Gimondi, uomo dell’anno e mito per sempre

Gimondi, uomo dell’anno e mito per sempre
27 Dicembre 2019 ore 10:00

Anche quest’anno, come da tre anni a questa parte, BergamoPost ha stilato una lista di bergamaschi che si sono particolarmente distinti nell’anno che si sta per concludere. E il “premio” (se così vogliamo definirlo) di “bergamasco dell’anno” 2019 abbiamo deciso di assegnarlo a Felice Gimondi, un campione che proprio quest’anno ci ha lasciato. Di lui s’è detto tanto, ma noi vogliamo provare a raccontarvi il Gimondi uomo grazie alle parole di sua figlia Federica, che per la prima volta ha accettato di parlare. Gimondi, uomo nell’anno e mito per sempre.

 

[La famiglia Gimondi sul viale d’arrivo del Mondiale di Barcellona del 1973]

 

«Papà era una persona esigente con se stesso e con gli altri. Non era un papà amico, ma un papà autorevole, un punto di riferimento costante, affidabile. Noi eravamo le sue donne, io, Norma e la mamma. Lui era la nostra roccia». Federica Gimondi non si è mai occupata di ciclismo, nemmeno lo sport in genere la attira più di tanto. Per lei Merckx non è il cannibale, ma un amico di suo padre che abita in Belgio. Parliamo nel suo ufficio della Milano Assicurazioni, qui vicino al Cristallo Palace, dove l’agenzia di assicurazioni Gimondi si trova da decenni. Diceva Felice: «Mia figlia Norma mi ha seguito nella passione ciclistica, la Federica invece non voleva saperne. Lei mi ha aiutato tanto nella mia agenzia di assicurazioni, nel lavoro di tutti i giorni».

Federica, qual è il ricordo più bello di suo padre?

«Non è facile… i ricordi sono tanti. Però c’è una cosa che mi torna in mente spesso quando penso a lui. Ero piccolissima, forse avevo due anni. Camminavamo a piedi nudi nella stanza e appoggiavo i miei piedini sui suoi e lui mi portava a spasso così, per casa, e rideva. E mi ricordo che mi faceva fare l’aeroplano tenendomi su con le braccia, sdraiato sul lettone».

Ha detto che non era un papà affettuoso.

«Ho detto che non era un papà amico, che è diverso. Lui era un padre, ti dava la sicurezza. Era affettuoso a modo suo, da bergamasco, non molto portato al contatto fisico. Quando tornava a casa dal lavoro e noi eravamo piccole, lui si sedeva e io e Norma gli portavamo le ciabatte e il cardigan. Gli piaceva rilassarsi, a casa lui stava bene, si è sempre trovato bene. È sempre stato bene con la mamma, aveva il suo giardino, i suoi alberi, aveva sempre qualcosa da fare, da sistemare. Non si poteva fermare. Un bergamasco».

 

[Gimondi con la moglie Tiziana e le figlie Federica (a sinistra) e Norma]

 

Lei è nata pochi giorni dopo che suo papà aveva vinto il Campionato del Mondo a Barcellona.

«Sì, era il 1973, la prima domenica di settembre. Norma se lo ricorda. Norma ha vissuto molto più di me il papà campione, forse per questo ha sviluppato la passione per il ciclismo».

Che cosa ammirava di più di suo padre?

«Era una persona complessa e intelligente, capiva le cose, capiva come muoversi. Aveva un grande rispetto per le persone, per tutte le persone e io credo che questo la gente lo percepisse e forse anche per questo gli voleva bene. Mi ricordo con quale rispetto parlava dei nostri insegnanti, ad esempio. Non esisteva che noi potessimo criticarli».

Era un papà severo.

«Sì, era abbastanza severo. Quando prendevamo un brutto voto a scuola, io e Norma gli mettevamo il compito sul cuscino e filavamo a dormire, così non poteva arrabbiarsi con noi… il giorno dopo sarebbe stato tutto più tranquillo. Eravamo furbette. Lui era severo, ma noi ci sentivamo sicure, protette da lui. Era una persona rispettosa anche nei nostri confronti, quando siamo diventate grandi non ci ha mai ostacolato nelle nostre scelte».

E la mamma?

«La mamma era proprio una mamma, molto affettuosa. Come mio padre era molto riservata, molto attaccata alla famiglia. Non gli piaceva apparire, come anche oggi non le piace. Non accompagnava mai mio padre nelle occasioni mondane, in mezzo a tanta gente».

Negli ultimi anni anche suo padre non usciva volentieri.

«Soprattutto alla sera perché voleva restare con nostra madre. Diceva sempre che le aveva portato via troppo tempo quando correva, che l’aveva portata quassù a Bergamo da Diano Marina e che l’aveva “abbandonata” qui, un ambiente non proprio facile: diceva che doveva molto alla sua Tiziana. Così cercava di evitare gli impegni, a meno che fossero indispensabili. Il fatto è che lui era Gimondi, il campione, e che tutti lo volevano, in mille occasioni».

 

 

Lei ha un figlio.

«Davide, ha undici anni. Ecco, anche lì. Mio padre è stato un nonno presente, affettuoso, ma a modo suo. È stata una gravidanza molto difficile, e mio padre e mia madre, insieme a mio marito, mi sono stati sempre accanto, io non mi sono mai sentita sola. Il primo Natale, quando Davide aveva pochi mesi, sa che cosa gli ha fatto trovare…

 

Articolo completo a pagina 2 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 2 gennaio 2020. In versione digitale, qui.

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