UNA PRESENZA TIPICA DELLE VALLI BERGAMASCHE

L’aquila reale, totem delle Orobie

L’aquila reale, totem delle Orobie
02 Luglio 2014 ore 16:36

Se si vuole vedere l’aquila reale non è necessario alzarsi presto. Basta alzare lo sguardo nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio, durante le ore più calde della giornata. L’aquila perlustra il proprio territorio veleggiando senza grande sforzo, sorretta dalle correnti termiche ascensionali date dal riscaldamento delle rocce.

Oggi il numero di aquile nidificanti sulle Orobie è non meno di undici coppie. Ognuna di queste coppie è stabile, nel senso che rimane unita quasi per l’intera vita (l’aquila reale può raggiungere anche i trent’anni d’età) e possiede un territorio stabile, che viene prima colonizzato in assenza di altri esemplari e successivamente difeso fino alla morte. Considerato che la maturità sessuale a fini riproduttivi viene raggiunta non prima dei cinque anni, si stima che sulle Orobie volino non meno di trenta esemplari, subadulti compresi. Questi, raggiunta l’età adulta, dovranno trovare un partner con cui colonizzare un habitat libero.

 

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L’aquila reale (Aquila chrysaetos) è l’animale totemico per eccellenza, che popola da sempre sia le montagne bergamasche che l’immaginario collettivo. Rappresentando forza, rapacità, nobiltà, è stato ed è presente come simbolo in molte culture (basti pensare alle legioni romane, al cappello degli alpini, a molte bandiere europee).

 

 

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Oggi l’aquila reale occupa l’intero arco alpino lombardo, tant’è che possiamo avvistarlo durante una qualsiasi escursione, dalla Val di Scalve all’alta Val Brembana, anche se fino alla metà del secolo scorso era annoverata tra le specie nocive, potenziale predatore del bestiame da alpeggio, motivo per cui ha subito un abbattimento indiscriminato e ha sfiorato l’estinzione sulle Alpi. Il suo sostanziale ritorno sulle nostre montagne è legato principalmente a due ragioni. Prima di tutto, a una mutata condizione socio-economica dell’agricoltura montana. In secondo luogo, a un più generale regime di tutela, che ha portato a una maggiore sensibilità nei confronti della bellezza e del valore ecologico di questo animale, che è al vertice della catena alimentare delle nostre montagne, il soggetto certificatore dell’alta naturalità di un ambiente. L’aquila ora non viene più vista come un antagonista, piuttosto come un elemento di elevatissimo pregio del paesaggio alpino, poiché la sua presenza garantisce che la biodiversità dell’habitat in cui vive è assolutamente integra.

Per questo le Orobie possono vantare non meno di undici coppie nidificanti di aquila. La tranquillità e l’ampiezza dei luoghi e l’ampia disponibilità di prede (principalmente le marmotte) fanno sì che trovino qui da noi il loro ambiente ideale. E difficilmente potremo vantare un numero maggiore di coppie, dato che le nostre montagne hanno ormai raggiunto il massimo della loro capacità portante, cioè la possibilità di un territorio di sostenere una specie.

 

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Dopo l’accoppiamento, l’aquila nel mese di marzo depone sempre due uova a distanza di circa una settimana l’una dall’altra. È l’aquila femmina che sceglie il nido in cui deporre le uova, dopo che il partner ha allestito tre o quattro nidi su diverse pareti rocciose, sempre a una quota più bassa rispetto agli areali di caccia (solitamente dei pascoli alpini) per ovvie ragioni di comodità nel trasporto della selvaggina catturata. Si creano così dei siti di nidificazione particolarmente felici e sfruttati che possono avere anche duemila anni. Nascono quindi ad aprile due aquilotti, uno maggiore e uno minore. In una situazione di ottima disponibilità alimentare tutt’e due i fratelli riescono ad arrivare all’involo, ma normalmente ciò non avviene. Un mese di maggio molto piovoso, per esempio, costringe le marmotte a rimanere nella tana, i genitori non riescono a reperire sufficiente cibo e, dunque, il fratello maggiore preda il fratello minore cibandosene (cainismo).

L’involo avviene proprio in questi primi giorni di luglio. Finalmente gli aquilotti hanno raggiunto l’età per abbandonare il nido e provare le prime maldestre esperienze di predazione sotto la guida dei genitori. Rimarranno con loro fino ad autunno inoltrato, poi saranno costretti ad abbandonare il territorio natale e a diventare nomadi fino al raggiungimento della maturità sessuale, quando a loro volta troveranno un partner e conquisteranno un territorio. Perché, come canta Battiato, le aquile non volano a stormi.

 

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