The Babe Face Assassin

La parabola perfetta di Steph Curry Da eterno secondo a primo dell'Nba

La parabola perfetta di Steph Curry Da eterno secondo a primo dell'Nba
Personaggi 06 Giugno 2015 ore 02:30

Alle prime ore di venerdì 5 giugno s'è giocata Gara-1 della Finals Nba della stagione 2014/2015. Di fronte Golden State contro Cleveland, ovvero Steph Curry contro LeBron James. Al termine di una partita che è parsa una battaglia, sono stati i Warriors ad imporsi sui Cavaliers per 108 a 100. La prima pagina di questa attesissima sfida s'è chiusa dopo un tempo supplementare, in cui i Warriors sono stati più lucidi e più squadra. Curry ha messo a referto 26 punti, ma ha perso la sua sfida personale con LeBron, che di punti ne ha fatti 44 e ha trascinato, praticamente da solo, la squadra fino all'overtime. Ma è solo la prima gara. Secondo capitolo domenica, all'Oracle Arena.

 

Stephen Curry, LeBron James

 

«Per prima cosa e prima di tutto devo ringraziare il mio Signore e Salvatore Gesù Cristo, per avermi benedetto con il talento per giocare a questo sport». Sono le parole con cui Stephen Curry ha iniziato il suo discorso alla cerimonia di premiazione come miglior giocatore della Nba 2014/2015. Parole consone allo spirito americano, fin dai tempi della nave Mayflower. E di quel viaggio, Curry condivide religiosità e spirito d'avventura.

Stephen Wardell Curry, playmaker dei Golden State Warriors, ha 27 anni, è originario di Aakron ed è uno dei più forti giocatori del mondo. 24 punti, 7.7 assist e 4.3 rimbalzi di media a partita, senza contare le 286 triple segnate: sono le cifre con cui quest’anno ha guidato Golden State al miglior record della Lega (67-15, migliore di sempre per gli Warriors) e alle Finals Nba, nella serie iniziata la notte del 4 giugno (o meglio, alle prime ore del 5 giugno) contro i Cavs di LeBron James. Come per i padri pellegrini però, il suo cammino non è stato affatto privo d’insidie. Proviamo a raccontarvelo, partendo dall’inizio. Anzi, da ancora prima.

 

[Sonya Adams e Dell Curry, mamma e papà di Steph]

 

"We’re second, we try harder". C’è un altro episodio della cultura americana che incarna alla perfezione la parabola di Curry. È il 1962 e Paula Green, che lavora per una compagnia di noleggio d’automobili, realizza una pubblicità che il magazine Advertising Age classificherà poi come una tra le dieci più importanti mai ideate. La AVIS non è l’azienda più grande sul mercato, ma alla Green viene l’idea di usare proprio questo aspetto come un punto di forza: non siamo la prima compagnia, quindi ci prenderemo cura di voi con ancora più attenzione. “We’re second. We try harder” diventa così il loro motto.

Anche Stephen è "second": è figlio di Dell Curry, che nella Nba ha giocato da professionista per anni. Dell gioca quasi tutta la carriera agli Charlotte Hornets, dove si ritaglia un ruolo da protagonista per le sue eccellenti abilità al tiro, che lo consacrano tra i migliori tiratori da 3 del suo tempo. Chiuderà in carriera con il 40 percento da fuori dalla lunetta (28esimo di ogni epoca), vincendo anche il premio di miglior sesto uomo della Lega nel 1994. Stephen prende così la palla in mano fin da piccolissimo. Quella del padre è una figura con cui dovrà fare i conti e confrontarsi per tutta la carriera, che sarà costellata da una serie di porte sbattute in faccia e di fallimenti, di sconfitte e di nuovi tentativi (“try harder”) dai quali Curry rinasce ogni volta più forte.

I suoi primi anni nel basket, nonostante i geni, non sono quelli di un predestinato. Nemmeno il fisico lo aiuta: Curry, a 16 anni, è ancora piccolo, mingherlino. Pesa 60 chili e non arriva al metro e settanta. Tira in modo orribile. Ma Curry non demorde e passa tutta l’estate con il padre, lavorando sul tiro anche 6-7 ore al giorno, tanto che dopo gli allenamenti fatica perfino a muoversi. Piange, più volte è sul punto di mollare. Ma il padre lo sfida a resistere, dice che i frutti del lavoro pagheranno più avanti. Try harder, Steph. E Curry non è uno che si arrende. Il ragazzo cresce, migliora la tecnica, mette qualche chilo e negli ultimi anni di high school guida la sua squadra a tre titoli di Conference. Ma non basta. Ritenuto forse ancora inadatto a livello fisico, Curry viene snobbato dai top team. Arriva un rifiuto anche dal College in cui sognava di andare, quel Virginia Tech già alma mater dei suoi genitori. Anche la madre, infatti, ha un passato da ottima atleta. Si chiama Sonya Adams Curry e da ragazza ha vinto il titolo statale sia con la squadra di basket che con quella di volley alla Radford High School in Virginia, ottenendo una borsa di studio alla Virginia Tech. Curry non viene invece accettato e approda così a Davidson, alla corte di coach McKillop, che lo segue da tempo e stravede per lui. Altri allenamenti molto duri, altra fatica. Durante le sessioni più intense il coach dei Wildcats sta a bordo campo a sventolare una bandiera bianca, in segno di sfida: volete arrendervi? Curry, ovviamente, non molla e anzi, tries harder.

 

Stephen Curry, Clint Capela

 

L'assassino. Il lavoro ancora una volta paga: la fase finale del torneo NCAA 2008 sarà ricordata come il momento in cui tutto il mondo sportivo aprirà, anzi spalancherà gli occhi su Steph Curry e su una delle più incredibili avventure sportive di una squadra underdog (sfavorita), i suoi Davidson Wildcats. Al primo turno affrontano Gonzaga: 37 punti di Steph e vittoria. Al secondo turno c’è la corazzata Georgetown, numero 2. Sotto 43-27 nella prima frazione, Curry segna 25 punti nel solo secondo tempo e la sfida finisce 74 a 70 per i Wildcats. Il turno successivo è contro Wisconsin, che viene demolita 73-56 con 33 punti di Steph. La storia è già scritta: Davidson raggiunge le Final Eight per la prima volta dal 1969 e affronta Kansas, la favorita per il titolo. Le rosse casacche dei Wildcats rimangono in partita fino alla fine, trascinati da 25 punti del figlio di Dell. Perdono 59 a 57 all’ultimo tiro, che Steph, raddoppiato, concede al compagno libero, Jason Richards. Jason sbaglia, Kansas vince la partita e proseguirà fino alla vittoria. Davidson e Steph fermano la loro folle corsa, ma l‘allenatore avversario dirà: «Non ho mai visto nessuno andare on a roll (che si potrebbe tradurre con “segnare a ripetizione”, ndr) come ha fatto Curry nelle prime 3-4 partite del torneo».

 

https://youtu.be/3k8G73GU210

 

Il volto di Curry ha ancora le fattezze del ragazzino, ma la sua parabola cestistica è ormai vicina all’apice: il tiro, un tempo la falla che rallentava il suo gioco, è ora l’arma con cui uccide ogni difesa. Da qui si guadagna il soprannome di Babe Face Assassin, l’assassino col viso da bambino.

Next Steph: la Nba. Settima scelta assoluta al Draft del 2009, seconda miglior matricola dell’anno nel 2010, infortuni e doppia operazione alle caviglie nel 2012, i primi Playoff nel 2013, l’All Star Game nel 2014, l’MVP e le Finals nel 2015. A 7 anni di distanza da quell’ultimo tiro contro Kansas, quel viso da bambino è oramai il volto simbolo della Nba. Volto simbolo fuori dal campo, dove quell’aria da bravo ragazzo (che sposa la fidanzata conosciuta a 15 anni) sembra essere la nuova immagine che la Lega vuole dare di sé; volto simbolo dentro al campo, dove è semplicemente lo spettacolo più bello che oggi la Nba possa offrire. Per capire come un atleta con quel tipo di fisicità possa dominare un gioco tanto potente e brutale viene in mente la descrizione che David Foster Wallace fa di certi atleti ne Il tennis come esperienza religiosa. Lo scrittore ritiene che ci siano infatti rari protagonisti dello sport, come Federer, Michael Jordan e Muhammad Ali, che paiono sempre muoversi per il campo o sul ring con la leggerezza di chi non è soggetto alle leggi della fisica, potendo coniugare così un innato senso artistico alla supremazia sportiva. Stephen Curry è uno di quelli.

 

 

Tutto parte dalla sua capacità di tiro, talmente rapido ed efficace da costringere le difese a sbilanciarsi per contenerlo e procurandogli così vantaggi in termini di spazio-tempo, vantaggi che Curry sfrutta andando a canestro o servendo i compagni. Sport Science ha misurato che quando è in corsa, dal palleggio Steph riesce a fermarsi e a scoccare un tiro in soli tre decimi di secondo, rendendolo totalmente imprevedibile. Dopo soli 6 anni di Nba, Curry è già considerato uno dei migliori tiratori della storia, se non il migliore. I numeri a volte tradiscono, ma con Steph sembrano lasciare spazio a dubbi: negli ultimi 3 anni ha stabilito due volte il record di triple segnate in una stagione, prima 272 e quest’anno 286. È stato il giocatore più veloce della storia a raggiungere le mille triple segnate in carriera, impiegando 369 partite contro le 457 di Dennis Scott, secondo. La sua percentuale di tiro da 3 punti in carriera è del 44,1 percento, dietro solo a Steve Kerr (il suo allenatore oggi) e Hubert Davis, che però erano giocatori di secondo piano, specialisti che vivevano dei tiri da 3 prodotti dal gioco di squadra e dai passaggi dei compagni. In questi Playoff Curry ha polverizzato altri record: ha segnato 73 triple in 15 partite, distruggendo il primato di Reggie Miller; ha segnato almeno 5 triple in 5 gare consecutive, impresa mai riuscita a nessuno; ha segnato 20 triple nel 4-0 contro i Pelicans (record per una serie di 4 partite); ha realizzato 26 triple nel 4-2 contro Memphis, record Nba per una serie di 6 partite. Potremmo andare avanti all’infinito con aneddoti e numeri, ma non ne avremmo neppure lo spazio.

 

Stephen Curry, Trevor Ariza, Dwight Howard

 

The White Mamba. Per comprendere pienamente la figura del Curry fuoriclasse, dobbiamo aprire il capitolo Brian Scalabrine. Questo cestista è una figura di riferimento, una sorta d’icona underground, tra i più fedeli adepti del basket Nba. Pur essendo sempre stato in campo un giocatore di seconda fascia (ad esser generosi), Scalabrine si è costruito un proprio personaggio e la relativa notorietà destreggiandosi tra istrionismo e autoironia, fino a meritarsi il soprannome di White Mamba, facendo il verso a quello attribuito ad uno dei predatori più letali di questo gioco, The Black Mamba, al secolo Kobe Bryant. Quando giocava nei Chicago Bulls (2010-12), Scalabrine condivideva il campo con uno dei migliori tiratori che siano mai esistiti e che tutt’ora calca il parquet in quel di Atlanta: Kyle Korver. Korver è forse l’unico giocatore in attività che viene preso in considerazione in alternativa a Curry come miglior tiratore da tre punti. Scalabrine, divenuto nel 2013 assistente allenatore proprio a Golden State, al primo incontro della stagione raccontò che Korver, a fine allenamento, preparava cinque postazioni fuori dalla linea dei tre punti, tirando dieci volte da ognuna, andata e ritorno, per un totale di 100 tiri. Scalabrine disse di aver visto Korver segnarne ben 99 su 100 una volta e di come riuscisse a metterne di media più di 90. In pochi a Golden State gli credettero, ma Scalabrine non ritrattò, e anzi, aggiunse: «Curry è il miglior tiratore dal palleggio che abbia mai visto, ma tirando da fermo, Kyle Korver è il numero uno». Nonostante tutto, ancora una volta, second. Curry, riporta Scalabrine, non ha mai digerito quelle affermazioni e forse non lo ha mai del tutto perdonato. Quello che è certo è che da allora, da quel racconto, Curry si ferma dopo ogni allenamento e prova anche lui quei 100 tiri.