Un libro la racconta

L’affascinante storia delle spie

L’affascinante storia delle spie
Personaggi 08 Agosto 2018 ore 09:15

È di pochi giorni fa la notizia della spia russa che per più di dieci anni ha lavorato sotto copertura nell’ambasciata americana a Mosca, avendo meeting regolari con membri del Federal Security Service, la principale agenzia segreta russa. Esistono, allora, ancora le spie? Che conseguenze hanno le azioni di intelligence sulle decisioni politiche nazionali? Quali sono gli errori più comuni?

Un libro con tutta la storia. Queste alcune delle domande affrontate nel libro The Secret World: A History of Intelligence che ripercorre due millenni di storia dello spionaggio a livello internazionale, provando anche a spiegare quanto quest’attività sia sempre stata un pilastro nella definizione delle strategie delle grandi potenze, a partire dal II secolo ac, quando in un trattato indiano sul governo già si faceva menzione della necessità di un servizio di spionaggio. La volontà di raccogliere informazioni utili come la conoscenza della situazione dei rifornimenti del nemico e le tattiche di guerra sono, infatti, sempre state cruciali per decidere come svolgere le operazioni militari. Lo faceva Venezia negli anni del rinascimento così come l’Inghilterra della regina Elisabetta, quelli che poi sarebbero diventati gli Stati Uniti e la Francia del grande Napoleone. Una storia continuata poi con la crescita del terrorismo legato a motivi religiosi negli anni ottanta e novanta, fino alla trasposizione digitale delle agenzie di intelligence dei giorni nostri.

 

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Gli stessi errori e le stesse conquiste. Scritto da un professore emerito di storia contemporanea dell’Università di Cambridge, questo libro è il primo tentativo di delineare la storia dello spionaggio globale, mostrando anche come una serie di comportamenti e errori siano stati ripetuti nel corso dei secoli. I decodificatori di Bletchley Park, l’agenzia di spionaggio di maggior successo durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, non sapevano che i loro predecessori avevano già decodificato i codici di Napoleone e quelli dell’Armata Spagnola, in partenza verso la conquista della Gran Bretagna. Il valore di un’azione del genere, del resto, non sta tanto nell’appropriarsi della “cassetta del mestiere” del proprio nemico, quanto nel fatto di poter riconoscere una serie di connessioni e azioni di intelligence avviate su più largo raggio (comprese quelle nei confronti dei propri alleati). La stessa cosa, con metodi diversi, succede oggi con i software maligni e gli strumenti usati per intrufolarsi nei sistemi informatici, avere accesso a informazioni top secret e manipolarle.

 

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Il doppio gioco. Il lavoro della spia, però, nasce da una contraddizione: chi intraprende questo mestiere si trova a dover coniugare la difesa del proprio Paese, vista come una vera missione di vita, con un’esistenza di menzogne e sotterfugi, un dualismo che ha spesso portato molte spie a decidere di fare marcia indietro. Tra loro il famosissimo Donald Mclean, diplomatico e agente segreto britannico che scelse poi di passare al servizio di Mosca, entrando in quella che fu definita “la banda di Cambridge”, i magnifici cinque che agirono negli Anni Trenta come doppiogiochisti, trasmettendo importanti informazioni dei servizi britannici all’Unione Sovietica. Una vita non facile, la loro, sospesa tra i sospetti britannici e quelli di Mosca.

Non capire i propri errori significa ripeterli. Questa, probabilmente, la lezione del libro di Christoper Andrew, che fa notare anche come negli anni non si sia necessariamente arrivati a dei miglioramenti, citando come esempio le attività di intelligence del presidente Wilson dopo la prima guerra mondiale, non comparabili, secondo l’autore, a quelle utilizzate da George Washington durante la guerra che segnò la nascita degli Stati Uniti d’America.

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