto.

Perché in fondo – per chi lo allena – il corpo non è molto più complesso di una macchina: funziona per input e output, e nei giorni immediatamente prima di salire sull’aereo per Rio l’Italia aveva fatto quello che doveva fare. Il risultato si è visto giovedì scorso. Contro gli inglesi gli azzurri hanno corso moltissimo, percorrendo in totale una distanza di 110.458 metri. La Costa Rica, l’avversaria di stasera, nella prima partita contro l’Uruguay ne aveva percorsi  108.605, e c’è da considerare che loro sono abituati alle temperature del Tropico.
Come tutti i preparatori, anche Venturati è meticoloso. Ha spalle larghe, la zucca pelata e l’aria attenta: non lascia nulla al caso. È un lavoratore, e in questo è divinamente bergamasco. Infatti è nato a Seriate, anche se oggi vive a Verona con la moglie e i figli. Una volta ha detto di sé: «Sono un preparatore e non un insegnante. Se sono qui, il merito è della mia esperienza e degli aggiornamenti costanti». D’altra parte, il tempo passa e anche i metodi di allenamento variano, si perfezionano, migliorano. Come gli atleti e le tattiche.
Dopo la laurea, quando lavorava in Terza Categoria, Venturati usava le tecniche in uso a quel tempo. Poi, salito tra i professionisti, ha imparato cose diverse e le ha messe in pratica.
Ai giocatori è stato imposto un rigido programma alimentare, sono i nutrizionisti che se occupano. Il compito di Venturati, invece, è migliorare le condizioni atletiche del gruppo. Contro gli uomini di Hodgson, gli azzurri hanno giocato l’84% dei novanta minuti a ritmi bassi, arrivando a una velocità massima di 29,95 chilometri orari. Significa che i margini di miglioramento ci sono, eccome.
Ma forse i dati più impressionanti riguardano i singoli giocatori. Nessuno ha corso quanto Marchisio contro l’Inghilterra, nessuno ha segnato quanto lui nelle ultime due partite dell’Italia. Oltre al gol a Manaus, aveva già segnato due reti nell’ultima amichevole a Perugia: sta bene, è in forma. Non è un caso che il giocatore della Juventus abbia corso più di undici chilometri sulla fascia sinistra.
Ma anche gli altri azzurri hanno quasi tutti superato i dieci. Darmian, per esempio, ha raggiunto quota 10,878 chilometri mentre Pirlo e Verratti, ragionieri di un centrocampo ordine & fantasia, hanno corso 10,543 e 7,639 chilometri. Abbastanza da giustificare uno stato di forma accettabile, in vista della fase finale.

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Fantantonio (Antonio Cassano) si scusa con Venturati. Prandelli applaude.

Per capire il credito di cui gode il nostro eroe basta un episodio.
Nel 2011, durante una partitella d’allenamento, Cassano segnò un gol che Venturati, guardalinee improvvisato, annullò per fuorigioco. Finì con Cassano in ginocchio a scusarsi degli insulti che gli aveva lanciato. Una manna per i fotografi.
Va detto inoltre che per quelli come Venturati il destino non ha mai la forma della strada liscia. In campo ci vanno i giocatori, ma è ai preparatori che tocca giustificare una prestazione scadente, in affanno. Al Mondiale in Sudafrica, nel 2010, una delle cause del flop azzurro era stata proprio la preparazione degli uomini di Marcello Lippi. Anche contro la Spagna, due anni fa, con Prandelli in panchina, l’Italia era arrivata alla finale dell’Europeo senza più un briciolo di energia. Era stato raschiato il fondo del barile, e non era stato abbastanza.

Per la spedizione in Brasile sono stati adottati metodi diversi, all’avanguardia, supertecnologici. Ma la tecnologia resta un supporto, per quanto fondamentale. Perché poi tocca agli uomini come Venturati valutarne l’impiego. Il preparatore non è l’ombra dell’allenatore: è il centro operativo che permette a una mente tattica, decisionale, di disporre di strumenti all’altezza della battaglia. Quelli come Venturati lo sanno chi ha la gamba in forma o come allungare il fiato a quelli che ce l’hanno corto. Non sono quelli come Venturati che costruiscono le grandi vittorie: ma sono loro che, umilmente e seriamente, preparano la cavalleria per la carica finale.

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