La festa il 20 maggio

Pesenti, pure i giganti dicono basta

Pesenti, pure i giganti dicono basta
04 Maggio 2017 ore 06:00

Anche i giganti invecchiano. «Ho fatto sei operazioni alle ginocchia, ho le caviglie artrosiche, le tibie segnate, dolori alla schiena. Cinque anni fa pensavo di essermi rotto il crociato posteriore. C’ero già passato quando avevo 33 anni. Un altro? No grazie. Il post operatorio non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico, ho sofferto come un cane. Allora decido di fermarmi sei mesi. Fermo immobile. Hai presente? Nemmeno una corsetta, figuriamoci il pallone. Poi è arrivata la primavera, il caldo mi ha sempre fatto bene e mi sono rimesso a giocare. Era il 2013, avevo già 38 anni. Ma adesso sento che l’ora di smettere è arrivata». E così, il 30 aprile ha dato l’addio al calcio giocato, in una sfida con il Mozzo finita 0-0: «È stata una partita dura per me. Sono stati grandi i miei compagni che mi hanno supportato e che hanno corso tanto. Peccato che non siamo riusciti a vincere e che non ho fatto gol. Sempre Forza Tritium».

 

 

Ci sono campioni che fanno la storia e altri che attraversano la nostra quotidianità. Giorgio Pesenti è uno di questi, il bomber della porta accanto. Uno di quelli che puoi incontrare al bar, in fila al supermercato o in posta a pagare un bollettino. E poi la domenica lo ritrovi sempre lì, in area di rigore, a sgomitare per un altro po’ di furore agonistico. A luglio compirà 42 anni e siccome il tempo non lo puoi fermare ha deciso di fermarsi lui. La Tritium, la squadra di una vita, «una famiglia» l’ha sempre definita, il 20 maggio gli farà la festa, con una partita allo stadio “La Rocca” di Trezzo sull’Adda tra la Tritium stagione 2009/2010 (con in panchina mister Stefano Vecchi) e la Tritium di questa stagione. Un saluto al campione grande, al gigante buono del calcio bergamasco. «Se mi guardo indietro dico: “Ehi Giorgio, quante cose belle hai fatto”. Il calcio mi ha dato tutto. Amici, donne, quel po’ di gloria che mi sono preso. Poi ognuno ha la sua categoria, ognuno il proprio posto nel mondo».

 

 

Anche i giganti sognano. «I primi calci con mio fratello Marco. Mettevamo un pallone in mezzo al prato e prendevamo la rincorsa. Io da una parte, lui dall’altra. Giocavamo a fare Oliver Hutton contro Mark Lenders, a chi vinceva il contrasto più duro. Che botte che ci siamo dati. Il settore giovanile l’ho fatto nell’Atalanta. Il Maestro Bonifaccio, Titti Savoldi, Eugenio Perico, il Vava, Prandelli. Me li ricordo tutti. Ero piccolo, ma con l’Atalanta ho girato l’Europa e l’Italia. Giocavo con Morfeo, Locatelli, Tacchinardi. Eravamo la banda del ’75. Facevo il centrocampista, però. Altro che gigante, avevo un altro fisico all’epoca. Però picchiavo tutto quello che passava da lì. Andammo a vincere il primo trofeo Scirea, a Matera. E mi ricordo il Viareggio, il torneo a Trento. E poi mi ricordo la delusione di non essere confermato. Avevo 18 anni, di lì a poco partii per il militare a Viterbo. Ma Favini, il responsabile del settore giovanile, non aveva visto male: a quel tempo non potevo reggere i ritmi talmente elevati della Serie A o della B. Papà Leandro non sempre riusciva a vedermi giocare. D’altra parte il lavoro è sempre stata una cosa seria, a casa mia. Certi giorni aspettavo mamma Natalina fuori dai cancelli di Zingonia. Lei aveva un negozio di fiori e quando doveva fare le consegne c’era poco da protestare. Però il calcio nel mio salotto c’è sempre stato. Tre fratelli. Il più piccolo, Andrea, è la testa di casa. Fa il geometra. Ma anche lui vuole sempre venire in cantiere. Ci ho giocato contro ed è stato incredibile. Io 38 anni e lui 20, per me è stato un orgoglio».

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Anche i giganti crescono. «Nel giro di un anno sono venuto su di venti centimetri. Sono ripartito dalla seconda categoria e ho fatto tutta la trafila. In carriera ho vinto nove campionati. Non sono pochi. Invece a scuola ho smesso di andarci a sedici anni. Mia mamma va a parlare con la prof di matematica. Le dice: “Signora, io suo figlio non l’ho mai visto”. Era un mese che impiccavo. Andavo in giro con le ragazzine in Città Alta. Mio padre mi ha dato tanti di quei calci nel culo… “Adesso l’hai capita che non voglio andare a scuola, eh?”, gli dico. Era un mercoledì. Il giorno dopo stavo già sul cantiere. Mi avevano messo alla betoniera a fare il calcestruzzo. Col badile, mica c’erano i camion. E tornavo a casa orgoglioso e fiero, anche felice, prendevo il motorino e andavo a farmi un giro pure se ero stanco morto. Non volevo dare la soddisfazione a mio papà. Se mi sono pentito? Da un lato sì. A livello culturale sono indietro. Vedo i miei amici. Chi si è diplomato, chi laureato, chi ha fatto carriera. La cultura personale me la sono dovuta fare sul marciapiede. Leggo i quotidiani, poi gran tempo per altro non ne ho».

 

 

Ci sono campioni che fanno la storia. E altri che la storia la fanno un giorno alla volta. Pesenti è uno di questi, il bomber che la mattina alle 6 suona la sveglia e va a lavorare nell’azienda di famiglia. E poi le sere d’estate lo ritrovi sempre lì, nell’area di rigore dei campetti di terra dura, a sgomitare per un un altro po’ di divertimento. «Tra una cosa e l’altra il conteggio dei gol ufficiali è di 272. Ma possono essere di più o di meno. E poi ci sono i tornei estivi, quelli sono una storia a parte. Arrivavo a giocare sessanta partite in un’estate. Sessanta. Ogni sera con gente diversa. A volte anche due o tre partite di fila. C’è stato un anno che avevamo questa squadra pazzesca e tutti ci chiamavano “ I Bergamascc”, i bergamaschi. Non ci batteva mai nessuno. Il più forte giocatore che abbia mai visto è Angelo Seveso, che oggi non c’è più. Un bestione. Il mio incubo. Siccome mi batteva sempre me l’ero fatto alleato e poi abbiamo iniziato a girare insieme. Milano, Piacenza, Modena, Reggio Emilia. Tornei ovunque. E spesso li vincevamo. A forza di sgomitare in area di rigore ho rotto ventinove nasi. Mica apposta. Ma il calcio non è uno sport per signorine. Il lunedì è sempre stato il giorno di riposo. Negli altri, quando non avevo doppio allenamento, la mattina andavo a lavorare proprio come faccio adesso. Sveglia presto, furgoncino. Fare il muratore non è facile».

 

 

Anche i giganti si commuovono. «Piansi il giorno che mia cugina morì in un incidente. La domenica, in campo, tirai una punizione con una rabbia mai vista. Per poco non bucai la rete. Mi sono commosso tante volte. Quando Stefano Vecchi, che allenava la Tritium, mi regalò la maglia da titolare il giorno della vittoria del campionato. Davanti a tutti chiese a Lenzoni, il titolare, la cortesia di lasciarmi giocare con la numero 9. Disse sì. E io, a 36 anni, scesi in campo e segnai due gol. Mi sono commosso tante volte, ma tante altre ho rosicato. L’anno che l’Albino e il Leffe si fusero e Nicola Radici mi propose un contratto. Oscar Piantoni era l’allenatore mi mise davanti alla realtà: “Farai panchina o tribuna”. Io volevo giocare e rifiutai. Quando giocavo a Palazzolo mi seguiva il Perugia. Erano già cinque mesi che venivano a vedermi. Steccai una partita, avevo contro Ragnoli, un difensore fortissimo, e il contratto lo fecero a Soncin anziché a me. Quando giocavo a Rodengo, invece, vennero da me quelli della Gea. Ma io non ho mai voluto il procuratore. Non mi è mai interessato quell’aspetto del calcio. Perché mi sono sempre divertito e mi sono sempre arrangiato da solo». Non è l’altezza che fa un gigante.

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