Il coraggio della paura

23 Novembre 2015 ore 09:30

Perdonatemi: ma a me sembra che siamo diventati tutti matti. Tutti, quindi un po’ anche io, forse.

Però, guardiamo un po’ più da vicino questa storia che “io non ho paura” scritto sui cartelli degli eroi che hanno avuto il coraggio inaudito di uscire di casa a Roma o Milano perché è scoppiata una bomba a Parigi. O quel piano scattato domenica mattina per controllare le borse di chi entra in Piazza San Pietro, che così si creano file lunghe centinaia di metri dove il primo che arriva da una via laterale può fare tutte le stragi che vuole. Per non parlare delle finestre e dei balconi dei palazzi da cui un tempo ci si affacciava per rendere omaggio alle processioni e ora si possono invece organizzare carneficine di taglia S, M o XXL.

Amici, perdonatemi di nuovo: io non ho quel coraggio. Io ho una paura fottuta. Di più: una paura che non data da qualche giorno a questa parte. Data dall’età della ragione. Che forse per me è arrivata un po’ tardi e forse nemmeno tutta, ma comunque è arrivata. Ho paura. Ce l’ho quando attraverso la strada la sera, che una volta al mese (almeno) tra casa mia e il supermercato ci scappa il morto. La tv non ne parla, ovvio: ma tanto quello c’è rimasto stecchito, o storpiato per tutta la vita. Fortunatamente non abito a Roma, dove aspettare l’autobus in periferia ha lo stesso tasso di rischio che si corre a far la guardia a una polveriera in Afghanistan, con le macchine che arrivano a velocità folle filo filo allo sterrato e spazzano via nonne e nipotini, commesse e studenti vari impegnati a fissare all’orizzonte il mezzo dell’ATAC che non arriva. Una strage.

Ho paura per quei delinquenti dei miei nipoti che fanno parcour – quello sport (??) per cui si salta giù dai muri, ci si capriola da un tetto all’altro, si rimbalza sulle reti di recinzione. Per quelli che hanno la fissa del completo di equitazione, che prevede anche il percorso con ostacoli fissi, che se una volta il cavallo ci inciampa sopra c’è verso di far la fine di quelli alla fermata dell’autobus a Roma. I genitori lo devono firmare prima, il foglio in cui è scritto che è uno sport pericoloso. Lo sanno. E anche i nonni lo sanno. E si terrorizzano senza bisogno di pensare ai terroristi d.o.c.g.

Ho il terrore dei vecchietti che stanno tutto il giorno in casa a pensar male del mondo: ho paura che telefonino alla polizia perché dei ragazzi urlacchiano in strada e quelli del 113 arrivano in tenuta antisommossa e li fanno fuori prima che i poveretti facciano in tempo a dire: Io? e che c’entro io?

Vivo nel terrore per gli oltre 5000 (cinquemila#) morti l’anno di malattie nosocomiali, che vuol dire che uno entra in ospedale – il nosocomio, appunto – per farsi l’appendicite e però si prende la polminite stafilococcica (“Lo S. aureus è responsabile di circa il 2% delle polmoniti contratte nelle comunità e del 10-15% delle polmoniti nosocomiali. Persone a rischio aumentato sono i lattanti e gli anziani; i pazienti ospedalizzati e debilitati, in particolare quelli con tracheostomia, intubazione endotracheale e immunosoppressione o sottoposti di recente a intervento chirurgico. fonte: msd-italia.it) perché nel percorso dalla stanza di degenza a quella operatoria le finestre devono rimanere aperte e così l’appendice uno non ce l’ha più e la vita neanche.

Ho paura a prendere la rampa d’accesso o d’uscita dall’autostrada, perché sono in forte aumento (ascoltate FM 103.3 o assimilate, quando viaggiate) gli anziani o gli analfabeti che le imboccano alla rovescia e poi si avviano cantando allegramente contromano per kilometri e kilometri prima di accorgersi di esser loro fuoriposto e non i TIR dei Romeni, i container della Maersk. Ho paura per quelli che vanno in prigione, che se ne impiccano un po’ troppi per essere in un paese civile. Ho paura delle donne che si aggirano tristi per le strade, perché penso che forse un giorno o l’altro il loro ex (o nemmeno tanto l’ex, quanto l’attuale compagno) le butta giù dalle scale o le fa a pezzi. Vivo nel terrore per le persone sole che vogliono risparmiare sul tubo di raccordo del gas, e si tengono quello vecchio e decrepito per anni finché una notte la palazzina sembra che ci siano entrati gli Israeliani pensando che dentro ci fosse un palestinese.

E allora? Allora io penso che la paura sia un po’ come il freddo, come quando chi mi incontra in maniche di camicia o col golfino quando tutti sono intabarrati in scafandri polari mi chiede: Ma lei non lo sente il freddo? Oppure esclamano: È caloroso, il signore (io).

Non è così, amici cari: non è che io non sento il freddo. Al contrario: a me il freddo piace. A me il freddo (la tramontana, l’aria di neve o di gelo) fa l’effetto del sole sulla pelle alle persone che amano il caldo, a cui nessuno chiederebbe: Ma non lo sente lei il sole? Io sento il freddo. Di più: lo attendo, lo spio in avvicinamento per poter avvertire nel naso e sulla pelle il suo ardore pungente. Perché non c’è solo il sole, che brucia: anche il ghiaccio produce ustioni.

Lo stesso vale per la paura. Chi di questi giorni dice di non averla – torniamo all’inizio – secondo me è matto. E chi ci raccomanda di non aver paura, che non c’è ragione di non uscir di casa, che il rischio è minimo, non ha la percezione corretta delle cose. Ma, come il freddo, la paura può essere vinta. Non la si vince dicendo che non c’è ragione di averla. Si vince dicendo che c’è ragione di temere, ma che siamo più forti della nostra reazione istintiva. I nostri soldati in missione di pace, quando escono in ricognizione, pensate che non abbiano paura? Ce l’hanno eccome. Però hanno coraggio sufficiente per tenerla buona come un cane addestrato.

Finalmente abbiamo capito che siamo in guerra. E la guerra non si fa dicendo che non c’è ragione di temere di essere ammazzati. Si fa crescendo nel coraggio, come quei fedeli cristiani che dall’India alla Nigeria fanno chilometri la domenica mattina per andare a messa sapendo che potrebbero né arrivarci né tornare a casa e non si aspettano certo che qualcuno intoni per loro la Marsigliese perché sono anni che vengono falciati a migliaia, che le loro chiese sono fatte esplodere (con loro dentro) e nessuno stadio ha mai fatto nemmeno un secondo di silenzio alla memoria.

Siamo in guerra. Bene: armiamoci di coraggio. Che è qualcosa di più che uscire per strada facendo finta che non stia succedendo niente o che non ci accadrà niente. Armiamoci di coraggio perché la vita – non solo da oggi – lo richiede.

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