Intervista nel giorno del compleanno

Gli 80 anni di Cesare Zonca (Bergamo è rimasta senza padri)

Gli 80 anni di Cesare Zonca (Bergamo è rimasta senza padri)
04 Dicembre 2015 ore 09:00

Oggi è il compleanno di Cesare Zonca, per decenni protagonista della vita economica, politica e sociale della nostra città. Avvocato d’affari, consigliere di molti imprenditori, è stato il crocevia di scelte che hanno segnato la storia recente di Bergamo. Per oltre 20 anni ha ricoperto la carica di presidente del Credito Bergamasco, incorporato un anno e mezzo fa nel Banco Popolare.

Buongiorno avvocato e tanti auguri per i suoi 80 anni.

«Gli 80 li ho passati, oggi comincio l’81esimo».

Cioè ne compie 80.

«Li ho compiuti, diciamo».

E dice di essersi disimpegnato.

«Sì».

Intanto però è ancora consigliere d’amministrazione del Banco Popolare e della Sacbo, presidente della Fondazione Credito Bergamasco, titolare del suo studio di avvocati…

«No, questo no. All’ingresso non c’è più scritto Zonca-Briolini-Felli, ma Rep Legal, che è un grosso gruppo italiano di avvocati e commercialisti, sono circa 200, con i quali i miei giovani hanno fatto un accordo di fusione, come dicono loro. Io ho dato la mia benedizione. E sono uscito. D’altra parte oggi uno studio legale non può essere fatto di dieci o venti avvocati e deve avere sedi in diverse città. Io sono nato come artigiano, poi mi sono un po’ ingrandito – eravamo quasi 50 persone -, ma di fare un altro salto non ne avevo più voglia».

E allora cosa ci fa qui nello studio?

«Mi sono riservato una stanza, faccio il lavoro che mi piace e il 31 dicembre mi cancello dall’albo».

Addirittura? E come mai?

«Perché continuo a pagare contributi alla Cassa previdenza avvocati e procuratori che in alcuni casi sono stati superiori a quelli che loro mi hanno versato come pensione. Allora mi sono rotto un po’…».

Quindi non farà più l’avvocato.

«Lo farò ancora, ma come consulente. Anche di quelli che sono qui, che quando hanno bisogno di confrontarsi su questioni che conosco meglio di loro magari mi chiederanno un parere. Preparerò anche gli atti, se serve. Le mie cause, poi, le seguirò insieme a uno di loro».

E a un certo punto andrà in pensione davvero…

«Già adesso sono passato dal leggere tre libri al mese a leggerne venti. Alle 17 vado a casa con mia moglie e ci trasferiamo nella casetta che abbiamo preso nel parco dei Colli. Stiamo lì, tranquilli».

Si è concesso il suo buen retiro.

«Sì, ma è “un barachì”, non un condominio: ho una stanza al primo piano e due stanze al piano di sopra. La salute per fortuna tiene. Adesso vado in giro quasi sempre col bastone, perché l’unico grosso rischio che corro è di cadere a causa di bruschi cali di pressione. Il cuore però funziona e pure la testa».

È contento di sé, insomma.

«Contento non lo so, aspetto serenamente di morire».

Parliamo un po’ di Bergamo?

«Ho già detto tutto quello che si poteva dire. Non mi sono mai tirato indietro. Ma se c’è qualche argomento su cui chiede la mia opinione, gliela offro senza nascondermi dietro a un dito».

Bene, cominciamo da una constatazione: in due anni a Bergamo è finito un mondo, economico e non solo. I tre fatti più grossi: la vendita del Credito Bergamasco, la trasformazione di Ubi in società per azioni e la cessione di Italcementi a Heidelberg. Il Novecento si è chiuso, malinconicamente.

«Mettiamola così: il Credito bergamasco non è più bergamasco da ben prima dell’anno scorso. Io l’ho difeso fin che ho potuto, ma da almeno cinque anni la nostra autonomia era diventata davvero limitata. Ubi – che era nata come costola della Banca Popolare di Bergamo quando si chiamava Bpu – oggi è diventata una banca molto grande. Possono dire quello che vogliono, ma Ubi e Banco Popolare stanno perdendo il legame col territorio. D’altra parte, quando si diventa dei colossi, inevitabilmente il rapporto con l’ambiente in cui si è nati e cresciuti si perde e si tende a diventare come Banca Intesa. Dal punto di vista dell’economia globale probabilmente è meglio così. Però quello di cui io mi vanto è di aver costruito e difeso una banca che era quella di molte imprese bergamasche, ma anche del salumiere e dell’artigiano. C’era un rapporto costante con i clienti, adesso è molto più difficile».

Le banche popolari non sono più popolari.

«La loro funzione fondamentale era quella di contribuire – guadagnando il giusto – a far sviluppare l’economia dei territori. Il presidente del Banco Popolare, il mio presidente, è molto legato alla forma cooperativa e contrario alla trasformazione in Spa, ma nella realtà queste banche non sono più come un tempo e hanno difficoltà a rimanere legate alle piccole e medie imprese, quelle che hanno bisogno della banche per andare avanti, per stare in piedi e tirarsi fuori dai guai. Questo lavoro è diventato complicato».

Cosa significa per l’economia bergamasca?

«Per adesso niente, perché è già così da almeno due anni. Di sicuro il Credito Bergamasco rischia di perdere quote di mercato e questo mi dispiace molto, ma adesso ci sono all’orizzonte le grandi fusioni. Le ipotesi sul tappeto sono due».

La prima è la fusione del Banco Popolare con Ubi.

«Ne verrebbe fuori una banca meravigliosa. Ma forse per gli imprenditori di Bergamo, Brescia e Monza-Brianza non sarebbe un vantaggio: oggi hanno tutti un affidamento da una parte e uno dall’altra, se si fondono le due banche gliene resterebbe uno solo».

Apriranno un conto in una banca straniera…

«Bisognerà vedere se riescono».

L’alternativa?

«Che il Banco Popolare si fonda con la Popolare di Milano. A me non dispiacerebbe anche perché non ci sarebbero tante sovrapposizioni e si salverebbero molti posti di lavoro».

Parliamo un po’ dei padri nobili della città. Zonca si è disimpegnato, Zanetti ha passato il testimone, i Pesenti stanno vendendo, qualche altra famiglia di grandi imprenditori si è defilata, Confindustria e la Chiesa contano sempre di meno. Bergamo sembra rimasta, per così dire, orfana.

«Non è un fenomeno che accade solo qui. È di natura mondiale. Tutti i gruppi economici si ingigantiscono. L’Italcementi esisterà ancora e come attività economica e produttiva continuerà a essere una realtà importante, ma sarà gestita da un altro e forse più grande gruppo di quel settore».

Anche qui, come per le banche, si perderà il contatto con il territorio.

«La Fiat cosa ha fatto? Un tempo a Torino tu eri sempre in rapporto con qualcuno che lavorava con o per la Fiat. Ora tutto è cambiato radicalmente. Siamo entrati in un’epoca in cui la dimensione non è più quella delle città. Creberg e Ubi per Bergamo erano sproporzionati e avevano bisogno di un territorio più esteso per svolgere al meglio il loro lavoro. Gli avvocati devono avere studi da 200 o 300 persone; gli ospedali non sono più posti di ricovero di migliaia di persone – nel 1972 l’Ospedale di Bergamo aveva 2300 degenti – ma centri di cura intensiva, dove la ricerca è indispensabile per star dietro alla qualità della prestazione che devono fornire. Ovunque sta avvenendo la stessa cosa».

Grande è bello, ma così restiamo senza punti di riferimento.

«Sì, la nostra è una società senza padri. Ha solo dei grandi padri lontani, come può essere il Papa».

Il Papa? Le piace?

«Mi diverte. Io sono ateo, ma certamente quest’uomo ha un coraggio e una determinazione che raramente si è vista negli ultimi cento anni. Si è messo di traverso a tutta la Curia romana, va a prendere il prevosto tal dei tali e lo fa cardinale. Lei ha letto l’enciclica sull’ecologia?».

«Ha fatto male, la legga, perché è rivoluzionaria. Non solo perché un Papa si interessa di un tema come questo, ma perché lui il concetto di sana gestione del mondo lo ha trasferito non solo alla natura ma agli uomini. Papa Francesco parla delle banlieues come di luoghi disumani. Il giudizio che ha dato sui fatti di Parigi è fantastico: io voglio che le chiese siano aperte, non voglio gendarmi tra i piedi, non ho paura. Il suo è l’unico atteggiamento serio. Non quello di Hollande che dichiara una guerra: ma dove vai…».

Il Papa è lontano.

«Se questa Europa avesse dei veri padri a cui riferirsi, come erano quelli che l’hanno fondata, la nostra vita sarebbe diversa. Anche se fossero a Bruxelles o a Strasburgo, ma mettessero in linea la tua baracca, tu li rispetteresti. Noi abbiamo Renzi, ma Renzi non può essere un padre. A me piace: è intelligente, misurato, capace, ma manca di fascino».

E a Bergamo vede crescere qualche leader?

«Oggi uno promettente è venuto fuori, il sindaco Gori. Ho fatto il possibile per convincerlo a candidarsi e per sostenerlo e, secondo me, lui fa bene il suo mestiere, anche perché va in Comune alle 8 di mattina e viene via alle 8 di sera. Poi commetterà i suoi errori come tutti. Ma direi che è anche più di una promessa: a Bergamo sta diventando un uomo importante».

E oltre a Gori?

«Vedremo».

Non le pare poco? Un vecchio poeta greco, Alceo,disse che una città non è fatta “dalle case dai bei tetti o da mura ben costruite, ma dagli uomini che sanno cogliere l’occasione”. Siamo un po’ carenti di materia prima, a quanto pare.

«Lei insiste sui punti di riferimento e mi ha definito un padre nobile. Io non so se lo sono, o se lo sono stato, ma so che per esserlo serve una forte preparazione culturale. Cos’ha un padre più degli altri? Una visione del mondo supportata da letture, studi, pensieri. Il vescovo Bernareggi, che per me è stato l’unico grande vescovo di Bergamo, non solo era coraggioso – si è preso tutti i suoi rischi quando c’è stato da opporsi ai tedeschi -, ma aveva una base culturale, una capacità di analisi e di giudizio, che gli permetteva di imporsi alla gente. Poi era anche un uomo buono: quando mio papà era in guerra, una volta la settimana veniva a casa mia, mandava l’autista a suonare il campanello e io e miei fratelli uscivamo a salutarlo. L’ha fatto sempre, senza mancare un appuntamento, fino a quando il papà è stato in guerra. Colto, coraggioso e buono. Così uno diventa credibile».

La chiesa di Bergamo oggi è credibile?

«Io sono affascinato da questo Papa, leggo i suoi discorsi e osservo i suoi gesti. Apprezzo il tentativo di far tornare la chiesa alle origini, al francescanesimo. Però ha un limite: quando incontra il dogma è inchiodato. Sulla comunione ai divorziati è venuta fuori una cosa pasticciata. E lui sul piano dottrinale non molla niente, neanche un millimetro. Trasferiamo questa vicenda al vescovo di Bergamo, che è una eccellente persona, ma in questa situazione non è in grado di diventare un Bernareggi e neppure un Amadei. A me piaceva molto Amadei, oltre a essere grande studioso aveva addosso una tale quantità di bontà che lo metteva in rapporto con la gente. Beschi è meno attrezzato, più fragile, indifeso. Pare che sia progressista, ma anche lui è strettamente legato alla dottrina e i discorsi che fa, al Papa non li ho sentiti fare. Comunque sia, Papa Francesco farà cose grandi nel Terzo Mondo, ma da noi riuscirà a modificare la chiesa solo sotto l’aspetto formale. Tutto è legato alla sua personalità: quando non ci sarà più, si tornerà come prima».

Passiamo agli imprenditori. Vede crescere una nuova generazione di capitani dopo questi anni di crisi?

«Il più bravo imprenditore di Bergamo è Mario Pozzoni. Poi ce ne sono mille capaci, da Percassi a tanti altri, in grado anche di guadagnare molto, ma non li definirei capitani d’industria, nel senso che secondo me mancano di un disegno strategico».

La politica?

«Non esiste. O meglio, non si avverte la sua esistenza».

Andiamo bene. Mi dica almeno cosa vede di bello a Bergamo.

«La solidarietà e il volontariato, gente come don Fausto Resmini, il ritorno di un grande interesse dei ragazzi per gli studi. Dopo i fatti di Parigi mia nipote su Facebook ha scritto: “Vedo tanti uomini, ma non vedo l’umanità”. Mi ha fatto male leggere queste cose da una ragazzina. Anche l’ospedale a Bergamo è rimasto bello».

L’aeroporto?

«Diventerà una grande cosa se si farà la fusione con la Sea, finalizzata alla conservazione della struttura industriale oggi esistente».

L’università?

«Nonostante tutto sta crescendo. E sta generando una classe di giovani più preparati di quelli che c’erano prima, più disponibili a studiare i problemi».

Avvocato, come si vede la vita dall’altezza di 80 anni?

«Ci vorrebbe una giornata per rispondere a questa domanda. Lei prenda uno come Cesare Zonca, nato nel ’35, che oggi si guarda indietro: si rende conto di cosa è capitato? In sessanta-settant’anni il mondo è cambiato di più che nei due secoli precedenti. Recentemente l’Istituto per la Resistenza ha pubblicato un libretto che ha in copertina tre bambini con in mano due fucili e un mitra. Il 24 aprile del ’45, mio padre mi diede in mano un mitra proprio come quello e mi disse: “Guarda che può darsi che si debba usare”. Non esiste più quel mondo in cui un bambino a dieci anni doveva assumersi responsabilità enormi. Forse esiste nell’Islam fanatico. Poi siamo andati avanti, giorno dopo giorno: la fame, la miseria, l’uscita dalla povertà, il fanatismo del consumismo, la perdita dei legami familiari. Posso dire di aver visto troppo».

E dopo tutto questo?

«Io sono sicuro che il mondo andrà avanti e progredirà. Quello che è successo a Parigi non mi impressiona minimamente, non mi spaventa né mi preoccupa. La gente che faceva quelle cose lì c’è sempre stata, la storia ne è piena. Questi dell’Isis, poi, sono dei poveretti che vanno col fucile a sparare a gente seduta fuori dai bar. Sono dei miserabili».

Che speranza ha, avvocato?

«Di campare ancora due o tre anni».

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