La sua vita, le sue imprese

Il grande giorno di Simone Moro

Il grande giorno di Simone Moro
24 Giugno 2016 ore 09:45

Venerdì, 24 giugno, Bergamo ha conferito la cittadinanza onoraria a Simone Moro, l’unico alpinista nella storia ad aver scalato quattro Ottomila in completa stagione invernale: il Shisha Pangma nel 2005, il Makalu nel 2009, il Gasherbrum II nel 2011 e il Nanga Parbat nel 2016. Moro ha raggiunto la vetta di sette dei quattordici Ottomila ed è arrivato quattro volte in cima all’Everest. Pilota di elicottero specializzato nel soccorso in Himalaya, nel 2012 ha effettuato un recupero in long line a oltre 6.400 metri. Pratica il paracadutismo e il Wingsuit Sky dive. L’onorificenza gli è stata consegnata durante un Consiglio Comunale straordinario aperto a tutti, durante il quale l’alpinista ha tenuto una lezione di 30 minuti sulla montagna.

 

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Accompagnamento al curriculum

Wikipedia lo definisce alpinista e aviatore italiano. È nato a Bergamo città, ha quasi 49 anni (classe ’67) ed è sposato con Barbara Zwerger e padre di Martina. Laureato in scienze motorie (110 e lode) ha da sempre una passione sconfinata per la montagna, tutta la montagna: dal Canto Alto all’Everest, magari passando per l’Antartide. Fisico minuto e voce sottile ha iniziato ad arrampicarsi a 13 anni sulle montagne di casa. Ha svolto il servizio militare negli alpini e da professionista ha realizzato oltre 50 spedizioni alpinistiche. Le sue imprese più grandi sono gli Ottomila in invermo, ne ha saliti quattro. Nella stagione più fredda e ostile solo il K2 risulta tuttora inviolato, ma Moro ha promesso alla moglie che non lo scalerà in inverno perché lei, al riguardo, ha avuto un brutto presentimento. Moro riassume la sua filosofia in queste parole: «Non smettere mai di sognare e di tentare ciò che viene considerato impossibile. Esiste solo il quasi impossibile». I suoi valori sono ottimismo, tenacia, perseveranza, umiltà e generosità. Per rendere partecipe delle sue avventure tutti gli appassionati, anche in condizioni estreme non rinuncia a scattare fotografie per condividere la bellezza e le emozioni che si provano sulle cime più alte del mondo. Ha un carattere aperto e positivo e sa riconoscere i suoi limiti: più volte ha saputo rinunciare alle vette, anche quando mancava poco alla loro conquista. Simone sa anche ridere di sé: una volta nella sede della Nike incontrò Phil Knight, il deus ex machina, e non riconoscendolo gli chiese: “Lei lavora da molto in questa azienda?”. Knight rise di gusto e rivolgendosi ai suoi dirigenti disse: “Questo oggi lo voglio a pranzo con me”.

 

L’impresa più bella

Nel 2001 Moro tenta con il kazako Denis Urubko il concatenamento del Lhotse e dell’Everest. La notte prima dell’attacco alla vetta del Lhotse, mentre si trova in tenda a 8000 metri, riceve una richiesta di soccorso per Tom Moores, giovane scalatore inglese caduto dalla parete. Moro decide di partire, in solitaria e in notturna, alla ricerca dell’alpinista. Lo trova ferito, senza guanti e ramponi. Lo lega e tirandolo risale per 200 metri di dislivello per evitare di rimanere esposto alle valanghe, per portarlo poi sino alle tende. Il giorno successivo deve abbandonare la scalata per le troppe energie spese nella notte. Urubko sale in cima al Lhotse da solo, ridiscende al colle Sud, ma poi in segno di amicizia verso Moro abbandona la scalata dell’Everest affermando poi: «Siamo un team, riproveremo insieme». Al ritorno Moro non fa cenno al salvataggio. Lo svelerà l’alpinista inglese. Per questa grande impresa Moro riceve nel 2002 la medaglia d’oro al valor civile e altri riconoscimenti.

 

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I complimenti di Messner

Il 9 febbraio 2009, insieme a Urubko, realizza la prima salita invernale del Makalu (8463)., uno dei sei ottomila ancora inviolati in inverno. La salita è effettuata in puro stile alpino e in condizioni avverse: vento gelido ad oltre 100 km e temperature fino a -40 con 3000 metri di dislivello da superare. Reinhold Messner si è complimentato per l’impresa in un articolo sul La Gazzetta dello Sport: « Il vento che spazza la parete è davvero tremendo e Simone me l’ha confermato. Ma lui e il suo compagno sono stati capaci di salire ugualmente. E soprattutto lo hanno fatto con una spedizione ridottissima, senza aiuti, in stile alpino. Davvero una delle grandi ascensioni degli ultimi anni».

 

L’alpinismo di Moro in poche frasi

«Sto vivendo il mio sogno. Ed è una felicità che mi accompagna sia quando sono in azione sia quando sono in famiglia. Ho raggiunto tramite l’alpinismo la mia serenità».

«Ero un bambino che aveva il sogno di diventare un alpinista. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che non hanno inibito questo sogno, ma mi hanno preparato a crearmi una cassetta degli attrezzi, per essere pronto nel caso in cui il sogno non fosse andato a buon fine».

«99 volte su 100, quando racconto che di mestiere faccio l’alpinista, mi sento rispondere: “Sì, va be, ma che lavoro fai?”».

«Il mondo alpino è una grande arena in cui l’uomo dovrebbe entrare in punta di piedi. Esiste un codice di comportamento che va imparato e rispettato perché sfugge al nostro modo di ragionare abituale, alla logica del “semaforo- cartello” che regola la vita nell’ambiente urbano».

«Cerco di correre mezza maratona al giorno ogni giorno. Le condizioni meteo eventualmente avverse non sono un ostacolo, per me sono solo un test del mio livello di motivazione e determinazione».

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«Ogni ora di allenamento in meno è un’ora regalata all’avversario. Come parte della preparazione alle spedizioni, ogni giorno corro e arrampico su diversi terreni, come roccia, ghiaccio e misto, studio, sogno e organizzo i miei progetti».

«Non ho mai amato molto l’alpinismo solitario. La condivisione dell’esperienza, del fallimento e del successo, regala emozioni più forti e autentiche».

«Gli alpinisti polacchi, che hanno fatto la storia dell’alpinismo invernale, sono i miei ispiratori. Devo molto a loro se ho trovato l’esplorazione autentica “semplicemente”, scegliendo di praticare il mio alpinismo d’alta quota in inverno».

«L’elicottero è per me una passione intensa e travolgente, che unisce il fascino del volo, il richiamo delle vette più alte della Terra e il forte desiderio di aiutare gli altri con entusiasmo».

«Il mondo visto dall’alto e volato come un uccello verso il basso è un incontro. E sentirmi così piccolo mi aiuta a dare la giusta misura a ogni cosa».

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