Quando girava in Rolls Royce

È morto l’elegante, adorabile signor Antonio Cembran

È morto l’elegante, adorabile signor Antonio Cembran
Bergamo, 24 Marzo 2020 ore 15:00

È morto oggi, 24 marzo, nella sua casa in via Verdi, Antonio Cembran, uno dei personaggi più originali che Bergamo ha conosciuto. Aveva accanto la moglie Maria Teresa. Protagonista delle cronache mondane tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, un anno fa ci aveva rilasciato questa intervista. Ci mancheranno la sua aristocratica intelligenza, la sua ironia e la sua vena artistica a commento delle vicende politiche. 

di Paolo Aresi

«Guardi, Romilda era bellissima, direi che fosse più bella di Sofia. Sofia era un tipo che stava molto sulle sue, anche perché suo marito, Carlo Ponti, era gelosissimo. Alle feste, alle cene si vedevano soprattutto la mamma e la sorella. La mamma, Romilda, aveva una carica di forza, sensualità, sentimento tutte napoletane». Antonio Cembran parla in questa sala che sembra parte di un museo, seduto sulla poltrona dai cuscini damascati, davanti al tavolino barocco, dorato. Intorno, bambole di porcellana, dipinti antichi, vasi smaltati, tappeti, il pavimento di legno. Cembran, ottantacinque anni, una salute che non è mai stata di ferro, vive da decenni nel cuore di Bergamo, al principio di via Verdi, ma lontano dagli sguardi: la sua casa è una villa costruita nel 1948, ben protetta da siepi e alberi, pressoché invisibile dalla strada. Parla con eleganza, si esprime con gesti misurati, utilizza vocaboli aristocratici, lontanissimi dal quotidiano visto per strada, in tv o, peggio, sui social.

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Lei è di famiglia nobile, per anni è stato fra i protagonisti delle cronache mondane dei rotocalchi tra gli Anni Cinquanta e Sessanta.

«No, no, protagonista no. Il fatto è che trascorrevo la mia vita a Cortina d’Ampezzo e sono una persona socievole. A quel tempo tutto il bel mondo stava a Cortina: gli Agnelli, attori, registi, artisti…».

Quindi lei non era un playboy, come dicevano.

«No, non lo ero. Io scherzavo, dicevo che ero un “playboite”, il Boite è il torrente che passa a Cortina. No, guardi: io le signore le facevo ridere, le intrattenevo, poi arrivava un altro e se le portava a letto. Nel novantacinque per cento dei casi. Ma mi andava bene così, mi divertivo, non avevo il tarlo del portare a letto le donne».

Lei non è bergamasco.

«Sono nato in provincia di Trento, ma mia madre era bergamasca, una Mazzoleni, quelli delle trafilerie. Mia madre andò in villeggiatura a Fai della Paganella. Mio nonno aveva costruito le funivie e il grande albergo, una funivia venne inaugurata da Umberto Nobile, che era amico di mio nonno Antonio. Pensi un po’, che mondi diversi oggi e allora. Comunque mia mamma andò lassù e conobbe mio padre perché l’auto della famiglia Mazzoleni si ruppe e quindi dovettero fermarsi nel nostro albergo; e così si incontrarono. Si sposarono nel 1930. Si chiamavano Antonio e Antonia, ma erano tipi molto diversi».

Cioè?

«Mio papà era cresciuto in campagna, i Cembran erano padroni di un feudo, fin dal XII secolo, vicino a Trento. Avevamo anche il castello di Claudia de’ Medici, che nel Cinquecento governò queste zone. Lo comprò mio nonno Antonio che lo fece restaurare. Mia mamma era invece proprio un tipo cittadino e non le piaceva stare in mezzo ai vigneti, non più di tanto. Papà aveva un animo nobilmente contadino».

Lei è cresciuto a Trento.

«Sì, sono nato nel 1933. Quando ero bambino andavo alla stazione di Trento a guardare passare i treni: mi ricordo bene i vagoni con su i carri armati Tigre e quei giovani biondi, con gli occhi azzurri, in piedi sulla torretta. E il contrasto era fortissimo con i nostri treni che portavano i giovani alpini in Russia, vestiti a qualche modo, ancora con le bende al posto degli stivali. E mi ricordo i treni ospedale, con tutti quei feriti, quelle facce scavate, stravolte. Tornavano dalla Russia. Terribile».

E Cortina d’Ampezzo?

«Abitammo a Trento fino al 1949, poi ci trasferimmo qui, in questa villa, a Bergamo, così la mamma era contenta. Io andai a vivere a Cortina per ragioni di salute. Mio nonno, padre di mia mamma, conosceva bene gli Agnelli, che pure avevano la casa a Cortina. Così io sono andato lassù per motivi di salute. A proposito, Gianni Agnelli voleva che Emilio Mazzoleni, il fratello di mia mamma, diventasse presidente della Confindustria, ma mio zio rifiutò. Allora diedero la presidenza a Merloni».

Quindi lei ha trascorso buona parte della sua gioventù a Cortina.

«Sì, entrai nella mondanità. Diventai amico delle sorelle Scicolone, la Sofia, ma soprattutto la sorella Maria che aveva sposato Romano Mussolini, il figlio del duce. Vede questa foto? Siamo io, Romano e Maria e la bambina che tengo in braccio è Alessandra Mussolini. C’erano tanti attori. Ugo Pagliai, Franco Interlenghi, Alida Chelli, Antonella Lualdi, la Marta Marzotto… Io avevo un’amicizia particolare con Clara, la sorella di Gianni Agnelli, con lei andavo molto d’accordo. E lì ho conosciuto Maria Teresa che è diventata mia moglie tre anni fa, dopo cinquant’anni di fidanzamento».

Davvero?

«Sì, è stato un rapporto bellissimo. Lei abitava e lavorava a Voghera, faceva l’avvocato, stava con la sua mamma. Io abitavo qui, anch’io con mia madre. Ero molto attaccato a lei. Quando si è ammalata le sono stato sempre vicino, anche in clinica Castelli, non la lasciavo mai, le tenevo sempre la mano. Quando le nostre madri sono morte, abbiamo deciso che era il tempo di vivere insieme».

Ha conosciuto bene anche Linda Christian, moglie di Tyron Power e mamma di Romina.

«Sì, l’ho conosciuta bene. La prima volta era bellissima, lei era di origine messicana, pelle olivastra, luminosa. Uscimmo insieme una sera, poi lei mi chiese di accompagnarla in albergo, mi fece salire in stanza e mi disse di aspettare. Andò in bagno. Nella camera aveva appesa una grande fotografia di Tyron e un’altra di Errol Flynn, due uomini stupendi. Io mi guardai allo specchio e sa che cosa feci?».

No.

«Me ne andai. Non c’entravo nulla, non ero all’altezza. No, non ero un playboy. La rividi dopo qualche anno, non sembrava più lei, aveva perso tutta la sua bellezza. Ci trovavamo per un capodanno in casa degli Agnelli. Lei mi buttò le braccia al collo, disse ad alta voce: “Antonio, il mio più grande amico italiano”. È andata così. Che mondo era! Lo scià di Persia mandava il caviale, dalla Russia facevano arrivare i violinisti zigani che suonavano alle feste. Straordinari».

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A Bergamo, lei era conosciuto per la sua Rolls Royce: prendeva la Rolls per percorrere i duecento metri che la separavano dal Balzer.

«Sì, sì. Era una Rolls comprata di quinta mano, non valeva niente, ma faceva scena. Mi divertivo. Ma un giorno mi chiamò mio zio Emilio e mi disse che dovevo venderla immediatamente perché la finanza mi teneva d’occhio. Io non avevo proprio niente da nascondere, ma loro vedendomi in Rolls, pensavano che io avessi chissà quali guadagni che non dichiaravo dalle azioni della Mazzoleni. Proposi a mio zio di intestare la Rolls all’azienda. Mio zio diventò una furia. Così vendetti la Rolls. Mio zio Emilio fu sempre molto austero. Un giorno mi disse: “Vedi, Gianni Agnelli ha nella manica Montezemolo – mi guardò dritto e continuò -. Io invece nelle maniche non ho nessuno: le porto molto strette”. Lui era così, un tipo all’antica».

Lei è anche artista, regista.

«Ho fatto tanti film, cortometraggi, ma anche lungometraggi. Il presidente dell’Agis mi stimava molto. Ho fatto film con personaggi trovati fra la gente comune. Anche al Cine Club di Bergamo mi stimavano molto, Franco Colombo ed Ermanno Comuzio, per esempio, due critici bergamaschi molto in gamba. Dovrò digitalizzarli, e magari cominciare a farli circolare».

E i suoi dipinti?

«Che cosa posso dire, ho cominciato per caso, però piacciono a molti, il ristorante di Alzano, la Bertonella, ne avrà cento, per dire…».

Il mondo di oggi come le appare?

«Lo vedo nero. Ho visto che in televisione persino una persona intelligente e colta come Cacciari si è messa a urlare. Ha ragione, non ne può più di tutta questa volgarità, superficialità. Il consumismo ci ha fatto perdere la testa, abbiamo perso il senso stesso della vita, il senso del rispetto degli altri, della bontà. La gente è astiosa, rissosa, niente basta mai. Una voracità senza senso. La donna è diventata un oggetto, alla faccia dell’emancipazione, la famiglia è stata distrutta. No, non sono ottimista».

Lei è religioso?

«Molto. Quando mi sono sposato ero molto malato, ho avuto il permesso della Curia di sposarmi a casa. Sono venuti il parroco emerito e il parroco attuale di Pignolo, don Tarcisio Ferrari e don Walter Pala. Sono molto religioso, credo che sarà la religione, come già è accaduto diverse volte in passato, a salvare il mondo».

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