Il suo coach: «È il perfetto uomo squadra».

L’italiano tra i mostri sacri della pallacanestro made in USA

L’italiano tra i mostri sacri della pallacanestro made in USA
16 Giugno 2014 ore 16:00

Se quando giocava ancora nella Virtus Bologna qualcuno si fosse lasciato scappare una previsione del genere –  che Marco Belinelli avrebbe vinto un titolo NBA battendo in finale campioni come Lebron James e Dwayne Wade – nessuno ci avrebbe creduto. E invece lui, approdato al campionato italiano quando gli altri due già davano spettacolo –  ce l’ha fatta. Lavorando duro, con umiltà.

Marco Stefano Belinelli nasce il 25 Marzo 1986 a San Giovanni in Persiceto –  meno di 30 mila abitanti, a 21 km da Bologna. Inizia la sua carriera nella squadra della Vis, che passa nei campionati regionali. Nel 1997, a soli 11 anni, viene notato da Massimiliano Milli, allora allenatore delle giovanili della Virtus Bologna, che lo chiama a giocare per lui. La Virtus era tra le squadre più forti del momento.

Dopo aver vinto per due anni consecutivi i campionati regionali – con tanto di nomina a miglior giocatore – a 15 anni inizia ad allenarsi con la prima squadra allenata da Ettore Messina. Tra i giocatori anche Emanuel Ginóbili, attuale compagno di Marco nei San Antonio Spurs.

Nel 2002 –  sempre nelle file della Virtus –  esordisce in serie A e l’anno dopo passa alla Fortitudo, l’altra squadra del capoluogo emiliano. Vi resta fino al 2007.  La sua ultima stagione in Italia lo vede protagonista di prestazioni altalenanti e discontinue: capace cioè a volte di giocare in modo perfetto – tantissimi punti, giocate spettacolari –  in diverse occasioni il suo rendimento sembra spegnersi del tutto: pochissimi i punti, palloni importanti persi, mai in partita.

Nel 2007 –  4 anni dopo gli avversari dell’altra notte Lebron James e Dwayne Wade –  si rende eleggibile al draft NBA e viene selezionato al primo giro con la 18° chiamata assoluta dai Golden State Warriors.

Sembra fatta, e invece no. Nonostante una Summer League (un “campionato” della lega professionistica di pallacanestro organizzata dalla NBA subito dopo il draft NBA) giocata ad alti livelli l’immigrato di San Giovanni in Persiceto fatica a trovare spazio nella squadra. Girano perfino voci di un suo trasloco in D-League, la lega di sviluppo della Nba. Non succederà.

Il secondo anno va già meglio: complici alcuni infortuni a giocatori importanti riesce a trovare spazio in quintetto. La malasorte tocca però anche a lui: a gennaio si fa male alla caviglia (contro gli Indiana Pacers). Rientra qualche tempo dopo, gioca bene, ma alla fine la squadra decide di scambiarlo con Devean George, dei Toronto Raptors. Marco fa le valige. Sa che in Canada lo aspetta Andrea Bargnani.

Chiuso da DeMar DeRozan, Marco non ingrana. Gioca molto, ma i punteggi non brillano. L’11 agosto 2010 la ESPN (l’emittente televisiva statunitense che trasmette sport 24 ore su 24) annuncia lo scambio di Belinelli con Julian Wright, ala dei New Orleans Hornets.

Nella città del jazz è subito inserito nel quintetto (ci sono anche Chris Paul, Trevor Ariza e Emeka Okafor) e  la squadra riesce a raggiungere i playoff. Eliminata al primo turno.

E Marco si trova a spasso. Potendo gestire il proprio cartellino firma con i Chicago Bulls. Gli va bene: pur privi di Derrick Rose i Bulls approdano ai playoff e superano Brooklyn. Marco diventa così il primo italiano a superare un turno di playoff.

Scaduto anche il suo nuovo contratto, alla fine approda alla corte di coach Popovich, a San Antonio. Marco non è uno di quei giocatori che vincono le partite con prestazioni da top player. Ma è uno che quando gli viene data fiducia ce la mette davvero tutta. Nel “sistema coach Pop” –  il clima di squadra creato da Popovich –  si integra perfettamente: non gioca tantissimi minuti, ma quello che gli viene chiesto lo fa alla grande. A fare palate di punti penseranno i «Big Three» Duncan-Ginobili-Parker: a lui tocca ogni volta il compito di azzannare la partita e dare il suo contributo. Fondamentale in molte occasioni.

E poi il trionfo. Vincendo a sorpresa la gara da tre punti all’All-star Game Marco si trova ad essere il primo italiano della storia in vetta al campionato NBA. Nelle finali contro Miami appena concluse – complice anche un momento di forma strepitosa di Patty Mills – la guardia bolognese non ha avuto molte occasioni di farsi notare. Quando è entrato ha però segnato canestri assai pesanti, come si dice.
E così ha trascinato nella terra dei cow–boys tutta l’Italia. Intervistato a fine partita da Alessandro Mamoli ha ringraziato la sua famiglia e i suoi amici. Piangendo ha aggiunto: “Nessuno ha mai creduto in me in questi anni. Ma alla fine ho vinto”.
Grande Marco.

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