Il marito lavorava alla Dalmine

Laura Pedrinelli, un secolo di sorrisi «Sorella di un sindaco Dc, ma io…»

Laura Pedrinelli, un secolo di sorrisi «Sorella di un sindaco Dc, ma io…»
Personaggi 04 Settembre 2018 ore 11:55

Entrando nella sua casa, in via Sabbio a Dalmine, ci sono ancora i palloncini con il numero 100, un po’ sgonfi, ma resistenti anche alla canicola di questo torrido agosto. Sono i residui della festa che lo scorso 23 luglio i parenti di Laura Pedrinelli hanno organizzato per festeggiare il suo secolo di vita. Nata nell’estate del 1928 a Sforzatica Santa Maria, perché il Comune di Dalmine non c’era ancora, Laura era la quinta di sette figli. Suo padre faceva il postino «Poi quando è andato in guerra lo ha sostituito mia mamma», racconta la signora, che nonostante l’età è ancora lucidissima. Dove ha frequentato le scuole elementari? «A Sforzatica». «Non le hai fatte a Dalmine le scuole, mamma?», chiede la figlia Silvana. «No, fino alla quarta ero a Sforzatica, solo all’ultimo anno sono andata a Dalmine». Non le sfugge nulla, ricorda ogni particolare.

 

 

«Una delle mie sorelle è morta a 17 anni di tifo, poverina. Un altro, Flavio, è stato in Russia e per fortuna è tornato. È stato anche sindaco di Dalmine», racconta. Poi svela un segreto: «L’éra u capét de la Dc, ma me e la me mama an s’era socialiste (Era un capetto della Dc, ma io e mia mamma eravamo socialiste, ndr)». Chissà quante discussioni politiche in famiglia! «No, no, non glielo dicevamo. Ricordo che andavamo a votare all’asilo vicino a casa nostra, adesso non c’è più, ci hanno fatto un parco, e la mia mamma mi chiedeva: “Tu cosa voti?”, e io “Voto per i Socialisti”, “E alura pò a me”, rispondeva lei». Laura ride divertita a questa rivelazione. Finita la quinta elementare, la signora Pedrinelli è rimasta a casa ad aiutare la madre per qualche anno, dato che erano in tanti in famiglia e c’era molto da fare. «Poi, in tempo di guerra, per tre anni sono andata a Milano, lavoravo alla Innocenti, facevamo le bombe, limavamo il bocchino con il tornio. Arrivavo fino a Verdello in bicicletta, insieme ad altre ragazze, poi prendevamo il treno, facevamo anche la notte. Una volta mi sono addormentata e mi sono svegliata che ero già a Bergamo. Mi sono incamminata a piedi verso Dalmine e per fortuna è passato un conoscente che mi ha caricato sulla canna della bici e mi ha portata a casa». «Ti fidavi però mamma», dice ridendo Silvana. «Eh ma lo conoscevo, se no mica salivo», replica Laura.

Alla fine della guerra, le operaie della Innocenti rimasero a casa e Laura cominciò un nuovo lavoro. Sempre in sella alla sua bicicletta, si faceva 35 chilometri per raggiungere una cascina della Bassa, dove andava ad acquistare degli stracchini che poi rivendeva. «Io non avevo paura dei tedeschi – dice – avevo paura dei fascisti. Una volta mi hanno fermata e mi hanno rubato tutti gli stracchini». Laura nel ’46 si sposa con Antonio Crivena. «Siamo stati morosi per un po’. Non lo avevano mandato in guerra perché lavorava alla Dalmine. Il giorno del bombardamento non era nello stabilimento per puro caso. Avrebbe dovuto fare la mattina, ma un suo collega gli aveva chiesto se poteva cambiare il turno. Lui aveva accettato e così si è salvato. Il collega invece è morto». Laura e Antonio hanno avuto cinque figli: Milvio, che non è sposato e vive insieme alla mamma, Silvana, Osvaldo, Angelo e Giuseppe. Con tanti figli e i genitori da accudire, Laura ha lasciato il lavoro e si è dedicata alla famiglia. «Vivevamo vicini, nello stesso cortile, poi quando la mamma è morta il papà è venuto a stare in casa con noi». Quanti nipoti ha signora? «Pochi, ne ho solo quattro. Non sono neanche bisnonna, ma il mio primo nipote si sposa tra poco». Antonio è morto vent’anni fa, «quando io avevo 80 anni – spiega Laura –. Però l’ho tenuto qui tanto malato, l’ho accudito per molto tempo». Insieme alla signora Pedrinelli e al figlio, vive Rossana, la badante, che ormai è diventata una di famiglia. «È bravissima, tanto paziente, mi vuole proprio bene, è premurosa».

 

 

Per l’occasione Silvana ha rispolverato una vecchia valigetta piena di foto di famiglia: i Pedrinelli al completo prima della guerra, Laura e suo marito, Laura da giovane e poi insieme ai suoi figli ancora bambini, poi da ragazzi. È la prima volta che Rossana vede queste foto e le commenta divertita. Milvio ne prende in mano una di quando era militare. «Qui ero a Napoli. Non mi ricordavo di questa fotografia». Laura trascorre la maggior parte della giornata sulla sua poltrona, in soggiorno. Tra le mani ha il telecomando del climatizzatore: «L’aria condizionata è la mia salvezza, non so cosa avrei fatto in questa estate così calda». Trascorre il tempo guardando un po’ di tv e leggendo il giornale, «anche se faccio fatica perché ci vedo poco. L’età è quella che è». In occasione del centenario i figli le hanno organizzato una grande festa: «Eravamo in 18, tutta la famiglia riunita, è stato molto bello – dice Silvana –. È venuto anche don Claudio a farle gli auguri». «Ah sé, chel preostù», ribatte Laura, commentando la stazza del parroco di Sforzatica. Della festa resta una bellissima fotografia: Laura davanti a una grande torta, con in mano una bottiglia di spumante, circondata dai suoi cinque figli e con un grande sorriso sul volto. Lo stesso che l’ha accompagnata per un secolo.

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