Compie cento anni

Leica, storia di un’icona Un secolo in trenta scatti

Leica, storia di un’icona Un secolo in trenta scatti
Personaggi 11 Ottobre 2014 ore 11:30

 

Asma santa, quella dell’ing. Barnack. Oskar Barnack. Che di mestiere faceva il responsabile delle ricerche sui microscopi alla Leitz di Wetzlar, in Germania, nei primi anni del secolo scorso. Stefan W. Hell, il docente del Max Planck Institut di Göttingen che qualche giorno fa si è meritato il Nobel per le sue scoperte nel campo della microscopia ottica nanometrica, in fondo viene da lì. Non c’è come i Tedeschi, per l’ottica.
Di microscopi l’ing Barnack si occupava in ditta, dunque: ma nel tempo libero amava fotografare il mondo. In quegli anni la fotografia era un gesto fondamentalmente atletico, muscolare.
Chi ha presente le immagini del nostro Vittorio Sella (forse il più grande fotografo di montagna di tutti i tempi) in Alaska (1897), sul Ruwenzori (Uganda, 1906) e K2 (1909) sa che muovere l’attrezzatura fotografica era un problema non da poco: pesavano da maledetti le macchine, i treppiede, le lastre in vetro. L’ing. Barnack aveva l’asma e dunque la sua passione doveva procedere a scartamento ridotto.

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Nel frattempo stava muovendo i primi passi il cinematografo, come si diceva allora. E l’ing. Barnack riuscì a costruire per la sua ditta – era il 1912 – una cinepresa con pellicola di 35mm, che sarebbe poi stato lo standard fin quasi ai giorni nostri. Fino all’avvento del digitale.
Fu promosso capo dei progetti di sviluppo della Leitz. E a questo punto ebbe la folgorazione che avrebbe cambiato la vita del pianeta: usare la pellicola emulsionata (il film) cinematografica in una macchina fotografica maneggevole, leggera, da tenere in borsa o nel tascone del giubbotto.

Il cinema è importante in questa storia anche perché sappiamo tutti che sullo schermo l’immagine è più grande che nella pellicola, mentre in quegli anni la stampa finale era quasi sempre delle stesse dimensioni del negativo, ossia della lastra. Si chiamava stampa a contatto. Barnack pensò invece che le immagini registrate dalla macchina (i fotogrammi), una volta sviluppate, potessero essere ingrandite a piacere in camera oscura. Nacque così quella che alcuni anni dopo si sarebbe chiamata la Leica, che significa Lei-tz (la ditta) più Ca-mera (macchina fotografica). Era il 1914.

L’ultimo passo verso la perfezione (una caratteristica del marchio) l’ingegnere lo fece portando lo standard cinematografico verticale (24 x 18 mm, il 4:3) a 24 x 36 mm (2:3, il doppio) e ruotando la pellicola in orizzontale. Ci siamo passati tutti, per il “formato Leica”.

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Le cose sembravano andare per il meglio, quando, a pochi mesi dall’invenzione, scoppiò la Guerra, che costrinse a rimandare la produzione commerciale di questo «trastullo da borsetta per signore» (i futurologi non mancano mai di dire la loro con competenza) fino al 1924. L’anno dopo, alla fiera di Lipsia, fu presentata la prima Leica di serie (il modello A, in mille esemplari, perché nel commercio è bene andarci coi piedi di piombo), che aveva ancora l’obiettivo fisso. La Leica con obiettivi interscambiabili (Leica C) venne qualche anno dopo e l’innesto a vite degli obiettivi sarebbe durato fino a dopo il 2000.

E il mondo cambiò faccia. Non saremmo quelli che siamo se gli ufficiali tedeschi non fossero stati dotati di quelle macchinette che dovevano ricordarne la gloria e ne hanno invece fissato per sempre l’infamia. Non avremmo – dello sbarco alleato in Normandia – le immagini “appena fuori fuoco” scattate dall’inviato Robert Capa in acqua sotto il fuoco nemico, come non avremmo, di lui e della sua compagna Gerda Taro, le foto della guerra civile in Spagna.
Non avremmo i reportages dell’Agenzia Magnum, fondata nel 1947 dallo stesso Capa assieme all’inarrivabile Henri Cartier-Bresson, a David Seymour e altri. Non avremmo le immagini di viaggio dei ragazzi della beat generation, sempre con la loro camera al collo, neanche fossero turisti tedeschi sulle nostre spiagge.
Fa piacere che nella Gallery di cento fotografie organizzata per i cento anni di questo aggeggio meraviglioso compaia, tra i grandi di tutto il mondo, il nostro Gianni Berengo Gardin. La sua FSE 398 è una delle più strepitose immagini di tutti i tempi. Peccato che, invece, manchi un ricordo di Jacques Henri Lartigue. Forse non usava la Leica? Ma sì che l’usava, ci mancherebbe altro.

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