Omaggio a don Bepo Vavassori

Il più grande dopo Papa Giovanni (dedicata una lapide nel Famedio)

Il più grande dopo Papa Giovanni (dedicata una lapide nel Famedio)
03 Novembre 2015 ore 09:00

Oggi, lunedì 2 novembre alle 14.30, nel famedio del cimitero, il Comune di Bergamo ha dedicato una lapide dedicata a don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo. Don Bepo, scomparso il 5 febbraio 1975, è stato definito “il don Bosco di Bergamo”. La lapide è stata benedetta dal vicario generale monsignor Davide Pelucchi, che poi ha presieduto una Messa nella chiesa di Ognissanti.

 

Nato a Osio Sotto nel 1888, Giuseppe Vavassori, quinto di diciassette figli, fu ordinato sacerdote nel 1912. Operò in alcune parrocchie dell’Alta Val Brembana prima di diventare cappellano delle truppe durante la Prima Guerra Mondiale. Ricevette decorazioni ed encomi per la sua generosità nell’assistenza ai soldati. Tornato dal fronte, fu prima parroco a Olmo Al Brembo e poi direttore spirituale in Seminario. Incaricato dal Vescovo di seguire dodici ragazzi problematici che vivevano nel Patronato San Vincenzo, che allora aveva sede in Città Alta, fece di questo “lavoro marginale” l’opera della sua vita. Rifondò il Patronato, trasferendolo in via Gavazzeni, e nel corso dei decenni accolse almeno trentamila orfani e giovani che non avevano un’istruzione e un lavoro. Fu anche cappellano del carcere e per alcuni anni direttore de L’Eco di Bergamo. Prima e durante la Seconda Guerra Mondiale il Patronato diede asilo a bambini ebrei, a partigiani, a politici di ogni colore che venivano travestiti da preti. Don Bepo venne anche arrestato per questo, tradito da uno dei suoi ragazzi, al quale però non rimproverò mai nulla.

Il Patronato con il passare del tempo allargò ancora di più le sue braccia aprendo centri di accoglienza in diversi paesi della provincia. Per dare una casa ai suoi “figli” che stavano crescendo don Bepo realizzò il “Villaggio degli Sposi”, che oggi è un popolato quartiere di Bergamo. L’ultima sua impresa fu la missione diocesana in Bolivia: a La Paz e Cochabamba fondò “La città dei ragazzi”.

Il segreto di don Bepo era la fede nella Provvidenza che egli vide agire come «una madre che ci culla nelle sue braccia». Molti, anche fra i sacerdoti, si preoccupavano del suo continuo indebitarsi per dar vita a nuove imprese. Lui, sorridendo, rispondeva così: «Se facciamo i conti con i criteri dei ragionieri, che sono criteri umani, a volte diversi da quelli di Dio, non andremo molto lontano. Bisogna sempre lasciare uno spazio alla Provvidenza. Altrimenti come fa a intervenire?». E il vescovo di quel periodo, visto che nonostante le promesse dell’anno prima di non costruire più nulla, al Patronato era sorto un nuovo edificio, a un prete zelante che glielo aveva fatto notare, dopo aver osservato che i debiti erano comunque diminuiti, rispose con riferimento a don Bepo: «È più grande di noi, bisogna lasciarlo fare».

 

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Don Bepo amò e fu molto amato da Papa Giovanni che quando lo ricevette in udienza in Vaticano il 30 dicembre 1960, insieme a molte famiglie del Patronato, volle accoglierlo nella grande sala riservata ai potenti del mondo. «Che improvvisata!», esordì il Papa in dialetto bergamasco: «Venite, vi voglio ricevere qua dove ricevo cardinali, principi e re. Era un po’ che mi chiedevo: perché non viene don Bepo?». La sera di quel giorno, il fondatore del Patronato annotò nel suo diario: “Ci ha fatto sedere sulle poltrone dove siedono cardinali e principi”.

Don Bepo fu la figura di riferimento anche di don Andrea Spada, lo storico direttore de L’Eco di Bergamo, che lo considerò come un padre. Il giorno della morte di don Vavassori, don Spada scrisse un lungo editoriale intitolato “Il nostro don Bosco” nel quale ne ritrasse la vita e definì il fondatore del Patronato “la figura che dopo Papa Giovanni ha più onorato Bergamo in questo mezzo secolo”. Ripubblichiamo quell’articolo.

 

Ieri, alle ore 10.45, vicino all’età di 87 anni, don Giuseppe Vavassori, fondatore del Patronato San Vincenzo della nostra città, ci ha lasciato. E’ una notizia tristissima che ci aspettavamo, purtroppo, da quando venerdì, festa di don Bosco, nel giorno che gli era più caro, l’autolettiga della Croce Rossa lo aveva portato via dai suoi ragazzi smarriti, dopo un collasso che non lasciava speranza; ma questo non attenua minimamente il dolore nostro in quest’ora, di migliaia di giovani e di uomini che lo piangono come fosse improvvisa la scomparsa, di Bergamo che perde la figura che, dopo Papa Giovanni, l’ha più onorata in quest’ultimo mezzo secolo. Senza con ciò sminuire nessuno, si può dirlo con piena verità. E’ il nostro don Bosco, una figura da accostare al Palazzolo, a don Orione, a don Guanella, a don Murialdo, a don Botta, a Padre Orisio, cioè alle grandi figure dei sacerdoti della carità.

La sua vita presenta tutti gli elementi classici delle biografie straordinarie degli uomini di Dio, ma, nel dolore che ci vela gli occhi in questo momento, non possiamo che farne un breve cenno. Tutti del resto lo conoscevamo. Sceso , 48 anni fa con 12 ragazzi dall’antico chiostro del Carmine in Città Alta, senza un soldo, senza una prospettiva, ha creato dal nulla, su una vecchia fornace della periferia di Bergamo, una casa che è diventata una città e si è moltiplicata in altre case nel Bergamasco, in Liguria, in Bolivia. Una enorme moltiplicazione, con tutte le regole delle grandi opere di Dio, del piccolo grano evangelico. Quanti ragazzi hanno trovato qui la loro casa? Un calcolo è impossibile: trentamila almeno. Li ha tirati fuori uno a uno dal dolore minuto della vita, da case in pezzi, da famiglie disfatte, da drammi che solo lui ha conosciuto di miseria e di disperazione.

La sua fiducia nella Provvidenza è stata un capitolo stupendo e inesauribile di cristianesimo vero. Ne sentiva fisicamente la gioia, ha incontrato la Provvidenza un giorno dopo l’altro, quella straordinaria che arrivava nei momenti più cruciali e dalle vie più strane, e quella quotidiana e silenziosa che era diventata al Patronato un’aria che si respirava. Se qualcuno avesse accennato a un dubbio a questo proposito, don Vavassori lo avrebbe guardato con occhio stupefatto, come se fosse davanti a un uomo trasformato improvvisamente in una statua di sale, incredibile, cieco. Il manzoniano “La c’è la Provvidenza!” è stato il sussulto più gioioso della sua vita. Assieme alla sua povertà, al suo distacco. Gli sono passati tra mano miliardi, li ha accolti con l’avidità della fame di tanti bisogni, ma li lasciava scorrere con una letizia francescana tra le dita, senza soffermarsi un attimo, perché sembrava che amasse in definitiva più i debiti che i soldi, perché i debiti erano la fede e il suo patto con la Provvidenza. Nessuno ha dissepolto lentamente un tesoro più di lui e nessuno è rimasto più povero e indifferente di lui alle tentazioni della ricchezza. Quando si è accorto, dopo anni di Patronato, di Bonomelli (ospizio per indigenti, ndr.), di carceri, che il consumismo della nostra società andava imborghesendo la vita, che si attenuava la letizia della povertà, che la Provvidenza veniva sostituita nella società troppo da bravi amministratori, mettendo nel pericolo di un’ombra di crisi la povertà e la carità del Vangelo, pensò alla Bolivia. Nacque il suo sogno missionario.

Il suo amore ai giovani. Abbiamo conosciuto pochi uomini che fossero più padri di lui, intimamente, assolutamente padri. Conosceva uno a uno i suoi ragazzi, e furono decine di migliaia, li ricordava, li seguiva, soffriva e gioiva con loro anche dopo che erano andati via dal Patronato. Per questo era un uomo che restava sorprendentemente giovane anche dopo gli 80 anni. Sognava cose da farsi giorno e notte, la testa gli bolliva di progetti. Vedeva, per una sorprendente rifrazione del suo animo, tutte le cose già fatte e le difficoltà erano il suo stimolo segreto. Era di una lucidità giovanile, un entusiasmo, una gioia che si attaccava come un contagio ai suoi ragazzi. Nessuno di essi e dei suoi collaboratori è riuscito mai ad essere più giovane, fresco, pieno di poesia nella vita e nel bene, di quanto fosse lui. Intelligente e pieno di ascolto, lo interessava tutto. Anche in questi ultimi anni riusciva a parlare con i ragazzi il loro stesso linguaggio. Lasciava dentro a tutti noi una traccia, ogni volta che gli si parlava, strana e misteriosa perché talora non si riusciva facilmente ad afferrare le sue parole, ma c’era e restava profonda. Il suo ottimismo era solido, da uomo robusto e che aveva anche un vivo senso critico. La sua semplicità era la virtù di un uomo che aveva sofferto molto, capito molto, e soprattutto di un cuore grandissimo.

La sua vita di uomo e di sacerdote è stata integra come quella di un innocente. Ma anche la sua pietà, la sua austera vita religiosa non finiva mai di meravigliarci. Non aveva particolari forme: il fatto è che egli era sempre, ogni momento a contatto con Dio, con la Provvidenza, col Vangelo. Il suo discorso non aveva mai cose da cui doveva staccarsi o su cui doveva ritornare. Era tutta preghiera la sua giornata, anche quando girava a ispezionare i contatori della luce e si arrabbiava magari se si sprecava inutilmente un solo soldo della Provvidenza.

La città ha amato questo suo prete straordinario, semplice, coraggioso, che non si è mai concesso, che sappiamo, un solo giorno di riposo in tantissimi anni, che è arrivato ovunque c’era una sofferenza della città. La sua lunga fatica ha avuto, naturalmente, anche i passaggi classici delle imcomprensioni, delle ombre inevitabili attorno alla montagna, che sono la norma con cui la Provvidenza prova i suoi uomini veri. E’ il sigillo, il prezzo. Ma don Vavassori ha attraversato tranquillamente le difficoltà senza un momento solo di sconforto. Gli avevano giovato anche le sue esperienze come cappellano militare e come giornalista, direttore per alcuni anni di questo giornale. Non scriveva articoli, ma il suo istinto del bene comune, la sua conoscenza di uomini e di cose, il suo interesse a tutto quello che avviene, gli avevano fornito un sottofondo prezioso e pieno di vigore alla sua grande impresa.

La straordinaria età, la straordinaria salute di un uomo che era stato fragile fin da giovane e che non si era mai dato pensiero di questa fragilità, quel suo volto nobile, arguto, i modi naturali di un signore con tutti, inalterabili sia che parlasse con una personalità o con un “bonomelliano”, senza una battuta falsa, un passo incerto, l’avevano collocato ormai in un mondo caro e familiare a tutti, di bontà, di vangelo, di forza morale che sembrava incredibile dovesse scomparire. Una personalità, un sacerdote e un educatore, in cui non si finirà mai di guardar dentro e di sorprenderci. Ma, in questo momento, guardiamo soprattutto dentro noi stessi, alla perdita dolorosa che ognuno di noi, che l’abbiamo conosciuto e amato come un padre, misura dentro se stesso, alla perdita di Bergamo, in cui godeva giustamente di un credito anche personale enorme, perché don Vavassori l’ha costruita in mezzo secolo dalla sua parte migliore, stimolandone la bontà, la giustizia, il senso cristiano, la gioia del bene. Bergamo lo ha infatti seguito, sacerdoti e laici hanno percorso con amore la via che egli percorreva, hanno imparato a fare i conti della Provvidenza come lui li faceva, a credere nel bene e a sentirne la stessa poesia. Basta questo a dire quale fiume di bene egli ha tenuto in moto per mezzo secolo nel tessuto di Bergamo, nella sua anima, e quanta sia la gratitudine che si unisce al dolore, in quest’ora di lutto della nostra Bergamo.

(da L’Eco di Bergamo del 6 febbraio 1975)

 

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