Originario di Brusaporto

Giovanni Battista Rossi, il poliziotto che ha dato un volto agli incubi

Giovanni Battista Rossi, il poliziotto che ha dato un volto agli incubi
18 Aprile 2017 ore 10:37

Il primo ritratto alla madre; le caricature tra i banchi di scuola e quell’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Brera mancata per un soffio. La vita di Giovanni Battista Rossi si è sempre intrecciata con l’arte. A 18 anni la scelta: entrare nell’arma e a quel punto mettere a disposizione della polizia la sua abilità. Tratteggiare a matita la personalità dei criminali. Così Giovanni Battista, originario di Brusaporto, è diventato disegnatore della polizia scientifica di Milano. Era bravo. Bravo al punto da essere chiamato anche da altre regioni d’Italia. Le sue matite hanno dato un volto anche ai più crudeli protagonisti della cronaca italiana, a partire dagli anni di piombo. A Verona per il sequestro del generale James Lee Dozier, ad esempio. E poi a Bologna, dove la banda della Uno Bianca fece 24 morti e centinaia di feriti prima di essere scoperta. Poi ancora in Veneto, per Una Bomber. E questi sono solo alcuni dei casi in cui l’ispettore venne chiamato a lavorare. Oggi Rossi è in pensione e il poliziotto- scrittore Maurizio Lorenzi, si è ispirato a lui per scrivere il suo ultimo libro, Identikit. Il disegnatore di incubi.

Quale fu il primo identikit?
«Inizi degli Anni Ottanta, era una donna dell’Est che si faceva assumere come collaboratrice domestica da anziani e poi, da un giorno all’altro, li derubava e spariva. Fece diverse vittime nel 1981. Qualche rapina, poi ci fu la strage di via Vallazze. Fu un bagno di sangue».

Due colleghi uccisi dai terroristi dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari. Si può definire il suo battesimo di fuoco?
«Fu molto forte. L’odore del sangue dei miei colleghi, quel giorno, mi è entrato nel naso e nella mente. Da lì in poi al minimo taglio che mi facevo risentivo quell’odore. Nella sparatoria sopravvisse un solo poliziotto. L’identikit che feci di Roberto Cavallini indirizzò bene le indagini fin da subito e la banda venne presa. E di questo ne sono felice».

 

Alcuni degli identikit disegnati da Giovanni Battista Rossi.

 

Quanti identikit ha realizzato nel corso della sua carriera?
«Circa cinquecento, di cui più o meno trecento andati a buon fine. Cioè che hanno portato al riconoscimento e alla condanna. L’identikit non è una fotografia, è un’immagine che serve per indirizzare le indagini su persone con quelle fattezze. Deve trasmettere la personalità del soggetto».

Come si stila un identikit?
«Il vero identikit si compie ancora prima di disegnare. Dopo un fatto scioccante, nella mente di una persona succedono cose strane. Ci sono casi in cui il ricordo che provoca dolore viene mistificato. I ricordi rimangono sotto forma di fotogrammi. Il disegnatore cerca di portare la persona che ha di fronte a uno stato di tranquillità psicologica e la fa tornare al momento in cui il delinquente entra nel campo visivo. Non oltre, perché poi il ricordo si deforma. Ed è lì che deve fermarsi».

Nel libro, Lorenzi la definisce «disegnatore di incubi». È corretta questa definizione?
«Chi assiste o subisce un fatto delittuoso vive un incubo. Nel momento in cui, da disegnatore, riuscivo a far aprire le persone, il loro incubo passava a me. Nel 1984 ci fu il sequestro di un giovane imprenditore nel mantovano. Ebbi grossissime difficoltà a fare l’identikit. Prima di andarmene la moglie del sequestrato mi corse incontro e mi abbracciò. In quel momento di contatto la sua disperazione passò a me. È quello l’incubo. Prima con il libro e ora parlandone sempre di più, però, sto scacciando via da me questi incubi».

Qual è l’identikit che ha più odiato?
«Senza dubbio quello dei fratelli Savi, i componenti della bada della Uno bianca. Poliziotti che diventano assassini: per me è stata la caduta di un mito. Tante vite di poliziotti eroi cancellate da cinque delinquenti».

Oggi, in pensione, è sempre più impegnato nel mondo della scuola. Quali progetti ha in cantiere?
«È appena iniziata la collaborazione con il liceo artistico Manzù come tutor nell’alternanza scuola-lavoro. Terrò un corso ai ragazzi di quarta superiore su come si disegna un identikit. Ho già lavorato con le scuole ma questo è il primo progetto con uno scopo ben preciso e che prevede anche una prova finale».

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