Ressa ai funerali: «Crimine terribile»

La misteriosa fine di Berta Caceres ambientalista in lotta per gli indigeni

La misteriosa fine di Berta Caceres ambientalista in lotta per gli indigeni
Personaggi 07 Marzo 2016 ore 12:05

«Giustizia! Giustizia!», era lo slogan che più di ogni altro è stato scandito dalle migliaia di partecipanti ai funerali di Berta Caceres, l’attivista e ecologista uccisa nella notte tre il 2 e il 3 marzo scorsi a La Esperanza, in Honduras, a 70 chilometri dalla capitale Tegucicalpa. L’omicidio della donna, che ha dedicato la sua vita alle battaglie ambientaliste per la tutela delle popolazioni indigene honduregne, ha suscitato grande indignazione e clamore in tutto il mondo, con voci di condanna univoche dall’Onu al mondo del cinema. Il suo omicidio è un «crimine terribile», come lo ha definito il presidente del Nicaragua Daniel Ortega esprimendo la sua «costernazione».

L’omicidio. Berta Caceres era la leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), e da anni si batteva per difendere i diritti della sua comunità e per proteggere le terre ancestrali del suo Paese dalla deforestazione e dallo sfruttamento. Nell’ottobre 2014 Berta aveva anche partecipato all’incontro del Papa coi movimenti popolari. È morta all’età di 43 anni, il giorno prima del suo compleanno, colpita dagli spari mentre si trovava a casa sua. Il fratello nel ricostruire la dinamica ha spiegato: «Due killer sono entrati nella casa di mia sorella. Lei, sentendo i rumori, si è svegliata e ha cercato di difendersi, ma gli hanno spezzato un braccio e una gamba. Poi hanno sparato otto colpi di pistola». La polizia ha liquidato l’omicidio Caceres come un tentativo di rapina finito in tragedia, ma secondo chi conosceva bene Berta le cose sono andate diversamente.

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La denuncia. È la madre Flores a puntare il dito contro il governo honduregno, reo di non aver fatto niente per proteggere la vita della figlia, chiedendo che l’omicidio di Berta non resti impunito e che la comunità internazionale faccia pressione sulle autorità affinché siano trovati i responsabili: «Non ho alcun dubbio che sia stata uccisa a causa della sua lotta e che i soldati e la gente della diga siano responsabili. Ne sono sicura». Che il Governo non abbia fatto abbastanza per Berta è un refrain ripetuto anche da Radio Progreso, emittente dei Gesuiti dell’Honduras, che ha accusato senza mezzi termini le autorità dello Stato di corresponsabilità in questa morte.

Il Nobel per l’ambiente. La diga a cui si riferisce la signora Flores è la battaglia più famosa di Berta, quella per cui ha dato la vita e che gli è valsa il Goldman Environmental Prize, una sorta di premio Nobel per l’ambiente, la più alta onorificenza che dal 1990 premia gli attivisti di tutto il mondo che si dedicano alla salvaguardia dell’ambiente. Nella sua vita, questa giovane donna determinata e sorridente, decisa a non chinare mai la testa, ha fermato speculazioni minerarie, contribuito alla nascita di aree forestali protette, vigilato sulle violazioni dei diritti umani e promosso processi di autonomia, istituendo scuole, radio comunitarie, centri medici, antiviolenza e di formazione professionale. Negli anni il suo impegno l’ha portata a essere un punto di riferimento internazionale per i movimenti sociali e la difesa dei beni comuni.

Le motivazioni del premio. Nel 2015 il Goldman era stato vinto da Berta per aver portato avanti, per oltre un anno, una protesta pacifica nei confronti della costruzione della diga del Proyecto Hidroeléctrico Agua Zarca, sul Rio Gualcarque, nell’Honduras Nord-occidentale. Un progetto sostenuto dalla Cina e dalla Banca mondiale, che è naufragato dopo la ferma protesta di Berta e della sua gente. Una protesta pagata con il sangue di molti martiri, morti in circostanze mai chiarite. L’infrastruttura avrebbe distrutto un intero ecosistema nel territorio Lenca, dove si trova uno dei popoli più antichi del Centro America, minacciato dalla costruzione della diga. Erano anni che il popolo Lenca denunciava la violazione del diritto all’acqua come fonte di vita e di cultura, oltre alle vessazioni e alle minacce di imprese, paramilitari e governo. In particolare a rischio c’erano circa 600 famiglie che vivono nella foresta pluviale d’alta quota compresa fra i dipartimenti di Santa Barbara e Intibucà, che fanno approvvigionamento di acqua nel fiume. Sebbene le acque del Rio Gualcarque siano considerate sacre dalla cosmogonia Lenca, e la Convenzione del 1989 sul diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni tutelasse il fiume, il governo, in aperta contraddizione con quel testo, ne aveva autorizzato lo sfruttamento. Più volte Berta Caceres, riferisce la figlia in un video diffuso su YouTube, era stata minacciata dall’azienda che vuole la diga di Agua Zarca.

Più volte considerata pericolosa. Berta era una di loro, era una Lenca e per questo ha deciso di stare a fianco delle famiglie minacciate dalla diga, ben conscia dei rischi che correva, tanto che decise di trasferire le sue quattro figlie in Argentina. Per la battaglia a tutela del suo popolo e della natura è stata accusata di terrorismo, arrestata e perseguitata giuridicamente dal governo. Al funerale il feretro di Berta ha sfilato per le strade di La Esperanza, portato a spalla per 10 chilometri da molti indigeni Lenca che lungo il tragitto hanno scandito con i loro tamburi ritmi afrohonduregni, ripetendo «la lotta continua e non si fermerà» e «Berta è con noi, oggi e per sempre».

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