Aveva 89 anni

La magistrale lezione sul lavoro di François Michelin, morto ieri

La magistrale lezione sul lavoro di François Michelin, morto ieri
29 Aprile 2015 ore 16:16

Si è spento oggi all’età di 89 anni François Michelin, storico patron dell’omonimo gruppo francese produttore di pneumatici, guidato per 47 anni prima di passare il testimone al figlio Edouard, morto nel 2006 in un incidente in Bretagna. Riproponiamo una sua intervista rilasciata a “Paris Match” e tradotta da “Tempi, in cui l’industriale parte a riflettere proprio dalla perdita del figlio, ma parlando poi a tutto tondo di sé, della sua fede e del lavoro.

 

Nel 2006 suo figlio Edouard è morto, sua moglie nel 2011. Ha vissuto questi fatti come un’ingiustizia?
Il cardinale Lustiger conosceva bene Edouard. Dopo la sua morte, lui ha celebrato una messa nella chiesa di Saint-Sulpice. Ha fatto questa domanda: «Perché Edouard è morto?». E ha citato Cristo, sulla croce, che si rivolge al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Anche lei ha fatto questa domanda?
Certo. E fa molto male. Si pensa ai nipoti, alla fabbrica. Lei lo sa, si piange più su se stessi che sui defunti. Tutto quello che si costruisce crolla, non resta niente. E allora si pone la domanda a Dio e si capisce che la risposta è da un’altra parte.

Quindi c’è una risposta a questa domanda?
Dio dona tutti i giorni la risposta. Non potrebbe essere altrimenti. Io amo questa frase di san Paolo su Abramo: «Sperare contro ogni speranza».

Ci vuole molto sacrificio per reagire così.
È il mistero della fede. Edouard non c’è più, ma resta un senso, la vita di tutti i giorni ha un senso. È la provvidenza… Rifiutare la bontà infinita di Dio sarebbe un atto di orgoglio fenomenale, mostruoso.

La sua fede non si è mai affievolita?
La fede conduce alla nozione di vita eterna. Non si scompare dopo la morte. Lei si rende conto di che cosa significhi questo? È formidabile.

Che voci le arrivano dall’esterno? Ha sentito che i francesi sono in crisi, non si fidano più dei governanti, delle imprese…
Quando si guarda dal finestrino di un aereo e si entra dentro una nuvola, che impressiona fa? Si perde la bussola! E molte persone non vogliono più interrogarsi sul perché ci sono finiti.

La responsabilità è collettiva?
È un po’ colpa dei giornalisti, del desiderio dell’uniformità al politicamente corretto. Mettiamo da parte il nostro desiderio di capire. Oggi si dice: «Sono alla moda, sono moderno». C’è una pigrizia intellettuale. Il buon ingegnere è chi non è mai contento di quello che sa già. La ricetta per rimettere in piedi la Francia è semplice: rispettare la realtà.

Dal 2009 sono state chiuse 1250 imprese in Francia. La nostra industria riuscirà a sopravvivere davanti ad altri Paesi dove i lavoratori sono sottopagati?
Il problema non è la busta paga, c’è gente che lavora molto più di noi. Un uomo che lavora è un uomo che si costruisce e che può esprimere le cose che porta dentro di sé. Meno si lavora, meno cose escono allo scoperto.

Il senso della sua frase è: «Diventa ciò che sei?».
Non è una frase mia ma di Pindaro, un poeta dell’antichità. E anche Nietzche l’ha detto, mi sembra. Lei conosce la storia dei tre portatori di pietre? A tutti e tre viene domandato: «Che cosa stai facendo?”. Il primo risponde: «Porto una pietra». Il secondo: «Faccio una scultura». Il terzo: «Costruisco una cattedrale». Allora, non conta quanto sia grande la cattedrale se le cose hanno un senso. Il dramma della Francia è che ha un ministero del Lavoro e non un ministero dell’Opera. Oggi si sta perdendo il senso delle cose.

Non ci sono più ambizioni?
Non è questo il punto. Perché si lavora in Germania? Perché hanno rinunciato alla lotta di classe e accettato l’economia sociale di mercato. La Francia, no.

Anche la Francia ha una economia sociale di mercato.
Lo Stato non ama la libertà e l’indipendenza. Quando la disoccupazione è comparsa, il presidente della Repubblica di allora ha detto: «Non vi preoccupate, lo Stato ha i soldi». Ma avrebbe dovuto dire: «Bisogna lavorare di più. Se non lo fate, crolleremo».

Quando la Michelin ha avuto delle difficoltà, lo Stato l’ha aiutata.
Sì. Ma noi abbiamo chiesto un aiuto a evitare la crisi, non ad attendere quella che c’è già. Di solito ragionano così: «Si può curare solo chi è malato».

 

 

Ha guidato la Michelin per 44 anni. Oggi ci sono manager che cambiano impresa ogni tre anni. Ci sono ancora veri padroni?
Ma certo! Ci sono quelli che hanno l’idea dell’opera e quindi di una appartenenza, che vogliono fare qualcosa che abbia un senso. Questa è una dimensione che permette di realizzare l’unità in un’azienda. Perché? Perché tutti hanno il desiderio di essere riconosciuti, le cose non funzionano senza gli uomini. Una volta l’inventore del pneumatico radiale mi ha detto: «Se non amate gli pneumatici, andate via. Io ho bisogno di un padrone che ami quello che faccio». Lui aveva ragione, oggi ci sono dei finanziatori che non sanno più che senso ha l’uomo.

Chi ha preso il potere oggi?
La finanza conta molto. Quando penso a come viveva mio nonno, capisco che i soldi fanno molto comodo, ma che se non si fa attenzione sono come una droga. Mio nonno mi ha detto alcune cose che io ho custodito: la verità e la realtà sono più grandi di te e i soldi sono dei servitori, mai dei padroni.

Molti capitali hanno lasciato la Francia. Bernard Arnault ha acquisito la nazionalità belga per ragioni fiscali. Che cosa ne pensa?
Anche noi abbiamo lasciato la Francia, ma in un altro modo. Non si riusciva più ad esportare dalla Francia, bisognava quindi fabbricare sul posto. A me sarebbe piaciuto esportare dalla Francia come i tedeschi esportano dalla Germania. Ma quando dei giovani ingegneri in Francia non riescono a ottenere quello a cui hanno diritto, poi si stufano, ci sono cose difficili da accettare…

Pensa alla supertassa del 75% sui salari alti?
Quella è proprio una sciocchezza! Non si rendono conto di ciò che stanno per uccidere. Quando voi sentite un ministro che disprezzando un giovane padrone dice: «Come, monsieur, voi volete fare soldi?». Tutta la storia della Francia è fatta di persone che avevano i soldi e hanno costruito cose nuove. I soldi stanno a un uomo onesto come il pianoforte a un pianista.

 

 

Non ha mai pensato di entrare in politica?
Ho spesso tentato di spiegare agli altri la mia esperienza di industriale e gli errori che non bisognava fare. Ma ho il rifiuto per come la realtà è vista nel mondo della politica. La realtà, per loro, è essere rieletti. Non sono tutti così, per alcuni è veramente una missione. Pompidou era uno di questi, e anche Pinay, un realista.

Ma lei non ama più di tutti Mitterand?
Abbiamo le stesse iniziali! Apprezzo le persone che hanno senso della realtà e che cercano di comprenderla. Era un umanista coi fiocchi, Mitterand! Certo, ha fatto delle cose che non mi trovano d’accordo ma il modo in cui lavorava è ammirevole.

Da un anno, per la prima volta, la Michelin è guidata da qualcuno che non appartiene alla famiglia.
E allora? Prima di tutto ci sono state molte persone di alto livello che sono state manager della Michelin, e non tutte della famiglia. Ma avevano il senso degli uomini? Avevano il senso della materia? Pensavano che il cliente è il vero padrone dell’azienda? Questo è l’essenziale. La casa e la famiglia Michelin, guardando ai fatti, ha sempre funzionato. Ma questo approccio alla vita industriale, Jean-Dominique Senard, l’attuale manager, ce l’ha.

 

 

Ma non le piacerebbe uno dei suoi nipoti al comando?
Mi rifiuto di pensare a queste cose perché non c’è niente di più terribile per un bambino che sentire un altro che ha delle idee su quello che dovrà fare in futuro.

Ma lei stesso non è stato indirizzato a lavorare in azienda da suo nonno?
No. Lui ha guardato, come con tutti i suoi nipoti, come ragionavamo, come eravamo…

E lei fa così con i suoi nipoti?
Pare che anch’io sia un po’ così, sì.

Che cosa tramanda loro?
Le cose essenziali che ho ricevuto: la realtà, la verità. E che non si può mai fare a meno degli uomini e che non si può non amare ciò che si fa.

Se avesse 20 anni oggi, a che cosa si dedicherebbe? Pneumatici o nuove tecnologie?
Quello che resta di una vita è ciò che si apprende sugli uomini. L’uomo, ecco la cosa più importante.

 

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