Molte famiglie cacciano chi ha subito violenza

Le case di Yanar, speranza per l’Iraq Porte aperte per le donne violentate

Le case di Yanar, speranza per l’Iraq Porte aperte per le donne violentate
30 Novembre 2015 ore 15:05

Yanar Mohammed ha lasciato il suo Paese, l’Iraq, nel 1993. Figlia di padre sciita e di madre sunnita, ha ricevuto un’educazione da architetto, ma sotto il regime di Saddam Hussein non avrebbe mai potuto esercitare la sua professione: «Sotto Saddam non riuscivamo a respirare», dice. È fuggita insieme al marito e al figlio, che agli inizi degli anni Novanta era ancora molto piccolo, e si è trasferita in Canada, a Toronto. La serenità e la sicurezza, tuttavia, non bastavano a Yanar. Non trovava alcun senso nella sua nuova esistenza: «Siete mai stati sbattuti fuori dalle vostre case? Sapete come ci si sente? Si cerca in un modo o nell’altro di riavere indietro il proprio posto». Così, quando nel 2003 il regime di Saddam è caduto, lei è tornata nel Paese natale. La situazione, però, era molto peggiore delle sue aspettative.

 

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I rifugi per le donne di Yanar. Yanar si è messa al lavoro e ha contribuito a fondare un gruppo di sostegno per le donne, la Organization of Women’s Freedom. Si tratta di una rete clandestina di case sicure per le vittime di abusi e di stupri, per le vedove di guerra e per chi è riuscito a fuggire dai delitti d’onore. Al momento la sua rete di accoglienza dispone di cinque rifugi. Vi si trovano una trentina di donne, alle quali viene garantita ogni giorno assistenza medica e psicologica. Alcune di loro sono fuggite dai bordelli e una di loro è stata trovata mentre chiedeva l’elemosina davanti a una moschea. Un’altra ancora è scappata da casa, dopo che suo zio ha tentato di assassinarla. Le case di Yanar non hanno un indirizzo fisso, perché non è mai riuscita a ottenere un’autorizzazione ufficiale dal governo, nonostante i suoi molti tentativi. La mancata “legalizzazione” della sua attività, in ogni caso, non l’ha certo fermata.

Una casa per le sopravvissute dell’Isis. Yanar sta ora aprendo nel Kurdistan un sesto alloggio per le donne, yazidi e non, che sono sopravvissute alla schiavitù sessuale dello Stato Islamico. Una delle ultime donne a essere stata accolta da Yanar è fuggita proprio da una città occupata da Isis, ma le sue quattro figlie sono rimaste indietro. La madre ha perciò deciso di tornare indietro, per negoziare il loro rilascio. In generale, la situazione siriana preoccupa molto Yanar. È abbastanza sicura che, se anche riuscissero a tornare a casa, le loro famiglie le escluderebbero dalle mura domestiche. Teme che potrebbero venire uccise, poiché molti gruppi etnici considerano la violenza sessuale come un disonore insopportabile e “riscattabile” solo con la morte. «Per me, i gruppi islamici estremisti sono come il Ku Klux Klan negli Stati Uniti, o i Nazisti in Germania», ha affermato durante un’intervista rilasciata al New York Times. A una giornalista del The World Post aveva detto: «Vogliamo assolutamente sbarazzarci della più criminale ideologia che tortura ogni giorno le nostre sorelle. Ma vogliamo iniziare un’altra guerra mondiale sulle nostre terre? Certamente no».

 

 

Il discorso alle Nazioni Unite. Grazie al suo passaporto canadese, Yanar viaggia continuamente tra Iraq e Canada e racconta all’Occidente quello che sta accadendo nel suo Paese. Intorno alla metà di ottobre, ad esempio, ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Era molto arrabbiata con le potenze occidentali, perché dopo la caduta di Hussein hanno dato il potere ai conservatori e ai capi tribali, i quali hanno acuito le divisioni etniche e hanno riportato lo stile di vita delle donne indietro di qualche decennio. Le persone, racconta, vendono come schiave le figlie dei vicini allo Stato Islamico, i delitti d’onore non sono quasi mai puniti e attualmente i conservatori iracheni stanno cercando di legalizzare i matrimoni di bambine che hanno appena compiuto di nove anni. «Come possiamo convivere con questo?», si chiede. «I passi indietro non possono essere contati. Sono troppi».

La rabbia di Yanar. Dieci anni fa, le donne irachene avevano avvisato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu del pericolo che correvano nel loro Paese. «Come sarebbe oggi l’Iraq se voi aveste ascoltato quelle invocazioni d’aiuto e se aveste promosso un processo di integrazione per le donne e per le minoranze?», ha continuato Yanar durante la seduta delle Nazioni Unite. La donna ricorda che nei dibattiti di pace non sono mai intervenute rappresentanti femminili e anche in quelli che sono in corso oggi per i conflitti del Libano, della Siria e dello Yemen, i diritti delle donne sono raramente presi in considerazione. Le sue parole sono dure, e dirette. Non usa mezzi termini per dire che gli Stati Uniti hanno installato dei despoti, ai vertici politici del suo Paese.

«Lasciatele vivere». Cogli anni Yanar è diventata un’attivista di spicco, soprattutto grazie ai suoi legami con l’Occidente, in Canada vivono ancora suo figlio e il suo ex marito. Ha contribuito ad organizzare proteste contro la corruzione nel centro di Baghdad e ha parlato apertamente a favore di cause che non sono sostenute nemmeno da molte donne irachene, come i diritti per gli omosessuali. In aggiunta a tutto questo, non si è mai stancata di parlare a favore delle vittime di violenze sessuali, porgendo alle loro famiglie una sola richiesta: «Lasciate che continuino a vivere».

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