Un resoconto anche in numeri

La gloriosa battaglia di Lepanto (e la festa che Bergamo fece dopo)

La gloriosa battaglia di Lepanto (e la festa che Bergamo fece dopo)
Personaggi 09 Ottobre 2014 ore 14:13

Che meraviglia, suonargliele di santa ragione! Il 7 ottobre del 1571, a largo di un gruppo di isolette di fronte alla petrosa Itaca di Ulisse, la flotta del resto del mondo (Venezia, Genova, la Toscana, il Papa, la Spagna, e qualche altro) viene a battaglia con quella turca.

Venezia, la Serenissima, non ne poteva più dei Turchi, che le avevano torturato, poi scorticato vivo, poi squartato, poi impagliato, poi messo a penzolare sulle mura il senatore Marcantonio Bragadin, comandante della fortezza di Famagosta, nell’isola di Cipro. Anche il Papa non vedeva l’ora di togliersi di mezzo quei senzadio e il re di Spagna era molto preoccupato, da parte sua, che le navi di quei dannati finissero per scorrazzare anche a largo delle sue coste, rendendo difficili i commerci nel Mediterraneo occidentale.

Alla fine si misero d’accordo: offrirono il comando della spedizione a un bastardo (don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo dell’Imperatore Carlo V felicemente defunto da una decina d’anni, e quindi fratellastro del re Filippo II felicemente regnante), gli consegnarono la bandiera di combattimento nella Chiesa di Santa Chiara a Napoli (quella della canzone famosa Munasterio ‘e santa Chiara), lo coprirono di benedizioni pregandolo di far più danni possibile e lo spedirono contro gli infedeli. Don Giovanni era un bastardo, ma si era già coperto di gloria marinara qua e là per il Mediterraneo e probabilmente il suo invidiosissimo fratellastro fu lieto di vederlo salpare verso una morte, se non proprio certa, almeno altamente probabile. Parentesi: alla fine, dopo diversi anni, lo avvelenerà. Neanche questo è certo, però tutti lo pensarono. Chiusa parentesi.

 

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La flotta della Lega Santa – così si chiamava – parte da Messina, affronta le onde dello Ionio e si riunisce nel braccio di mare tra l’isola di Cefalonia e l’inizio del Golfo di Corinto, dove ci sono delle isolette chiamate Echinadi o Curzolari. Lepanto, che darà il nome alla battaglia, è un po’ distante, all’interno del golfo di Corinto. Quando arrivano le navi con la mezzaluna Don Giovanni fa le cose per bene: manda avanti da sole – fingendo un’imprudenza – le 6 immense (avevano le fiancate molto alte) e armatissime galeazze veneziane, che aprono il fuoco per prime coi loro cannoni. A bordo, invece degli spadaccini d’ordinanza, ha collocato degli archibugieri (diremmo: fucilieri) immaginando che il nemico non sarebbe stato in grado di operare un abbordaggio. Aveva immaginato bene: in poco tempo le bordate miste alla fucileria affondano o mettono comunque in condizione di non nuocere 70 navi rompendo così le maglie dello schieramento originario del nemico.

Alì Pascià, l’allenatore della squadra navale ospite, sbaglia invece tutto: trovatosi al centro dello schieramento di don Giovanni – proprio a fianco della galea al comando di Sebastiano Venier, zio di una fanciulla veneziana condotta schiava nell’harem di Istanbul – decide di attaccare direttamente l’ammiraglia per impadronirsene e uccidere il comandante in capo per demoralizzare i cristiani. Neanche un pivello avrebbe potuto pensare una strategia come quella: il nemico si attacca sempre sul lato più debole. Alì Pascià fu quindi catturato, decapitato nonostante il parere contrario di don Giovanni, e la sua testa fatta ciondolare sull’albero maestro della nave ammiraglia spagnola.

 

 

Fine del combattimento: i turchi si arrendono e iniziano la ritirata.
I numeri della giornata: durata dello scontro: 5 ore.

Perdite della flotta turca: 80 galee affondate, 117 catturate.
Perdite umane (casualties, come si dice oggi) 30.000 tra morti e dispersi.
Danni d’altro genere: sono costretti a liberare 15.000 schiavi cristiani utilizzati ai remi.

Perdite della flotta della Lega Santa: 15 galee.
Perdite umane (casualties): 7.650 morti e 7.780 feriti

Vantaggi ottenuti con la vittoria: fondamentalmente di immagine. Filippo II, infatti, non vuole che Venezia acquisti un’importanza eccessiva sostituendosi ai Turchi nel Mediterraneo. Tutti gli altri si mettono a litigare, tanto che dopo due mesi l’isola di Cipro, spunto occasionale della guerra, torna in mano ottomana e dopo nemmeno due anni (1573) Venezia e il Gran Visir firmano un accordo per spartirsi il Mediterraneo orientale. Ma tant’è: prima o poi bisognava pure dargli una lezione, a quei bastardi, con rispetto parlando.

La battaglia ebbe tuttavia un altro esito memorabile: quando la notizia del trionfo giunse a Bergamo, territorio della Serenissima come si deduce dai tanti leoni sparsi sulle mura – venete, appunto – furono decretate feste che durarono dieci giorni dieci. Non sarebbe una cattiva idea ripristinarle, magari ad anni alterni.
Secondo alcuni storici del tutto inattendibili esse sono all’origine di quella particolare forma di tifo che è il tifo bergamasco: che si entusiasma certo per le prodezze dei suoi, ma soprattutto si rallegra del fatto di suonargliene di santa ragione agli altri.

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