«Ero uno scheletro»

Il dalminese che l’8 settembre al fascismo preferì la deportazione

Il dalminese che l’8 settembre al fascismo preferì la deportazione
29 Gennaio 2018 ore 05:00

La fame, il freddo, la paura, l’odore dei corpi bruciati nei forni che impregnava l’aria. Giovanni Colasurdo di Dalmine, 95 anni da compiere il 7 marzo, questo orrore lo ha vissuto davvero, sulla sua pelle. Era ventenne e ha trascorso due anni e mezzo in un campo di prigionia in Polonia, ad Hammerstein. Lui non ha mai dimenticato, e non vuole nemmeno farlo. Ha sempre raccontato ai suoi tre figli, Antonella, Michele e Marilena le terribili vicende che lo hanno visto protagonista in quegli anni. Le ha raccontate anche ai suoi nipoti, tanto che Francesca, figlia 24enne di Antonella, si è messa alla ricerca di informazioni, testimonianze storiche, documenti e superstiti dello Stalag II B, dove il nonno è stato rinchiuso dal 1943 al 1945. Ha scoperto che ci sono due pagine Facebook dedicate a quel settore del campo di prigionia, alla quale sono iscritti i parenti di chi vi era recluso.

 

 

L’arruolamento. Giovanni Colasurdo è nato ad Anzi, in provincia di Potenza, e a Dalmine è giunto grazie alla fabbrica. Dopo la guerra si era messo ad insegnare meccanica, poi ha trovato lavoro nell’acciaieria, nella sede di Torre Annunziata e lì gli hanno proposto di trasferirsi al nord. Nonostante l’età, Giovanni è ancora lucidissimo, anche se ci sente poco: «In un orecchio mi è entrata una cimice quando ero prigioniero e sono diventato sordo. Dall’altro orecchio sento poco perché ho 95 anni». Nel 1942 Colasurdo è a Milano per un corso di formazione e diventa perito meccanico. Lì viene chiamato dal distretto di Potenza per l’arruolamento: «Mi mandarono per un mese a Napoli, al Decimo Autocentro, dove presi la patente per guidare le ambulanze – ricorda -. Poi da lì raggiunsi Santa Maria Capua Vetere. Noi soldati stavamo sulla strada, in attesa che qualcuno ci dicesse cosa dovevamo fare, dove dovevamo andare».

 

 

L’8 settembre. Qui è successo un primo fatto che fa del soldato Colasurdo un vero e proprio sopravvissuto: «Dovevo partire per l’Africa, ma un sergente mi chiese se potevo far cambio con un suo cugino, destinato in Grecia. Per me un posto valeva l’altro, così accettai. La nave diretta in Africa venne affondata appena fuori dal porto e morirono tutti. Dovevo esserci anch’io, ma il destino aveva altri piani per me». Il soldato lucano si imbarca quindi per la Grecia ma l’8 settembre del ’43 l’Italia firma l’armistizio. «Come tanti altri soldati italiani venni posto di fronte a una scelta: o stavo con Mussolini e Hitler o rimanevo fedele alla mia patria – spiega Colasurdo -. Scelsi questa seconda opzione, così venni catturato dai tedeschi che mi caricarono su un treno per portarmi nel campo».

 

 

Su quel vagone senza finestre e senza bagno, insieme ad altre 54 persone, Giovanni ci restò più di un mese. «Avevamo freddo e fame e ci chiedevamo tra noi “Ma dove ci portano?”. Speravamo che la destinazione fosse l’Italia, invece arrivammo a Berlino. Lì ci fecero scendere e ci smistarono per i vari campi. Ci fecero risalire su un treno diretto a Varsavia e da lì su un altro treno che ci portò ad Hammerstein». Il campo di prigionia distava pochi chilometri dal paese: «Ci misero nelle baracche. Dormivamo su dei pianali di legno disposti su tre piani. Faceva tanto freddo. Le temperature erano così basse che anche la coperta che ci davano per scaldarci era congelata, completamente rigida. Quando mi soffiavo il naso il muco ghiacciava. Avevamo addosso dei cenci e ai piedi degli zoccoli di legno. Ci mandavano…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 27 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 1 febbraio. In versione digitale, qui.

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