«I portoni erano spalancati»

Anna Rosa Galbiati, la donna che canta l’anima di Città Alta

Anna Rosa Galbiati, la donna che canta l’anima di Città Alta
10 Gennaio 2018 ore 07:00
In copertina, Anna Rosa Galbiati (al centro) in Città Alta con i fratelli.

 

Anna Rosa Galbiati abita a Tavazzano, in provincia di Lodi, ma è di Bergamo. È nata nel 1938 nella nostra città, ha trascorso gli anni di bambina fra Bergamo, Dalmine e Villa d’Almè. Ma, soprattutto, ha trascorso le sue estati in Città Alta, in casa della nonna, Anita, in via Rocca. Dal ricordo di quelle estati sono nati i racconti pubblicati a cura della biblioteca di Città Alta, novelle deliziose, piccoli spaccati della vita della Città Alta tra la fine degli Anni Quaranta e i primi Cinquanta. La Città Alta che ancora molti ricordano come quella “vera”, cioè quella delle vie percorse da pochi turisti, veri intenditori del viaggio, quelle vie che nemmeno sapevano che cosa fossero le grandi firme, le boutique, le catene di gelaterie, yogurterie, pizzetterie, caramellerie e via dicendo. La città che non era per le élite, ma del popolo, con le poche famiglie nobili che lassù abitavano da generazioni e generazioni. La Città Alta che incantò Le Corbusier.

Lei torna ancora in Città Alta?
«Ci torno appena posso, ci sono sempre tornata, anche se la vita mi ha portato abbastanza lontana. Sono sulla soglia degli ottanta anni, ma di Città Alta ho sempre nostalgia».

Ci racconta perché è così legata a questi luoghi?
«Quando ero una bambina, abitavo con i miei a Dalmine perché mio padre era un responsabile della manutenzione dello stabilimento. Nel 1941 però ci spostammo a Villa d’Almè, da parenti, per via della guerra: eravamo sfollati perché a Dalmine si realizzavano parti delle armi tedesche e già allora si temeva un bombardamento degli Alleati. Ma quando cominciavano le vacanze estive, io andavo da mia nonna, e mia nonna abitava in Città Alta, in via Rocca 11, la casa Piazzini Albani, oggi Armani. È la casa che sta davanti alla piazzola da dove si scorge il campanile di San Pancrazio. Quello era il mio mondo fatato».

 

La Fara in una foto di Carlo Leidi

 

Perché fatato?
«Per noi bambini Città Alta era tutta un parco giochi, senza macchine, senza alcun pericolo. Eravamo ancora piccoli e correvamo liberi per le vie. Eravamo una piccola banda di una decina di bambini, tutti di via Rocca. Correvamo in Piazza Vecchia e giocavamo all’altalena con le catene della fontana Contarini. Correvamo su in Rocca e giocavamo allo scivolo su quella trave di legno della salita all’ingresso della fortificazione, ha presente? L’avevamo fatta diventare liscia e lucida! E poi giocavamo a nascondino e le vie, i portoni erano luoghi preziosi dove celarsi nell’ombra… E poi andavamo a saltare alla corda, a giocare a toc, cioè a rincorrersi… Quando il Campanone suonava le dodici, tutti si correva a casa, a pranzo. L’appuntamento del mattino era sempre verso le 9.30. Alle dodici si smontava e verso le tre ci si ritrovava, fino alle sette. Come in ufficio».

Lei ha vissuto la Città Alta della tradizione.
«Sì, quella popolare. Nella nostra banda di bambini ce n’erano di famiglie povere e di famiglie benestanti. Mi ricordo i bambini della famiglia Tofano, erano simpatici e molto educati, il loro papà faceva la guardia carceraria in Sant’Agata. La loro mamma gli cuciva delle scarpine di pezza e loro correvano velocissimi e noi pensavamo che fosse per via di quelle scarpine leggere… Era la Città Alta prima dello spopolamento e del grande cambiamento».

Il grande cambiamento.
«Sì, è una vicenda nota. Le case di Città Alta erano considerate malsane, si svuotarono proprio tra la fine degli Anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, le famiglie andarono a vivere nei quartieri popolari, nei condomini. Le case si svuotarono, nessuno le voleva più. Poi, dalla metà degli Anni Settanta, le cose hanno cominciato a cambiare, la borghesia si è accorta di questo gioiello, sono iniziate le ristrutturazioni, i restauri…».

 

Vetrine di una volta, in una foto di Carlo Leidi

 

Città Alta è diventato un luogo di élite. Ma non ci sono più le bande di bambini.
«No, i bambini sono pochi. Ma non ci sono più nemmeno tutte le figure caratteristiche che ho conosciuto. Io ho frequentato Città Alta ogni estate fino a quando ho avuto diciassette, diciotto anni, cioè fin verso il 1956. Mia nonna era molto giovane. Si chiamava Anita Combi. Pensi che era diventata nonna a quarantadue anni! Aveva ben dieci fratelli e quattro di loro erano andati a vivere a New York».

E la sua famiglia?
«Mia mamma si chiamava Paola Cornoldi, mio padre Antonio. Noi eravamo cinque fratelli, l’ultima è nata nel 1948. Dopo avere abitato a Dalmine, ci siamo trasferiti a Massa perché la società aveva aperto uno stabilimento anche lì. Ho fatto l’università a Pisa. Altri ricordi bellissimi».

E poi da sposata ha vissuto a Tavazzano.
«Mio marito…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 10 e 11 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 11 gennaio. In versione digitale, qui.

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