La crisi come sottofondo Ma intanto la gente si suicida

13 Aprile 2015 ore 10:35

A furia di parlare di crisi ci siamo lentamente abituati come diceva l’imperatore Hirohito a sopportare l’insopportabile e tollerare l’intollerabile. Se ne parla ovunque ormai da tempo e le discussioni da bar come i talk show televisivi imperversano mescolando stili e linguaggi, lambendo il colto e il popolare, però senza aggiungere mai una sola oncia alla soluzione del problema.

Eppure catastrofi del genere vengono da molto lontano, come i tornado caraibici che non si sa bene come e dove esattamente si formino. Si sa che la loro matrice è complessa ed è il risultato di correnti e flussi che agitano aria e maree  fino a nutrire l’evento devastante, si sa che una volta generato questo turbine non si può arrestare in alcun modo. La crisi morde, avanza, divora, inghiotte e uccide. Purtroppo non soltanto in maniera metaforica: la crisi che è rottura di un sistema si getta in modo predatorio sulle sue vittime ed esige sacrifici come un demone cieco, alla stregua di un Moloch insaziabile. La stessa parola viene proprio dal greco antico, significa “separazione” e  implica anche la capacità di saper decidere: chi vive un momento critico lo sa bene, la prima cosa è il senso di impotenza e l’incapacità fattuale di intervenire con una pronta ed efficace risoluzione sui suoi problemi. Lo stallo, la stagnazione e quella mortifera bonaccia così drammaticamente raccontata nel Gordon Pym di Edgar Allan Poe: a poco a poco con macabro e inesorabile stillicidio riesce a far fuori tutto e tutti.

L’uomo è un animale politico, sosteneva Platone, cioè adattabile sempre. Si adatta alle cose e alle circostanze più terribili, agli eventi meno attesi e a condizioni proibitive, piano piano, un po’ come certi topastri di fogna destinati a soccombere per ragioni di insostenibilità e che invece arrivano a fare del liquame nutrimento metabolizzandone positivamente gli effetti. Si parla e si sente parlare di crisi che inavvertitamente ha finito col diventare un inascoltato motivo di sottofondo, una cosa che si respira pesantemente ma che insomma fa parte dell’aria per vivere. C’è e non è possibile farci qualcosa, se ne sente il fiato sul collo ma la si esorcizza alla stregua della morte che ci è compagna ma al tempo stesso ignorata deliberatamente: finché non compie la sua opera. Ignorare, mettere la testa sotto la sabbia per non vedere, stordirsi con “panem et  circenses”, fare tutto come se nulla fosse come ai tempi della peste. E intanto per colpa della crisi la gente muore e uccide. I signori della politica vogliono deliberatamente ignorare l’esasperazione di un Paese come il nostro vessato oltre ogni dire: quando qualunque avvocatello di primo pelo sa benissimo che ciò che si può definire “ultra dimidium” cioè oltre i limiti del giusto mezzo dà luogo a rescissione contrattuale.

La nostra tassazione ad esempio ha di gran lunga superato tra imposte dirette e indirette quella metà contrattualmente etica e il cittadino considerato suddito non ha nessun potere contrattuale, deve soccombere e basta. Deve pagare le cartelle tributarie costi quel che costi, deve alimentare la macchina vorace di uno Stato che nella sua cecità, preso solo da vantaggi di poltrona ha smarrito totalmente la bussola. Non solo, ogni reazione critica viene rintuzzate da mediatiche “voci autorevoli”, uniche ad essere  autorizzate a predicare il verbo che deve fare opinione. Altrimenti sei tarato, da curare, non giri in modo conforme alla ruota che obbliga al senso unico e politicamente prestabilito. Come nel film Fuga di Mezzanotte: tutti i matti devono girare per un verso e se qualcuno si azzarda ad invertirlo viene redarguito dagli stessi malati di mente ormai assuefatti a quel sistema.

Io penso che come diceva Kundera, citando Beethoven, siamo nella fase poco romantica di un costante e imperativo “es muss sein” “così deve essere” e che la situazione che stiamo vivendo ha superato la condizione terribile del dolore acuto per aprirsi a quella spaventosa ed esiziale della sofferenza cronica. Alla quale il nostro di sistema ci sta a poco a poco abituando come chi assume piccole dosi di veleno quotidiane capaci di intossicare però con metodo. Come se fossero ispirati da leggi celesti o da comandamenti mosaici i monarchi della nostra terra decretano quello che è bene o male, giusto o sbagliato, attuabile o meno: purché tutto corrisponda al decreto di protocolli fatti per Stati e statisti, non certo per la gente comune che ancora deve ben capire cos’è il pil, come ci si orienta nel mare magnum delle leggine fiscali, che cosa è veramente “il progetto Europa” e a chi giova davvero il fenomeno migratorio sparato a pompa e senza precedenti.

Da una quindicina d’anni siamo in questa condizione di crisi acuta e feroce, e non se ne esce al di là di proclami e chiacchiere al vento, come se fosse una ragione dettata da metafisiche cause necessitanti, da un incomprensibile “es muss sein”. Ma intanto la gente si suicida perché ha perso il lavoro, perché non riesce a trovarlo nel modo più assoluto, perché è avvilita e non ce la fa a tirare avanti. Così monta la rabbia, l’esasperazione, l’odio delle persone comuni che invece di avere risposte sono tiranneggiate da un sistema che ignora o finge di farlo questi terrificanti stati d’animo ed è solo buono a esigere, a spremere e a infischiarsene tutte le volte che rompe il patto di civiltà democratica con i cittadini. Ed ecco sguinzagliate le “mute di Stato”: voci note che a microfono aperto sono stipendiate per mandare ambulanze e mettere in ridicolo povera gente a corto di parole ma non certo sovente del più elementare buon senso. Ma le zanzare, vanno lasciate libere di fare il loro oculato e chirurgico lavoro: solo agli sprovveduti può sembrare tutto affidato al caso e all’improvvisazione. Le zanzare ronzano, pungono e talvolta infettano a morte: chi le lascia volare lo sa bene per un effetto raggiunto in pieno. Eppure lo spray deodorato in modo scadente della crisi aleggia e c’è chi pensa a qualcosa di simile ai capricci di un tempo sciroccoso e mutevole. Es mus sein. Mus es sein?

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