Bergamo gli dedicherà un impianto

L’allenatore dell’Atalanta che salvò decine di ebrei

L’allenatore dell’Atalanta che salvò decine di ebrei
Personaggi 28 Gennaio 2016 ore 03:30

Lo chiamano “lo Schindler del Catania”, perchè fu alle pendici dell’Etna in cui trovò la sua città italiana d’adozione e perchè proprio in Sicilia ricordarono per primi il suo terribile destino, anticipato da gesta profondamente nobili sul lato umano. Géza Kertész, però, è passato anche da Bergamo dove allenò la Dea e sfiorò la promozione in massima serie.

Profeta nel Sud Italia. In Italia ci arriva a metà degli anni Venti, quando uno stragrande numero di allenatori ungheresi si dirige verso la penisola. La prima meta è Carrara, dove, curiosamente, verrà sostituito da Imre Payer, tre volte tecnico dell’Atalanta. Al Sud trova maggior spazio fra terza e seconda serie fino a vincere il campionato di Serie C con il Taranto nel 1937. Nel 1938 i nerazzurri puntano al ritorno in Serie A e si affidano al coach magiaro che, nel frattempo, è diventato uno dei sostenitori del “Sistema” (o WM), ovvero lo schema con 3 difensori, 4 mediani e 3 punte introdotto da Herbert Chapman in Inghilterra. Assieme a lui, arriva dalla Roma, in prestito, un ragazzo diciassettenne al quale Kertész dà immediatamente grande fiducia: Amadeo Amadei, futuro centrattacco di Roma, Inter e Napoli.

 

[Una formazione dei primi anni Venti del Ferencvaros allenata da Kertész]

2. Kertész e il Ferencváros

 

La promozione sfumata a Bergamo. Nonostante il “Fornaretto”, come verrà simpaticamente chiamato nella capitale, l’Atalanta faticherà molto a trovare la via del gol e sarà probabilmente questo a fare la differenza al termine del torneo. L’Atalanta ingrana la quarta nel girone di ritorno ed inanella una serie di vittorie importanti, anche se due arriveranno a tavolino per intemperanze del pubblico a Casale Monferrato e Vigevano. Il colpaccio di Firenze del 7 maggio (3-0 con reti di Scategni, Nicolosi e Cominelli) sembra il preludio alla promozione con quattro giornate d’anticipo, ma si rivela un incredibile boomerang. La Dea, infatti, perde 4-1 a Vercelli e non va oltre il pari con Anconitana e Spal: la promozione si decide all’ultima giornata nello scontro diretto interno con il Venezia e basterebbe un pareggio per ritornare dopo solo un anno in Serie A. Il gol di Pernigo, nel secondo tempo, premia i lagunari ed il sogno promozione termina, così come termina l’esperienza bergamasca di Géza Kertész.

Sulle panchine delle due romane. Il tecnico magiaro, però, raccoglie i frutti di quanto seminato a Bergamo e troverà prima una panchina alla Lazio e poi a Catania. Nel 1942, infine, viene richiamato nella capitale, questa volta per sostituire Alfréd Schaffer, suo connazionale e artefice dello scudetto di pochi mesi prima. Schaffer rientrerà in Ungheria per poi allenare il Bayern Monaco fino alla morte improvvisa, sopraggiunta durante un viaggio in treno in Baviera a guerra appena conclusa. La guerra è anche la ragione per cui Kertész deve abbandonare la Roma, perchè nel frattempo il torneo nazionale è stato sospeso e presto la sua Ungheria sarà invasa dalla Germania nazista dopo l’armistizio separato di Horthy, poi destituito dal golpe di Szálasi.

Ritorno in Ungheria. Già nel 1943, però, il coach è ritornato a casa e siede per la prima volta sulla panchina di una squadra ungherese: allena l’Ujpest in uno dei pochi campionati mantenuti attivi, nonostante il conflitto. Passa un anno e la vita nella capitale è terribile: il regime delle Croci Frecciate, l’assedio dell’Armata Rossa alle porte della capitale ungherese e la deportazione degli ebrei diventano un peso insostenibile per Géza Kertész, sulla cui attività, però, scende un alone a metà fra il mistero e la leggenda, perchè, di ciò che accade nei suoi ultimi mesi di vita, non è rimasto in piedi praticamente nulla.

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Dallam, gli allenatori-partigiani. Gábor Andreides è uno storico ungherese, ma è anche un appassionato di calcio italiano e ha dedicato un libro ai 78 allenatori magiari che stazionarono in Italia fra gli anni Venti e Trenta, portando il calcio nazionale a vincere due mondiali, di cui uno proprio a scapito dell’Ungheria, nel 1938. Cosa accade nel 1944 fra gli allenatori ungheresi? «Va detto innanzitutto che la storia non è chiara nemmeno per noi ungheresi, ma è plausibile che grazie ai contatti con Tóth-Potya, che in precedenza aveva allenato l’Ambrosiana Inter e la Triestina, Kertész entrò a far parte di questa rete clandestina che si opponeva ai nazisti chiamata Dallam, che in ungherese significa Melodia». E come mai questa storia è rimasta sconosciuta? «Queste persone, anzi, questi che non esito a definire eroi, erano un gruppo piuttosto raro nell’Ungheria dell’epoca, perchè la maggior parte degli oppositori alle Croci Frecciate e ai Nazisti erano simpatizzanti di sinistra ed erano vicini all’Unione Sovietica, mentre i componenti di Dallam erano liberali e conservatori, appartenenti alla borghesia cittadina o alla piccola ala filobritannica dell’esercito. Ad esempio Tóth-Potya era un ufficiale di complemento dell’aeronautica». È possibile che le loro imprese siano state tenute nascoste dal successivo regime comunista? «È possibile che anche per questa ragione la storia ungherese sia stata costretta a dimenticarsi di questi personaggi e dico con profondo dolore che le vicende di Dallam siano tutt’oggi fra le meno conosciute».

I ponti di Budapest. Il compito dei componenti di Dallam è simile a quello dei diplomatici dei paesi neutrali: protezione degli ebrei rimasti a Budapest e condannati a rimanere nel ghetto sino alla deportazione in Polonia e Germania, consegna dei salvacondotti per chi cercava rifugio nelle case delle legazioni straniere e supporto alle truppe e ai servizi segreti dei paesi in guerra con la Germania, come ad esempio Stati Uniti ed Inghilterra. Si adopereranno, purtroppo inutilmente, anche per salvare dal bombardamento il ponte Francesco Giuseppe, ora conosciuto come Ponte della Libertà.

 

[Le tombe di Kertész e Tóth-Potya]

3. Tombe Kertész Tóth Potya

 

A una settimana dalla resa. «Il gruppo a cui appartenevano Kertész e Tóth-Potya venne tradito da alcuni delatori e molto rapidamente vennero fatti prigionieri», racconta Andreides. Nel 1980, ancora in epoca comunista, venne pubblicato su un’enciclopedia storica il resoconto dell’attività clandestina di Tóth Potya: il 6 dicembre venne prelevato dalla Gestapo (e si presume, con lui, anche Kertész) e venne processato per alto tradimento. I due, assieme ad altri oppositori ungheresi e tedeschi, conosceranno la morte lo stesso giorno, il 6 febbraio 1945, all’interno del Palazzo Reale di Buda, che in quel momento ospitava la sede del ministero dell’Interno, dopo numerose torture. Meno di una settimana dopo le truppe tedesche abbandoneranno il castello ed il 13 febbraio la città si arrenderà alle truppe sovietiche. Nel 1946 i due allenatori furono sepolti, l’uno accanto all’altro, nel cimitero di Kerepesi a Budapest. A dare l’ultimo saluto a Géza Kertész fu la figlia Kata, che ricoprì di bara la terra durante una commossa cerimonia funebre.

La scelta del Comune di Bergamo. E nel Giorno della Memoria anche il Comune di Bergamo ha scelto di ricordare Géza Kertész, proponendo l’intitolazione di una struttura sportiva all’ex-tecnico magiaro. «Non dimentichiamo che l’allenatore ungherese fu allenatore dell’Atalanta nel 1938», spiega l’assessore allo sport Loredana Poli, «un luogo che porta il suo nome in città, frequentato soprattutto da giovani, può rappresentare un vero avamposto della memoria e della testimonianza dell’eroico impegno di Kertesz contro il nazismo a favore della vita». A questo punto la proposta sarà inviata alla Commissione Toponomastica del Comune, che avrà il compito di vagliare nelle prossime settimane le strutture sportive disponibili e scegliere la più adatta.

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