Dedizione e passione

Leonardo, da Bergamo all’Arizona sempre con il baseball nel sangue

Leonardo, da Bergamo all’Arizona sempre con il baseball nel sangue
07 Marzo 2017 ore 10:58

Leonardo Seminati ha appena compiuto 18 anni e sta raccogliendo numerosi successi nel mondo del baseball, sia a livello nazionale che europeo. È stato selezionato tra i giovani più promettenti di questo sport, ancora poco diffuso nella bergamasca. Lo abbiamo intervistato mentre si prepara la cena al termine di una giornata tipo in quel di Tirrenia, dove frequenta l’Accademia Nazionale del Baseball.

Come è nata la tua passione per questa disciplina?
«Sin da molto piccolo ho praticato sport: nuoto, calcio, arrampicata. Mi piaceva stare all’aperto e i miei giochi preferiti erano lanciare i sassi nell’acqua e giocare con una pallina, possibilmente che stesse in una mano, sarà stato il destino! A 7 anni e mezzo ho conosciuto per caso il baseball: mi sono recato a Lilliput, la manifestazione che avvicina i bambini allo sport, e sono rimasto affascinato da quella pallina di pelle bianca con le cuciture rosse, che potevi battere e lanciare. Dieci battute nel tunnel, qualche complimento da parte dello staff e il regalo di mio padre che proprio in quei giorni era di ritorno dagli Stati Uniti (guantone e pallina) sono bastati per accendere un sogno: diventare un giocatore di baseball!».

 

 

Leonardo si interrompe un attimo perché bolle l’acqua e getta la pastasciutta a cuocere…
«È nel Bergamo Walls che ho incominciato la mia carriera sportiva. Eravamo un gruppo di ragazzi tra i 7 e i 15 anni, ci allenavamo su campi da calcio perché non avevamo un campo tutto nostro (aspettavamo con ansia il completamento dei lavori alla Cittadella dello Sport); ma c’era passione, divertimento, spensieratezza e curiosità per uno sport che via via diventava sempre più affascinante. Io ero il più piccolo del gruppo ed ero il catcher titolare (ricevitore in casa base, ndr) della squadra. Beh, squadra è una parola grossa… diciamo che gli allenatori, Riccardo Pietrosante, Andrea Ravasio e Laura Costa, hanno fatto del loro meglio per mettere in campo qualcosa che assomigliasse a una squadra e soprattutto per insegnarci le principali regole del gioco».

Quanta acqua è passata sotto i ponti da allora?
«Sorrido a ripensarci, ma devo dirti che a distanza di anni porto ancora con me molto affetto e riconoscenza per quel gruppo: appena posso passo a salutarli sul campo; sì, perché adesso il campo c’è, è stato realizzato qualche anno fa in fianco al PalaCreberg, ma sono necessari enormi sforzi per tenerlo in vita; purtroppo il baseball è ancora poco conosciuto nella bergamasca, e la scarsa partecipazione mette a rischio ogni anno la concessione. Un vero peccato, perché il baseball non è solo uno sport».

E che cos’è?
«È un gioco perché ci si diverte, è una sfida con te stesso e con l’avversario, è uno stile di vita e soprattutto è contagioso e dà dipendenza: quando cominci non riesci più a smettere. Come diceva Joe di Maggio: “Mettere a segno una battuta vincente, diventa più importante di mangiare, bere, dormire!”».

Non pensavo che un ragazzo riuscisse ad esprimere così tanta passione nel descrivere la sua vita sportiva…
«Dovrebbero aiutare questo sport, sostenerlo economicamente perché non ha sovvenzioni e gli sponsor preferiscono uno striscione su un campo da calcio. Andrebbe insegnato nelle scuole, perché sviluppa la concentrazione, il ragionamento, la tattica e la coordinazione. Lo sapevi che battere una pallina lanciata è il gesto tecnico più difficile in assoluto?».

 

 

Qual è il percorso sportivo che hai affrontato finora?
«Durante un torneo ho conosciuto Giulio Montanini, ancora non sapevo chi fosse e men che meno che avrebbe tracciato la mia strada in questo sport. Allora lui collaborava con il Brescia Baseball e mi ha invitato a seguirlo, sicuro che con il trasferimento sarebbero aumentate le possibilità di confrontarmi con squadre più forti e quindi migliorare. Da Bergamo mi sono quindi spostato a Brescia, squadra con una lunga tradizione. Lì ho conosciuto Paolo Bordonaro, ai tempi mio coach e oggi grande amico. Ha creduto in me e mi ha accompagnato ai primi raduni regionali e nazionali. Sono così arrivate anche le prime convocazioni: il Torneo delle Regioni 2010 e 2011 e la prima esperienza internazionale, il mondiale U12 a Taiwan. Mamma mia che emozione! Immagina, ero un ragazzino di 12 anni, con poche conoscenze del gioco eppure mi avevano convocato, avrei partecipato a una manifestazione di livello. Impensabile fino a qualche mese prima».

Un ’esperienza fantastica…
«Altroché: dal punto di vista sportivo ho imparato di più in quei 15 giorni che in tre anni di allenamenti, dal punto di vista intellettuale è stato strabiliante venire a contatto con una cultura così differente dalla mia. Umanamente è stata un’esperienza formativa: lontano da casa, con persone che avevo visto due volte, la responsabilità di rappresentare l’Italia in un’altra Nazione. Ricordo che in occasione di un raduno regionale, una coach mi ha preso in disparte e dopo avermi fatto i complimenti mi ha detto: “Ricordati, onora la maglia che porti, con quella maglia rappresenterai tutti gli italiani, devi esserne fiero!”. Ancora oggi quando indosso la maglia dell’Italia e sono allineato lungo la linea di foul per cantare l’inno nazionale, un brivido mi attraversa la schiena; allora, cappellino sul cuore e sguardo alla bandiera, canto con orgoglio “Fratelli d’Italia”».

Leonardo è entusiasmo allo stato puro, riuscire a porgli qualche domanda è difficile come colpire la pallina al volo con una mazza, lascio che si racconti…
«Dopo Brescia, ho giocato 3 anni a Verona sotto la guida di Stefano Burato, manager della nazionale U12 con cui sono stato a Taiwan e da quel giorno ci sono state tante selezioni e altrettante convocazioni: il mondiale U15 in Messico nel 2014 (migliore degli italiani e 33° al mondo), l’Europeo U18 a Gijon (Vicecampioni d’Eu – ropa), due Mondial Hit a Nettuno, gli Spring training in Spagna, i numerosi camp organizzati da MLB Europe in Olanda e in Germania ai quali ho avuto l’onore di essere invitato, diverse manifestazioni negli Stati Uniti e, il Natale scorso, sono stato chiamato a rappresentare l’Italia al Powershowcase a Miami, dove ho avuto il piacere di misurarmi con i migliori battitori degli Stati Uniti della mia categoria. Che soddisfazione vedermi piazzato fra i primi (migliore degli Europei), con nove fuori campo! Figurati che il mio obiettivo era farne almeno uno».

 

 

Qui la sua voce non riesce a nascondere l’emozione…
«Tra l’altro, giusto in questi giorni e assolutamente inaspettata, è arrivata un’altra convocazione che mi riempie di orgoglio: sono stato convocato dal manager della nazionale maggiore per il raduno con la Seniores che si svolgerà a Mesa, in Arizona, in preparazione al World Baseball Classic, praticamente la manifestazione mondiale più importante con le Olimpiadi. Nel 2020 il baseball dovrebbe ritornare sport olimpico ed è il mio sogno nel cassetto aspirare a un posto in squadra, e Mondiale IBAF. Mai avrei pensato di trovarmi anche solo ad allenarmi insieme ai miei mostri sacri: giocatori di tutto il mondo e del massimo livello. Lo considero un premio, un’ottima occasione per imparare dai migliori, un grande stimolo».

Leonardo prende fiato mentre inizia la cena post allenamento e allora c’è tempo per qualche domanda: a che età sei uscito di casa per inseguire il tuo sogno?
«Avevo 15 anni quando ho vinto il concorso nazione del Coni: in palio, una borsa di studio al centro di preparazione olimpica di Tirrenia. È iniziata così la mia vita da vero sportivo. Conciliare la scuola (frequento il 4° anno di Liceo scientifico) con allenamenti duri, le regole da accademia, gli orari da rispettare, le levatacce alla mattina presto per allenarsi, tutto con un unico obiettivo: diventare un professionista! La mia giornata non è standard, varia a seconda della fase di allenamento in cui mi trovo: da settembre a febbraio si dà priorità al potenziamento dell’apparato muscolare quindi lavoro di palestra. In questo periodo, a seconda delle settimane, alcuni giorni ci alziamo alle 5.30, facciamo allenamento, andiamo a scuola, pranziamo, abbiamo un paio d’ore per i compiti poi nel pomeriggio facciamo ancora allenamento, rientriamo in camera, doccia e poi si cena. In serata cerchi di fare quello che hai lasciato indietro durante il giorno e l’indomani si ricomincia. Se non ci si allena la mattina presto, la sveglia normale è alle 7.15. In primavera le cose cambiano; si torna sul campo e le ore di allenamento aumentano: si rientra in stanza solo al tramonto».

 

 

 

Da quant’è che vivi a Tirrenia?
«Ormai sono tre anni e sono stati quelli più formativi: crescita tecnica, rapporti umani, rigore, etica».

Non ti manca la tua famiglia?
«La difficolta più grande che ho incontrato è stata la nostalgia di casa; anche se il mio compagno di stanza è ormai un fratello, gli affetti familiari sono difficili da gestire a 300 chilometri di distanza quando va bene, quando sono in Italia. Mi mancano i miei genitori, mio fratello che ormai sta diventando grande e di cui mi sono perso gli anni migliori, gli amici del Liceo Amaldi che vedo ormai raramente, ma con i quali c’è sempre un contatto».

Sembrano tutte rose e fiori, ma hai attraversato anche un periodo duro.
«Ho dovuto far i conti anche con un infortunio: durante una partita di campionato, in un’azione di gioco per prendere la terza base, il difensore avversario è saltato per fermare la pallina e nell’intento di eliminarmi mi è caduto addosso. Era il maggio del 2015, nel pieno della stagione e con un mondiale e un Europeo a cui dover rinunciare. È stato il periodo più difficile della mia vita sia fisico che psicologico, ma non sempre il male viene per nuocere, anzi, è stato il momento del cambiamento. Tre mesi lontano dai campi, e una riabilitazione faticosissima con Carlo Viganò che mi ha sostenuto, spronato e mi ha insegnato a prendermi cura di me stesso: dieta ferrea, il giusto esercizio fisico diversificato, l’atteggiamento mentale di fiducia e obiettivi da raggiungere. Sono tornato in campo tre mesi dopo come nuovo, anzi, migliorato».

Perché i giovani dovrebbero avvicinarsi al baseball?
«Basta fare un giro il sabato pomeriggio al campo e lo si capisce immediatamente. Il baseball è il gioco di squadra più ricco di significati. È il gioco che più rappresenta la nostra esperienza quotidiana. Le lezioni apprese giocando o allenandosi su un campo si applicano direttamente alla vita di tutti i giorni».

 

 

Quali lezioni?
«Saper gestire il fallimento, la paura, la frustrazione, l’imbarazzo, la solitudine, l’attesa, sapersi adattare al cambiamento (ai punti di forza o di debolezza dell’avversario, alle condizioni meteorologiche perché le partite durano circa 4 ore e solitamente sotto un sole cocente, a un nuovo lanciatore o a un pinch hitter) e controllare le emozioni. Tutte queste situazioni si verificano spesso durante una partita o un’intera stagione. Giocando a baseball si acquisisce maturità, onestà, lealtà, adattabilità, compassione, autostima, rispetto per l’autorità, lavoro di squadra, sacrificio, umiltà, pazienza, ricerca dell’eccellenza e molto altro. Anche piccoli gesti hanno un grande significato, come la stretta di mano che il primo giocatore dà all’arbitro a inizio partita o il saluto finale con gli avversari, che spesso sfocia in un abbraccio sincero perché fuori dal campo si è tutti amici».

Lancia un messaggio ai tuoi coetanei.
«Dico loro quello che hanno detto a me qualche anno fa: nello sport, come nella vita, non esistono scorciatoie; i successi arrivano solo se lavori duramente, rispettando te stesso e degli altri. You can’t take the elevator for the way to success, you have to take the stairs».

Non possiamo che augurare a Leonardo di coronare il suo sogno, diventare un professionista del baseball. Nella vita ha già sfondato.

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