La famiglia secondo Francesco (cioè obbedire ai dati di fatto)

05 Ottobre 2015 ore 15:30

Magari è un’idea peregrina, però l’omelia di domenica in apertura dl Sinodo sulla famiglia mi ha suggerito una chiave di lettura dell’avvenimento che potrebbe essere condivisa da qualcuno. Forse è collegata anche all’alluvione in Costa Azzurra perché a quel tempo ci trovavamo in Francia e frequentavamo, per la messa, una comunità di laici consacrati. Una delle nostre figlie, che non stava bene, non ci consentiva di dormire troppo la notte. Il viso di mia moglie assomigliava ogni giorno di più a quello del pugile Mario D’Agata dopo l’incontro con Cohen che gli valse il titolo mondiale: viola, con le occhiaia scavate anziché tumefatte.

Uno dei fratelli della comunità le chiese cosa fosse accaduto. Gli facemmo presente le veglie notturne e lui, religiosissimo, ci spiegò – ripercorrendo nel giro di qualche minuto la storia dai padri del deserto fino a Charles De Foucauld – in cosa consistesse la virtù del sonno, raccomandando a noi coniugi di praticarla come forma di devozione, di fiducia in Dio e di obbedienza ai suoi decreti. Il problema – che evitammo di fargli presente – era che noi non stavamo svegli (vigilavamo) perché volevamo fare come gli antichi anacoreti che usavano un sasso per cuscino in modo da non essere sorpresi dal sonno. Noi avremmo voluto dormire, ma non potevamo perché c’era un dato imponente come un macigno a tenerci desti: un dato che non avevamo dovuto trasportare in camera da letto intenzionalmente: nostra figlia in carne ed ossa.

In America papa Francesco ha detto che la Chiesa deve mettersi alla scuola dalla famiglia. Non deve regolamentare la vita familiare, ma imparare da essa. Deve imparare cosa? L’oggettività inderogabile. La follia – l’ha chiamata così domenica, nell’omelia – di una obbedienza ai dati di fatto, che è molto più che la coerenza rispetto a una scelta. La follia di un rapporto al quale non è possibile derogare perché l’altro – lo sposo – è diventato carne delle nostra carne, è diventato il nostro stesso volto di fronte a Dio che ci ha chiamati ad essere maschio-femmina in questo modo. Il Papa l’ha paragonata alla follia di Cristo che ha dato se stesso, la propria carne, perché capissimo che eravamo una sola cosa con lui.

Allora, questa l’idea che mi è venuta: il sinodo è sulla famiglia. Ma è sulla famiglia per una ragione più vasta che la sola famiglia da curare. O meglio: bisogna curare la famiglia perché nel mondo in cui ci troviamo essa costituisce la sola forma di società – l’unica rimasta – in cui ci si può (ancora, ma sempre meno frequentemente) imbattere in un modo di pensare la propria vita che faccia i conti con l’oggettività imponente dell’altro – figli, coniugi o nonni che siano. Una famiglia fatta così – ha detto ancora il Papa in America – ossia una famiglia fissata (in tutti i sensi del termine, cioè anche un po’ maniaca) sul fatto che l’altro è quodammodo (in certo senso) te stesso, fissata sul fatto che non si può traslocare, abbandonare il campo, mettersi a dormire, quando l’altro è lì che richiede la tua presenza, diventa – nelle intenzioni di Francesco – il piolo, il paletto, il punto trigonometrico fissato al suolo, a partire dal quale l’umanità può ritrovare ciò che ha smarrito: il senso dell’altro che è me. Che consente a me di essere quello che sono.

I nonni, pensa papa Francesco, sono forse quelli che hanno mantenuto più viva la memoria di un modo di pensare il mondo e di vivere i rapporti che faccia appello a questa unità inderogabile – non contrattuale, non scelta (se così si può dire) – di stare con la carne dell’altro. Meglio dunque consentire anche a chi ha tradito questa forma di unità – ma che vorrebbe rientrarvi, che ha nostalgia di ritentarne l’avventura – di riprovarci, piuttosto che abbandonarlo al suo destino di solitudine. In questo modo non potrebbe infatti più svolgere la missione che il papa ha in questo momento assegnato alla famiglia: quella di testimoniare in cosa consista radicalmente l’unità tra l’uomo e la donna (nella messa di domenica la prima lettura riportava alla creazione) e, attraverso di essa, l’unità del genere umano.

Detta brutalmente: i profughi di questi tempi sono come le nostre figlie che ci impedivano di dormire. Non c’è bisogno di grandi discorsi sull’accoglienza e sul sonno, quando una bambina non tira il fiato. Bisogna star lì a tirarle fuori il catarro di gola. Facciamo i turni? tanti minuti tu e tanti io? Balle. Il Signore è morto per noi. Anche noi, dentro e dopo le notti insonni, dentro e dopo tutti casini possibili, possiamo risorgere.

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