Ma come abbiamo potuto pensare che Cuba fosse davvero marxista?

13 Maggio 2015 ore 11:59

Nessuno si aspettava, l’altro giorno, che Raúl Castro, fratello del Líder Máximo e attuale presidente della Repubblica di Cuba, se ne uscisse con quella battuta: Se Francesco va avanti così, io, che pure sono comunista, torno a esser cattolico. Riprendo a dire le preghiere. E tanto per cominciare, quando verrà a Cuba in settembre, parteciperò a tutte le messe che il Papa celebrerà. Per l’esattezza: «Si el Papa sigue hablando así, tarde o temprano [prima o poi] empezaré a rezar [pregare] otra vez y volveré a la Iglesia católica, y no es broma«, cioè «e non è uno scherzo, non lo dico tanto per dire». Virgolettano anche quest’altra versione: «iré a todas las misas cuando vaya el Papa a Cuba en septiembre; yo soy comunista pero voy a volver a la Iglesia». Volver: un famosissimo tango argentino.

Tutti i giornali del mondo hanno riferito che quello col Papa è stato un incontro privato. Raúl, fra l’altro, queste cose non le ha dette subito; le ha dette uscendo dal colloquio con Renzi. Segno che aveva continuato a pensarci da quando aveva lasciato l’altro e che era così incasinato col proprio pensiero da aver bisogno di tempo per rimettere a posto la sintassi. Vuol dire che era felice. Alegre como un cubano alegre. Cioè anche un pizzico malinconico del mondo. Perché, come ha scritto Lee H. Osvald (che sparò a Kennedy) in una lettera al fratello: «La felicità non si fonda sulla persona in sé, non consiste in una piccola casa, nel prendere e nel dare. Felicità è partecipare alla lotta, dove non c’è confine fra il mondo personale di un individuo e il mondo in generale». Dunque l’incontro tra papa Francesco e Raúl è stato forse privato, ma certamente felice della felicità di quando il mondo personale – la lotta di ogni giorno – e quello in generale si incrociano nel destino delle persone.

Anni fa, in una stanza di un’editrice rivoluzionaria cristiana carica di profezia – e pertanto rigettata, come si conviene in certi casi – era appeso un manifesto proveniente dall’isola: c’erano due bambini disegnati a pastello, uno dei quali offriva all’altro una barchetta con tanto di bandierina. Sopra c’era scritto: Ayúdale a superar el egoísmo. Lasciava intravedere una Cuba diversa da quella dei giornali americani e italiani. Una preoccupazione educativa. Il Papa, l’altro giorno, ha regalato a Raúl una medaglia con San Martino, quello che superò il proprio egoismo condividendo il mantello col povero infreddolito.

Però conteneva anche qualcos’altro, quel dono. Forse (forse) un riferimento a Ramón Grau San Martín, il medico rivoluzionario oppositore di Fulgencio Batista, il dittatore poi sconfitto da Fidél e dagli altri. Come a dire: in questo siamo fratelli, nel voler superare il nostro egoismo, nell’opporci alla globalizzazione dell’indifferenza. Nell’amare il nostro popolo, nel voler curare le sue ferite. Perché poi ce n’è un altro di medico, nella tradizione cubana recente. Per di più è argentino e si chiama Ernesto Guevara de la Serna. Sono anni che ce la siamo persa, questa storia segreta di nostalgia latina che scorre sotto quella del “mondo in generale”. Il Papa è andato a riprendere un capo dell’ingarbugliata matassa e ha saputo tirare il filo senza rompere nulla per arrivare al corazón del fratello minore di Fidél, quello che quando a Cuba si presentò Juan Pablo Segundo gli fece delle domande sulla fede – lui che era stato educato dai gesuiti – che nemmeno un bambino del catechismo sarebbe riuscito a farle così strampalate.

Papa Francesco sa che al punto d’incrocio dei destini del mondo e degli uomini non si arriva col catechismo. Si arriva celebrando Messa su un altare fatto col legno dei barconi (un dipinto con a tema quella Messa è stato il dono dei cubani al papa). Si arriva lasciando da parte tutto il male che ci si è fatto da una parte e dall’altra. Si arriva facendo vedere che abbiamo seguito pieni di speranza la storia dell’altro anche là dove l’altro non sapeva di star affrontando la sua lotta quotidiana mentre credeva di combattere quella di fronte al mondo. Forse risalendo addirittura ai destini delle madri. A quella Celia De La Serna y Llosa che divenne la mamma del Che, ma prima voleva farsi suora. (Domani, fra l’altro, è il compleanno del Che).

Ma come abbiamo potuto pensare per così tanti anni che un popolo come quello che ha generato Compay Segundo potesse essere marxista? Prima o poi  – tarde o temprano – se ne sarebbero accorti anche loro che non potevano continuare a lungo su quella strada. Bastava solo che qualcuno fosse lì, a dare un’acceleratina. Se il destino del mondo cambierà – ossia diventerà più vero – lo dobbiamo anche a queste storie segrete e a chi non ha disperato di quelli che c’erano dentro fino al collo. Ovviamente, se Francesco continuerà a dire quello che dice. Cioè a fare quello che fa. E c’è da giurarci che lo farà.

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