La chimera del Ponte sullo Stretto (il solito miraggio demagogico)

10 Ottobre 2016 ore 09:05

Avrò avuto sì e non cinque anni. I miei genitori mi avevano portato alla Fiera Campionaria Internazionale di Messina e lì per la prima volta ho visto il Ponte sullo Stretto. Era un plastico, ma a me bambino sembrava quasi vero, e vere erano invece le cartoline, truccate, che lo ritraevano come cosa fatta. Insomma, la realizzazione del ponte sembrava essere un progetto pronto a tradursi con la semplicità di uno schiocco di dita in solida realtà.

Nel 1955, una cordata di imprese nazionali di spicco, tra le quali Fiat, Pirelli e Italcementi, avevano dato vita alla società per azioni «Ponte sullo Stretto», che si sarebbe dovuta occupare degli studi ingegneristici volti all’effettiva costruzione dell’opera e al necessario adeguamento delle infrastrutture: strade e ferrovia in primo luogo. Si avvicendarono in gran numero esperti e architetti di fama, e in conclusione fu constatata la difficoltà obiettiva di edificare un ponte in una zona notoriamente sismica e su di un tratto di mare attraversato da correnti imponenti. Si fecero calcoli e fiorirono le proposte più ardite e bizzarre: ponte a più campate, sostenuto da cavi, sottomarino. Negli anni Settanta, rieccomi di nuovo ad ammirare in Fiera un intero padiglione dedicato alla mitologica struttura: l’unica campata, promossa dall’Eni e chiamata Ponte d’Archimede.

Sarebbero passati gli anni, chi scrive sarebbe diventato giovanotto, poi adulto e adesso maturo signore. Cos’è mutato in quella terra dove tutto cambi purché tutto resti com’è? Un bel nulla. E credo fermamente, immagino e addirittura prevedo, che un bel nulla regalerà anche il remoto futuro. Un fatto è certo: dell’idea del ponte si sono occupati tutti i possibili Governi della nostra Repubblica, specie nei momenti più delicati e critici, proprio nelle fasi di maggiore instabilità.

Una specie di Santo Graal o la conquista ardita di una pietra filosofale da far luccicare da lontano e far vagheggiare, come il traguardo di uno stato di benessere, altrimenti aleatorio e sfuggente. In poche parole: quando non c’è più niente da inventare, quando il fondo del barile è stato raschiato fino alla sua distruzione e la terra imbratta le dita, si alzano gli occhi al cielo e si pensa al ponte. Una salvifica utopia che dovrebbe permettere al pifferaio magico di turno di portarsi dietro tutti i topi del paese.

Ma i topi nel frattempo sono diventati furbi e non cedono più tanto facilmente a certe lusinghiere melodie da imbonitore di piazza, i topi se ne stanno rintanati, molto adirati, mentre imprecano sul fatto che, prima di pensare a opere così ardite e monumentali, si dovrebbero sistemare strade ferrate e d’asfalto. Sono nato a Messina, conosco la mia città e so qual è la condizione della viabilità: un disastro. La congestione nelle ore di punta è pazzesca, con le vie per di più sventrate dalla linea del tram, preso solo dai pensionati o da qualche extracomunitario, mezzo inadatto alla città e che ha solo complicato (e molto imbruttito) le cose.

Ma immaginiamo per un istante il ponte fatto: dove andrebbero a confluire le migliaia di automobili? Bisognerebbe realizzare urgentemente un raccordo con la “strada panoramica”, che nel frattempo, costruita negli anni Settanta, è diventata obsoleta. Quindi sarebbe indispensabile rifare tutto di sana pianta, naturalmente con molto anticipo. Così come andrebbe adeguata la rete ferroviaria, che com’è arcinoto è dotata ancora di un binario unico, cosa che ai giorni nostri si traduce in perdite di tempo inaccettabili e viaggi allucinanti di ore e ore per fare qualche centinaio di chilometri. E gli svincoli e le strade per chi intende proseguire oltre Messina? E la messa in sicurezza di autostrade e superstrade con viadotti che franano a ogni pioggerella?

Bella l’idea del ponte, anzi magnifica e seducente. Ma quanto poco fattibile, almeno nei tempi che ci appartengono. Un miraggio fantastico che somiglia molto da vicino a un altro, in apparenza più modesto, ma invece vitale. Quello dell’acqua: un bene promesso e fatto vagheggiare a ogni elezione politica siciliana, una pantomima  tragicomica che si è protratta da sempre con i ghe pensi mi di turno e che si è tradotta con puntuali nulla di fatto, mentre l’acqua viene data con il contagocce alla stregua degli elisir e tranquillamente deviata, fatta oggetto di affari criminali, vedi acquedotto dell’Alcantara, di cui ha parlato esplicitamente lo stesso sindaco Accorinti. Eppure, la Sicilia è un’isola che sta sull’acqua, basterebbe scavare e l’acqua affiorerebbe in abbondanza come nei giardini dell’Eden. Lo stesso che in questa terra di volta in volta viene promesso, ormai con molta noia, dai troppo imbonitori da strapazzo di ogni colore che continuano ad avvicendarsi.

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