Intervista col mister goriziano

Il modulo vincente di Reja «Prima di tutto gli uomini»

Il modulo vincente di Reja «Prima di tutto gli uomini»
Personaggi 27 Marzo 2015 ore 17:23

«Possiamo scendere in campo con il 3-5-2, con il 4-4-1-1, con il 4-3-3 o con qualsiasi altro modulo, ma nulla conta mai tanto quanto le motivazioni. Sono uno schietto, sincero e leale. I miei giocatori devono sentirsi tutti considerati perché si può essere importanti per tutte le partite per 90 minuti o solo per 10 minuti nella gara decisiva: se uno risponde presente, merita tutta la mia considerazione. Si chiami Maxi Moralez, Denis o chiunque altro». Edy Reja mastica pane e calcio. Lo abbiamo incontrato per questa intervista mentre lavora verso la sfida al Torino, per capire come ha trovato il gruppo, che risposte sta avendo dai giocatori. Negli occhi c’è ancora la gara di Napoli che, secondo il tecnico goriziano, poteva chiudersi con il bottino pieno. Nonostante l’inferiorità numerica.

«A Napoli pensavo di vincerla». «Dopo che siamo rimasti in 10 ho visto un’Atalanta ancora migliore – racconta Reja -. Appena dopo il rosso, ho provato a mettere i ragazzi a 5 in difesa. Con il passare dei minuti mi sono accorto che difendevamo dentro l’area di rigore, e quindi ho pensato a D’Alessandro nel 4-4-1 per alzare il baricentro. Pensavo di vincerla alla fine, anche dopo l’1-1. Nonostante l’occasione di Hamsik ho visto una squadra reattiva, vogliosa e con grandissima determinazione: dobbiamo ripartire da quell’atteggiamento, è questa l’Atalanta che voglio durante la gara».

Il gol di Pinilla. Il rosso a Gomez sembrava una condanna, la Dea però è passata in vantaggio e lì Reja si era illuso che l’impresa fosse possibile. «Al gol di Pinilla – spiega – ho pensato che dovevamo portare a casa il risultato a tutti i costi. A Napoli, per strappare punti devi fare gol: la squadra di Benitez ha un potenziale offensivo enorme, prima o poi una rete la segnano. Dopo un po’ ho guardato l’orologio, mancavano cinque minuti alla fine: ce la facciamo, ho pensato. Fossero arrivati tre punti sarebbe stato fondamentale. Ma ci prendiamo il pareggio e andiamo avanti con fiducia».

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Cosa non è andato bene? L’analisi però non può fare a meno di considerare ciò che non ha girato del tutto. «In fase difensiva dobbiamo migliorare qualcosa, sicuramente. Numeri a parte, abbiamo un atteggiamento che non mi piace molto: prendete il gol di Zapata, Hamsik non può mettere un cross in quel modo. La squadra era già dentro l’area ad aspettare il pallone. Dovevamo aggredirli prima. Stesso discorso per il tiro di Hamsik in pieno recupero. Dobbiamo aggredire e stare più alti, e c’è un dato che testimonia questo tipo di atteggiamento: l’Empoli, squadra che mi piace tantissimo, si muove compatta in 30-35 metri e ha messo in fuorigioco gli avversari finora quasi 150 volte. L’Atalanta 28 in tutto il campionato. Siamo troppo lunghi, dobbiamo lavorare per ridurre i 60-65 metri che ci vedono oggi occupare il campo».

Subentrare da allenatore. Sentirlo parlare è un piacere, l’esperienza nel suo caso è una grande virtù. In nemmeno tre settimane all’ombra di Città Alta ha già fotogratato bene la situazione. «Quando subentri è fondamentale avere alle spalle una società forte, organizzata. Nella mia esperienza è successo quasi sempre, a parte qualche rara occasione. Ho sempre pensato al bene della squadra, all’obiettivo e non ai soldi: mi è capitato di lasciare contratti e stipendi sicuri perché il contesto non mi convinceva fino in fondo. Ho settant’anni e non ho mai fatto contratti biennali: a me interessa il progetto, la situazione, la prospettiva». A Bergamo, quindi, ha trovato pane per i suoi denti: «Società, strutture e staff tecnico sono di primissimo livello. Gente preparata, tutti che hanno molto chiaro il proprio ruolo e lavorano al massimo per l’obiettivo comune. Vi assicuro che non è semplice trovare in Italia società organizzate come questa, ci sono tante realtà che possono sembrare grandi se si guardano da fuori e che invece dentro non sono così ben strutturate ed organizzate come quella nerazzurra».

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Capitale umano. Prima gli uomini e poi i moduli. Il Reja-pensiero è chiarissimo. «Non ho un modulo particolare, in tre gare ho cambiato tre volte e non è detto che non succeda ancora pure contro il Torino. Ogni settimana valuto l’avversario, valuto gli uomini a disposizione e decido. Domenica prossima mancherà Gomez, che in questo momento è uno dei giocatori che sta meglio. Al di là di tutto vedo una reazione particolarmente positiva nei ragazzi. Mi seguono tantissimo, ogni stimolo e ogni attività viene recepita dal gruppo con intensità e questo mi lascia grandissima fiducia. I giocatori sono ben pagati e devono lavorare, ma il segreto è far sentire tutti parte del progetto. Tutti, nessuno escluso».

Come sta la squadra? Ma in che condizione è l’Atalanta dal punto di vista fisico? «Credo poco ai report e alle misurazioni, quello che conta sono l’intensità e il rapporto tecnico con il pallone. Puoi anche correre meno degli altri se sei compatto e coordinato nei movimenti. Poi ci sono ruoli come quello degli esterni che richiedono gamba e tanta freschezza. In quella zona abbiamo gente come Dramè, Zappacosta ma anche Estigarribia, che fortunatamente è tornato. Mi piace molto, è un giocatore che corre tanto, cerca la porta e la vede. Credo che ci possa dare una grossa mano, dobbiamo recuperarlo al meglio e sono sicuro che potrà essere preziosissimo. Per le caratteristiche del gruppo a Bergamo si può fare il 4-2-3-1, abbiamo esterni e giocatori di qualità che possono fare la differenza, come pure Emanuelson».

«Sportiello può ancora migliorare». Reja ha quasi 70 anni eppure la sua attenzione sui giovani è molto alta. «Con una condizione di classifica migliore potremmo lanciare molti più giovani. Abbiamo dei ragazzi della Primavera quasi pronti, si stanno allenando con noi e vedo ottime cose. Grassi è nel gruppo, Baselli è un giocatore importante che per caratteristiche si può assimilare più a Marchisio che a Cigarini: ha buonissime doti, bisogna lavorare e migliorarlo. E poi Sportiello: per me può addirittura migliorare. Ha un potenziale enorme, ho dimostrato tanta sicurezza e personalità. Giocatori di quell’età e di questo livello non ce ne sono, ha forse sbagliato una volta in tutto il campionato: è bravo, può migliorare un po’ ad esempio giocando con i piedi. Se la squadra alza il baricentro, il portiere diventa un libero: in allenamento cerchiamo di coinvolgerlo anche nelle partitine per aiutarlo».

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La scelta dello staff. Le ultime battute, dopo oltre mezz’ora di piacevole chiacchierata, Edy Reja le concentra sulla scelta del suo staff e sul finale di stagione. In una serie A dove i tecnici si muovono sempre con il proprio entourage, il neo-tecnico della Dea è quasi una mosca bianca: «In passato ho avuto Viviani e Bollini ma in questa avventura non potevo coinvolgerli. Quando ho visto il curriculum di Sergio Porrini ho chiesto di incontrarlo e di andare avanti con lui. Gli allenatori di oggi si muovono in team, io preferisco seguire tantissime partite e cerco di tenermi sempre informato. Anche quando sono fermo. Lavagnette, pizzini, appunti: io riguardo le partite e poi parlo con i giocatori».

E il pubblico? Alla fine della serie A mancano 10 partite, 6 delle quali si giocheranno a Bergamo. L’aiuto del pubblico? La spinta vera, per tutti, deve arrivare dalla squadra in campo. «Sei partite a Bergamo su dieci – conclude il tecnico nerazzurro – saranno importantissime ma dovremo essere noi ad accendere la piazza. La paura di andare in B c’è a tutti i livelli, retrocedere qui sarebbe un delitto e noi dovremo essere bravi a trascinare tutti. Impegno, voglia ma anche qualche bella giocata, qualche soluzione che allieti il palato degli esteti: quella atalantina è una tifoseria molto attaccata alla squadra, dobbiamo coinvolgerli. È fondamentale: per me, per la squadra, per la società e per tutta la città».

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