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«Sono un testardo calabrese e vado avanti»

L’uomo che ha avuto il coraggio di demolire la villa del boss

L’uomo che ha avuto il coraggio di demolire la villa del boss
Personaggi 17 Settembre 2014 ore 16:51

Da 17 anni Gaetano Saffioti, a Rosarno, non esiste più. È un emarginato, non ha più amici, la sua impresa edile è in costante perdita. Da 17 anni vive sotto scorta, dal giorno in cui decise di non abbassare la testa davanti ai ricatti della ‘ndrangheta. Ha denunciato i suoi estorsori, è diventato un testimone di giustizia e ha fatto arrestare una cinquantina di membri di spicco, tra boss e gregari, delle cosche della Piana di Gioia Tauro. Nonostante tutto non è scappato, ha deciso di restare in Calabria. «Oramai sono un emarginato, ma sono un testardo calabrese e vado avanti» ha detto Saffioti. E martedì 16 settembre è andato avanti con ancora maggior forza, mettendo all’opera i mezzi della sua impresa edile per demolire una casa abusiva, di 250 metri quadri, appartenente alla famiglia Pesce, una delle più potenti della ‘ndrangheta.

 

 

Dal 2003 nessuno aveva il coraggio di abbatterla. La villa si trovava in piena zona archeologica. Non sfarzosa ma certamente bella, era costruita su di un unico piano in cima ad una collina, in modo da poter godere della vista sulla Piana. Già dai primi anni del 2000 erano stati istruiti gli atti per la demolizione dell’edificio abusivo, ma da allora nessuno aveva avuto il coraggio di muovere un dito. Fino al 2011 ha vissuto nell’abitazione la signora Giuseppa Bonarrigo, di 78 anni e proprietaria dell’immobile, madre dei 5 fratelli Pesce: Antonino, boss indiscusso tra i clan della Piana e attualmente recluso al carcere di Secondigliano, Vincenzo, Rocco, Salvatore e Giuseppe. Solo l’intervento delle forze dell’ordine, che l’hanno portata via di forza, ha permesso di sgomberare l’abitazione. Giuseppina Pesce, nipote di Antonino e figlia di Salvatore, diventata collaboratrice di giustizia, aveva informato le forze dell’ordine che era proprio in quella villa che si tenevano le riunioni dei boss relative alle spartizioni degli incassi e degli affari.

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La casa venne realizzata nella prima metà degli anni ’80 e dopo che furono istruiti gli atti per la demolizione, nel 2003 la villa entrò in possesso del Comune di Rosarno. La decisione fu presa dall’allora sindaco Giuseppe Lavorato, una scelta che gli costò diverse minacce e una raffica di mitragliatrice sulla facciata del Municipio. L’intimidazione non ebbe però effetto e Lavorato istituì il primo bando per i lavori di demolizione. Nessuna impresa partecipò. Negli anni successivi i bandi si susseguirono, ma sempre con lo stesso risultato finale: un nulla di fatto perché nessuna impresa aveva il coraggio di toccare la villa di una delle ‘ndrine più potenti della Calabria e dove, per di più, ci viveva ancora la madre dei boss. L’ultimo bando è stato indetto un anno fa dal nuovo sindaco Elisabetta Tripodi, che davanti all’ennesimo silenzio, ha deciso di chiedere aiuto al prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino. Il prefetto ha deciso di rivolgersi a Saffioti, proprietario di un’impresa edilizia, che non se l’è fatto ripetere due volte: dopo che la questura e i Carabinieri hanno accelerato l’iter burocratico, lunedì 15 settembre ha compiuto il sopralluogo e martedì 16 ha abbattuto l’edificio.

Il messaggio di Gaetano Saffioti. «La mole di lavoro non conta, quel che conta è ciò che si riesce a fare. Oggi volevo lanciare un messaggio positivo» ha detto l’imprenditore dopo aver completato i lavori di demolizione. Il messaggio positivo che Saffiotti intende far passare è che i collaboratori di giustizia non devono essere visti come un peso per lo Stato, come purtroppo a volta succede: «Siamo una risorsa, non un peso». Saffioti ha deciso di restare in Calabria e, in 17 anni vissuti sotto scorta, emarginato dalla stessa collettività in cui è nato e cresciuto, non ha mai pensato di scappare. In un’altra città o all’estero avrebbe forse potuto ricostruirsi una vita, avere un nuovo lavoro, dimenticare la paura con cui convive ogni giorno. No, è voluto restare. «Non mi fanno più lavorare e come me tanti altri testimoni di giustizia. Cerchiamo almeno di renderci utili» ha aggiunto. Tra i clan che ha aiutato a mettere in ginocchio con le sue testimonianze, c’è anche quello dei Bellocco, alleato storico della ‘ndrina dei Pesce. Le famiglie ‘ndranghetiste di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro sono tra le più pericolose e potenti. Sono presenti anche a Milano e, proprio la famiglia Pesce e quella dei Bellocco, sono alleate con i principali criminali tedeschi, austriaci, libanesi e francesi, con cui controllano un traffico internazionale di droga e armi.

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