Uno studio della Harvard Business School

Identikit del “collega tossico” Quello che mette ansia in ufficio

Identikit del “collega tossico” Quello che mette ansia in ufficio
Personaggi 28 Gennaio 2016 ore 04:30

Se lo conosci lo eviti. Si tratta del “collega tossico” che si annida nei posti di lavoro e rivela lentamente la sua natura insidiosa. È bene riconoscerlo perché può minacciare lo stato d’animo e perfino la salute dei colleghi, arrivando a causare ansia, depressione e malessere generale. È quello bravo ma invidioso, competitivo e falso, che crea nei gruppi situazioni di ambiguità e di diffidenza reciproca. Ci sarebbero tante espressioni colorite per definirlo, metafore organiche e riferimenti parentali, ma cerchiamo di non perdere la calma.

 

1

 

L’identikit. La lista delle scorrettezze che “il collega tossico” compie è pressoché interminabile. Di seguito solo alcuni degli atteggiamenti che può assumere e che è bene conoscere così da saperlo individuare:

1. Non perde occasione di minimizzare i vostri meriti e limitare le vostre opportunità a suo vantaggio.

2. Se si creano situazioni di difficoltà, preferisce rimproverarvi piuttosto che trovare una soluzione costruttiva.

3. Ricorda in pubblico le occasioni in cui avete deluso le aspettative di capi e colleghi.

4. Non rispetta le vostre esigenze, i vostri tempi, le vostre scadenze.

5. Si concentra esclusivamente sui propri obiettivi.

6. È autocelebrativo, benché spesso in modo sottile.

7. Finge d’essere sempre d’accordo con i superiori durante le riunioni di lavoro.

8. È vendicativo e si rivolge direttamente ai supervisori nel caso sia insorta fra voi qualche divergenza.

 

2

 

Costa all’azienda 12mila euro. Fortunatamente, oggi, come ripreso anche da un articolo di la Repubblica, a smascherare questa mela marcia è intervenuta una fonte autorevole, la Harvard Business School. L’istituto ha condotto un’indagine basata sui costi che oltre undici compagnie statunitensi hanno affrontato per sostituire i dipendenti che hanno dato le dimissioni o sono stati licenziati a causa della presenza di un “collega tossico” nel proprio team. Sulla base di questo calcolo, ogni toxic worker costa all’azienda l’equivalente di 12mila euro, dove un impiegato corretto e leale comporta un guadagno di circa 5mila euro. Ma allora perché vengono assunti? È per via della buona impressione che fanno ai reclutatori in sede di colloquio: mostrano sicurezza e dimostrano d’essere altamente produttivi. E in effetti lo sono. Eppure, a conti fatti, è preferibile un impiegato meno brillante, ma capace di un comportamento di squadra sano e collaborativo.

 

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Come difendersi. I consigli degli autori di questo studio, Michael Housman e Dylan Minor, sono innanzitutto di attrezzarsi già in fase di selezione, evitando candidati troppo ego-centrati e indifferenti al prossimo. Gli strumenti a disposizione non si limitano al curriculum e al colloquio di selezione. Esistono test psicoattitudinali, i social network e i contatti dei precedenti datori di lavoro. L’obiettivo principale resta quello di verificare la loro capacità di empatia e di disponibilità. Nel caso, però, ci si accorga di aver già commesso l’errore di assumere un lavoratore “tossico”, esistono comunque misure di emergenza, come affiancarlo ad un collega più maturo, capace di arginare la sua condotta lesiva o adottare delle politiche gestionali che penalizzino la “tossicità” e incentivino onestà e collaborazione. Ci sarebbero, in verità, anche soluzioni più spicce, ma lo studio della Harvard Business School non ne fa cenno.

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