«La necessità della pace»

L’ultimo sopravvissuto di Cefalonia: «Sogno un 25 aprile per tutti»

L’ultimo sopravvissuto di Cefalonia: «Sogno un 25 aprile per tutti»
27 Aprile 2017 ore 04:00

«Il capitano ha gridato: “Ci fucilano tutti!” e in quel momento abbiamo sentito un colpo di pistola. I tedeschi lo hanno ammazzato. Allora abbiamo cominciato a correre in quel piccolo pianoro verso il muretto a secco del terrazzamento, io ero un atleta, ero il più veloce di tutti, eravamo rimasti cinquantasette e correvamo come animali. Non mi sono mai voltato, sentivo le pallottole, i tedeschi sparavano con le mitragliette, sono arrivato al muretto e non so che balzo ho fatto, ma sono riuscito ad arrivare con la pancia sul bordo, allora mi sono issato sul terreno e ho cominciato a strisciare come una biscia. Io non pensavo, non ragionavo. Ma l’istinto mi ha suggerito di non alzarmi, di stare giù tra l’erba e i cespugli. Sentivo le pallottole che fischiavano sopra di me. Avrò percorso duecento metri. Poi mi sono alzato e ho ripreso a correre. Io penso che la mia salvezza nell’isola di Cefalonia fu dovuta a un miracolo che si è sviluppato in diverse parti. Perché se ci penso adesso, settantaquattro anni dopo, ancora non so dare una spiegazione. Io ero piccolo, scattante, molto atletico. Ma questo non è sufficiente per spiegare come io non sia morto a Cefalonia».

Il caporal maggiore Giovanni Grassi parla al tavolo di questa bella sala in un sabato mattina di aprile. Abita in una villetta che sale verso la collina, a Torre Boldone. Ha compiuto novantasette anni, ha la memoria lucida, precisa fin nei particolari. In quell’8 settembre del 1943, era uno dei dodicimila soldati (ne vennero ammazzati 9.640) della divisione Acqui, di stanza a Cefalonia. Oggi, forse, è l’ultimo dei sopravvissuti. La signora che aiuta in casa porta caffè e biscottini; Grassi racconta: «Sono partito per il servizio militare il 9 marzo del 1940, l’Italia ancora non era in guerra, ma si sapeva che era questione di tempo. Io sono del gennaio del 1920, avevo vent’anni. Oggi guardo i ragazzi di vent’anni, li vedo belli, sorridenti, spensierati, con le loro moto e le ragazze. E penso alla guerra. Mi sembra tutto così assurdo. Dopo il 10 di giugno venni mandato sul fronte francese, poi su quello greco. Chi non ha fatto la guerra non può capire. È un altro mondo. Ci sono cose che non ho mai raccontato, perché sono troppo terribili. Una la dico adesso. Io ero un artigliere puntatore, ma, in genere, guidavo il camion con le munizioni. Una volta, sul fronte greco, raggiunsi una nostra batteria. Scesi dal camion e mi avvicinai a piedi perché pensavo di provare un tiro. Quando ero forse a quaranta metri dal cannone arrivò una bomba che andò a finire precisa sul nostro pezzo di artiglieria; feci appena in tempo a vedere che arrivava, mi buttai a terra, ci fu l’esplosione, poi una grandinata di schegge, polvere, fumo. Poi mi rialzai. Dei quattordici uomini della batteria non era rimasto più nessuno. Una mano sulla terra, lì davanti a me. Pezzi di gamba impigliati fra i rami di un albero, altri brandelli dei miei compagni ovunque. Sangue. Sono cose troppo brutte. In guerra vedi l’uomo diventare nulla, meno di una formica che la schiacci con un dito. Basta un attimo».

 

L’artigliere Giovanni Grassi, a destra, in posa con un compagno davanti a un cannone.

 

Giovanni Grassi è nato in provincia di Pesaro, a Sant’Angelo in Vado, nei pressi di Urbino. Nella nostra città venne per lavoro nel 1961, dieci anni dopo si trasferì a Torre Boldone. Continua il racconto: «La storia della divisione Acqui la conoscono tutti. Dopo l’8 settembre, il nostro generale Gandin decise di non cedere le armi ai tedeschi, combattemmo con onore. Il 22 settembre la situazione stava precipitando. Noi del nostro gruppo eravamo in ottanta, eravamo ormai accerchiati dai tedeschi che continuavano a ricevere rifornimenti mentre la Acqui non poteva sperare più in alcun supporto. Noi eravamo riparati in buche profonde che avevamo scavato da lungo tempo, a scopo difensivo. Ci stavo dentro in piedi, questo permetteva di evitare le schegge. Ogni tanto mettevo fuori appena la testa per controllare la situazione. Eravamo ben armati con fucile, mitraglietta, bombe a mano, pistola. Avevamo passato nelle buche tutta la notte, il bombardamento degli Stukas però si era scatenato all’alba. Alle 11.30, improvvisamente, cessò. Dopo qualche minuto misi fuori la testa: vidi che nella parte alta della collina i miei compagni erano usciti dalle buche e c’erano i tedeschi che li avevano presi, li strattonavano. Avevo il mitragliatore, i caricatori. Saltai fuori dalla buca, vennero due tedeschi, mi presero. Pensai che mi avrebbero ucciso subito, invece no. Mi spinsero con la canna del mitra, mi portarono verso la parte alta della collina, non furono gentili, ovvio, ma nemmeno violenti. C’erano anche il nostro capitano e il tenente e arrivavano altri soldati, ce n’era qualcuno con un rametto di ulivo con attaccato un fazzoletto bianco. Il tenente era un mio amico perché era di Bellaria, Riccardo Pironi. Io dissi: “Forse ce la caviamo”. E lui mi disse: “Tieni gli occhi aperti, perché non finisce qui”. Ricordo che un ufficiale tedesco andò dal nostro capitano, gli chiese la pistola, il capitano gliela consegnò e il tedesco lo salutò militarmente. Era un buon segno. La prese anche al tenente e poi venne da me, ma io la pistola non l’avevo, era rimasta sul mio camion. Ma dissi: “Ich bin nein uffizial”, non sono un ufficiale. Il tedesco mi diede una spinta, mi fece spostare. Io ebbi l’impressione che mi volesse aiutare. Erano soldati della Wehrmacht, non ce l’avevano con noi. Poi però le cose cambiarono».

Grassi sorseggia il caffè, invita a prendere i biscottini, sorride. Non ha perso del tutto l’accento romagnolo e certamente nemmeno la voglia di raccontare. Spiega: «Arrivarono altri soldati, erano molto diversi da quelli che ci avevano catturato, erano delle truppe speciali, delinquenti. Ci fecero spogliare di tutto. Poi restammo lì, sul quel piccolo pianoro, i due gruppi di soldati tedeschi litigarono con violenza, a un certo punto pensai che si sarebbero sparati. Invece no. Era pomeriggio, faceva un caldo da morire, sotto il sole. Ci portarono via anche la catenina d’oro con attaccata la piastrina. Nel mio reparto eravamo in ottanta, ma eravamo rimasti in cinquantasette dopo il combattimento. Io avevo un bell’orologio che mi avevano mandato i miei. Durante il combattimento aveva perso il vetro protettivo, così l’avevo avvolto nel fazzoletto e messo in tasca. Fu l’unica cosa che riuscii a salvare. Quei farabutti ci misero in fila per tre e ci fecero strisciare sotto il reticolato di demarcazione del campo, per umiliarci. Mi graffiai la gamba destra. Ci portarono su un piano, un terrazzamento, in fondo c’era il muretto di contenimento del declivio. Ci fecero andare avanti e indietro dal muretto, in fila per tre, ci dicevano “Zuruck!”; intanto gli ufficiali tedeschi e il mio capitano parlavano. Poi, all’improvviso, il capitano urlò che ci avrebbero ammazzati tutti, e gli spararono, allora corremmo verso il muretto, io fui l’unico a non venire falciato dalla mitragliatrice. Forse furono i miei compagni a farmi da scudo.

 

Giovanni Grassi sull’isola greca di Cefalonia davanti all’autocarro con il quale trasportava le munizioni.

 

Saltai sul muro, strisciai per duecento metri, poi mi rialzai e corsi senza mai fermarmi, per otto chilometri, in direzione del villaggio di Lakitra, che conoscevo bene, perché eravamo stati lì di presidio. Un greco mi vide, mi disse di dargli la divisa in cambio dei suoi vestiti. Questa fu un’altra fortuna, la seconda. Poi ebbi un altro aiuto dalla buona sorte. Nel paesino prima di Lakitra, vidi una famiglia che correva con dei borsoni, li conoscevo! Tante volte avevo dato la minestra al loro bambino, Venizelos. Li chiamai, chiesi di aiutarmi, “Nascondetemi!”, dissi. Mi indicarono una villa distrutta dalle bombe, mi dissero di infilarmi in un angolo, sotto una porta abbattuta, tra le macerie. Dissero che di notte sarebbero venuti ad aiutarmi. Mi nascosi lì. Poi vennero i tedeschi. Io ero là sotto rannicchiato, sentivo i rumori, vedevo persino i loro stivali. Ma non mi trovarono».

La notte, i greci arrivarono come promesso, gli dissero che lo avrebbero calato in un pozzo, lo accompagnarono, lo legarono a una corda lunga e lo fecero scendere, fino a circa venti metri di profondità. Racconta l’ex soldato davanti al caffè, una vita dopo: «Pensavo, pregavo, piangevo. Mi arrabbiavo. Ogni tanto, Venizelos passava e si faceva riconoscere; cantava una filastrocca: “Janni Janni karatà”. Che significa “Giovanni, Giovanni cornuto!”. Era un monello, me l’aveva cantata tante altre volte. Al terzo giorno, dal foro in alto piovvero giù un moschetto italiano, mitragliatrici, caricatori, persino la ruota di un’autocarretta italiana. Rischiai di prenderla in testa. Al quarto giorno cercai di accendere un cerino per fumarmi una sigaretta. Non ci riuscii. Stavo male. Non ci fu verso di accendere il cerino. Capii: non c’era abbastanza ossigeno. Passò Venizelos che cantava “Janni Janni karatà”. Io gli gridai che stavo morendo, di aiutarmi. Arrivarono la notte stessa, con scala e corda. Quando fui fuori dal pozzo stramazzai a terra».

 

L’eccidio di Cefalonia, nel quale vennero ammazzati 9.640 soldati della divisione Acqui.

 

Riuscì a riprendersi, camminò con i greci fino a una collina, lo sistemarono in una grotticella sul pendio, dove poteva stare steso o accovacciato. Da lì si vedeva il mare. «Da lì ho visto affondare una nave piena di prigionieri italiani. Dissero che aveva urtato una mina, ma io conosco il rumore che fa la mina quando esplode. Invece non sentii niente. La nave l’avevano affondata loro, i tedeschi». Il caporal maggiore Grassi visse così, alla macchia, per cinquantuno giorni, cibandosi di erbe e radici, con una zappa dal manico corto e una piccola sporta dove tenere le poche cose. Vide i tedeschi appiccare il fuoco a una casa, sentì il mitra. Racconta: «Uccisero tutti, anche i bambini, perché quella famiglia aveva nascosto due italiani. Io non andai più a casa di Venizelos, non volevo coinvolgerli, il rischio era troppo alto. Bevevo l’acqua delle pozzanghere, mi sdraiavo a dormire nei fossatelli. A volte nelle pozzanghere c’erano dei vermiciattoli che dovevo spostare per bere… Una volta i tedeschi mi passarono a tre metri, avevano i cani, ma non si accorsero di me.

Una mattina di metà novembre pioveva forte, io ero disperato, stavo nascosto dietro un cespuglio. A un certo punto vidi un bambino da lontano, mi avvicinai: era Venizelos! Gli corsi incontro, lo abbracciai. Lui mi disse che aveva visto Guzzo, un altro buon soldato, un sergente, che aiutava la gente del posto. Gli chiesi se sapeva dove si trovava, lui disse sì. Allora gli chiesi di portarmi da lui: “Io ti seguo a distanza”, gli dissi. Lui rispose “Pame, pame Janni”, andiamo, andiamo Giovanni. Camminammo per sentieri secondari, sotto la pioggia, fino a Helmata. Mi nascosi dietro un muretto. Conoscevo quel posto, c’era un caseggiato che era stata una stalla. Vidi che Venizelos entrava, andava a chiamare Guzzo. Lo vidi venire fuori, allora uscii dal muretto e lo raggiunsi, lui mi squadrò, mi disse: “Ti chi te sét?”. Non mi riconosceva. Risposi che ero il Grassi. Lui restò sbigottito, ma mi disse di andare con lui nella baracca, che erano lì a lavorare per i tedeschi, che non c’era più pericolo di vita. Lo seguii, incontrai il capitano Apollonio che mi disse di andare a parlare con i tedeschi, che non potevo restare alla macchia, che prima o poi mi avrebbero preso. Io non volevo, ma lui mi convinse, disse anche agli altri: “Prima vado a parlarci io. Se torno regolarmente, vuole dire che va tutto bene. Se invece vedete che si avvicinano loro, allora fate in modo che Grassi possa fuggire di nuovo. Ma tutto filò liscio, Apollonio tornò, mi diedero un vestito da soldato e andai là al comando. Il maggiore tedesco si dimostrò persino comprensivo. Venni aggregato ai soldati italiani che lavoravano per i tedeschi. In realtà quello che facevamo di giorno, lo compensavamo con il sabotaggio notturno che era stato molto ben organizzato».

 

Settembre ’43, militari osservano Argostoli dal lato opposto della baia.

 

Una lunga storia, quella di Giovanni Grassi, che aspetta di diventare un libro. Una storia che si conclude con l’abbandono dell’isola da parte dei tedeschi, nell’agosto del 1944, poi con l’arrivo delle navi inglesi e italiane che avrebbero rimpatriato i nostri soldati superstiti nel novembre dello stesso anno. La guerra non era finita: i sopravvissuti di Cefalonia vennero inquadrati nel regio esercito che risalì la Penisola insieme agli Alleati, fino alla Liberazione. Dice Grassi: «Fui fortunato. Ebbi una licenza di un mese e dal campo di Taranto arrivai a casa, ad Urbino, dopo un viaggio che fu un’odissea. Ma riuscii a riabbracciare tutti i miei familiari. L’emozione che provai quel giorno fu così forte che la sento dentro anche adesso. Non si può raccontare».

Storie di guerra, di profughi, di Liberazione. Grassi vorrebbe che un augurio di Liberazione e di pace arrivasse a tutti i popoli che in questo tempo ancora devono fare i conti con il dolore della guerra. Un 25 aprile per tutto il mondo. Dice: «Vede, io sono un miracolato. Non avevo nessuna possibilità di salvarmi. Non le ho detto una cosa: quando corsi per tutti quei chilometri, a un certo punto mi accorsi che mi trovavo su un campo minato. Avevo corso per cento metri su un campo minato e non ero saltato in aria! Tornai indietro seguendo le mie orme. Ho pregato, ho sempre pregato. Non so perché io mi sono salvato, ma so di avere un debito. E ancora oggi, a novantasette anni, cerco ancora di ripagarlo con la mia testimonianza, raccontando di quei giorni, dell’eroismo dei miei fratelli della divisione Acqui, della pazzia, del dolore estremo della guerra. Della necessità della pace».

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