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La Giornata Mondiale dei Nipoti

Personaggi 01 Ottobre 2014 ore 09:06

La festa dei nonni – ammettiamolo – è stata un successo planetario. Viva papa Francesco. Viva nonno Benedetto. E il 5 ottobre prossimo si aprirà il Sinodo sulla famiglia, al quale speriamo che non si debba applicare la previsione papale – il famoso: “Sarà guerra!” – in occasione dell’ottavo di finale tra Argentina e Svizzera al mundial brasiliano.

I nonni sono una benedizione; le famiglie cristiane sono sempre meno numerose e sempre più problematiche. Tanto da far dire al papa, due domeniche prima, che «L’amore di Gesù, che ha benedetto e consacrato l’unione degli sposi, è in grado di mantenere il loro amore e di rinnovarlo quando umanamente si perde, si lacera, si esaurisce». Voleva forse dire che «Solo l’amore di Gesù …» è in grado di contenere la frana? Cioè che il dato di fatto è che l’amore, umanamente, non regge? E che non regge soprattutto oggi quando gli umani, programmati per una durata tecno-biologica di 50-60 anni, si trovano a vivere, per così dire una volta e mezzo, una e tre quarti?

Non lo sappiamo, anche se – realista com’è il papa – non possiamo escluderlo. Ma allora, questi nonni così meravigliosi, così saggi, così custodi delle memorie di sé medesimi e del popolo, devono essere ritenuti miracolati, sopravvissuti a un naufragio, fortunosamente vedovi?

Anche il cardinal Scola, col Sinodo ben chiaro all’orizzonte, ha scritto (sul Sole24ore) che la proposta della Chiesa «in materia di amore, matrimonio e famiglia, racchiude in sé il grande sì di Dio all’umanità. Sì al bene della differenza sessuale che apre all’altro. Sì ad un amore che, per essere in anima e corpo e per sempre, diventa fecondo nel dono della vita accompagnata in un paziente lavoro di educazione».

Siamo sempre al punto: famiglia vuol dire marito, moglie e figli. E i nonni?

Come ricorda il Poeta, tra le cose che esistono, alcune hanno il proprio essere in se stesse [una mela, un tavolino, …], altre ce l’hanno grazie ad una relazione qualsiasi come, per esempio, padre e figlio, doppio e metà, la parte e il tutto.

“Nonno”, in quest’ottica poetico-filosofica, comporta “nipote”. Ai quali penso che la Chiesa dovrebbe dedicare una bella festa festosa perché – a mia memoria – è proprio l’esperienza dei nipoti che permetterebbe di operare una bella virata sul termine più problematico e contraddittorio (“semanticamente incasinato”, si può dire?) di ogni discorso sulla famiglia: il termine “amore”. L’amore che prima fa venir voglia di sposarsi, poi si corrompe e si cambia in affetto nel migliore dei casi, in noia in caso di Califano.

Ma c’è un amore, un tipo di amore, una specie di amore che – sempre a mia memoria – quando c’è – quando si attiva – non pare temere la corruzione. E non è quello dei nonni per i nipoti, ma quello di questi ultimi verso i primi.

È un amore che si attiva da piccoli, e che prepara quello tra marito e moglie, nel senso che pone le basi per il rapporto con l’altro – e specialmente con l’altro debole, con la memoria a buchi, le mani che tremano, la morte in attesa – indipendentemente dalla questione della sessualità, o per lo meno al riparo dai suoi sconvolgimenti.

L’amore per la propria moglie (o il proprio marito) non si impara nei corsi per fidanzati né lo si educa nelle serate di spiritualità. Lo si apprende – se lo si apprende – come variante possibile di un rapporto con l’altro che si costituisce da quando si è piccoli e che, questo sì, non sembra patire le ingiurie del tempo e dell’età. Anzi: continua a crescere prendendo forme sempre diverse ma sempre irresistibilmente legate all’origine, alla memoria.

Bisognerebbe proprio, per togliere ogni privilegio all’idea dell’amore che nasce e che muore, organizzare una Giornata – un Sinodo parrebbe troppo – Mondiale dei Nipoti. Quella della Gioventù è filosoficamente di un tipo tutto diverso. Attiene alla biologia, alla figliolanza quando va bene. La nipotezza è un’altra cosa. Molto più potente, variegata, inclusiva. Più adatta a questo tempo in cui la vita si è così dilatata.