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All'agricoltura con Renzi e Gentiloni

Martina, il ministro bergamasco Un politico umile e appassionato

Martina, il ministro bergamasco Un politico umile e appassionato
Personaggi 14 Febbraio 2017 ore 10:45

Maurizio Martina, 38 anni, originario di Mornico al Serio, abita a Ghisalba. Sposato con Mara, è padre di due figli. È cresciuto in una famiglia operaia, i suoi nonni facevano i contadini. Da ragazzo ha fatto il cameriere in un ristorante. Diplomato all’Istituto tecnico agrario, è laureato in Scienze Politiche. Ha cominciato giovanissimo a interessarsi di politica con il Movimento degli studenti. Nel 1999 è stato eletto consigliere comunale di Mornico e tre anni dopo è diventato segretario regionale della Sinistra giovanile. Nel 2004 è stato eletto segretario provinciale dei Ds e in seguito segretario regionale dei Ds e del Pd, di cui è uno dei fondatori. Nel 2010 e nel 2013 è stato eletto consigliere della Regione Lombardia. A maggio 2013 è stato nominato sottosegretario alle Politiche agricole nel governo Letta. Dal 22 febbraio 2014 è ministro delle Politiche agricole nei governi Renzi e Gentiloni. È uno dei promotori della corrente Sinistra è cambiamento. La legge di cui va più orgoglioso è quella contro il caporalato e il lavoro nero in agricoltura, della quale è il primo firmatario. A Roma alloggia vicino al Parlamento, in comunità con altri due onorevoli.

 

Buongiorno signor ministro, quanta strada hai fatto...
«Ho avuto fortuna».

In che senso?
«Sono riuscito a fare quello che ho sempre desiderato, cioè la politica e l’impegno nelle istituzioni. Io devo solo ringraziare per aver potuto compiere in così poco tempo questo percorso».

Devi ringraziare Pierluigi Bersani che ti ha lanciato nei piani alti. Però poi gli hai preferito Renzi. Lo vedi ancora Bersani?
«Non come prima, ma c’è sempre un rapporto di grande stima».

Non ti considera un voltagabbana?
«Non gliel’ho mai chiesto, né glielo chiederò, ma non penso che sia questo il punto».

E qual è il punto?
«Credo che abbia commesso degli errori, ma questo non fa venir meno il rispetto che ho per lui e per alcuni ragionamenti che fa».

Tu oggi sei renziano?
«Dipende. No, per storia e anche per sensibilità rispetto ad alcuni temi. Sì, per la voglia di provare a scuotere e cambiare questo Paese».

Che tipo è Renzi visto da vicino?
«È un vulcano».

 

 

Dal quale tenersi a distanza di sicurezza per non finire inceneriti?
«No, sinceramente penso che sia un’energia importante per questo Paese e che abbia capito, anche grazie agli errori commessi, che nessuno basta a se stesso. In realtà, per come l’ho conosciuto, è uno che sa ascoltare più di quanto non appaia».

Non si direbbe.
«E invece è così e mi piacerebbe che emergesse di più questo aspetto: quando ci incrociamo sono il primo a chiedergli di essere “meno io e più noi”. In ogni caso non rinuncerei alla sua energia di cambiamento che per me è stato un valore in questi mille giorni».

Quali sono stati gli errori di Renzi?
«Andare a testa bassa. Convincersi, ad esempio, che il passaggio del 4 dicembre era sul merito e non invece di clima. Il voto sul referendum è stato di reazione alle difficoltà vere che ci sono. E noi - non solo Renzi - non abbiamo capito che bisognava costruire un consenso più ampio e far comprendere gli sforzi che avevamo fatto su temi complicati come il lavoro e la scuola».

Guarda caso sono proprio i giovani e gli insegnanti quelli che vi hanno voltato le spalle.
«Il vero, grande problema che abbiamo, è quello dei giovani, perché quando perdi la sintonia con diverse generazioni sotto i quarant’anni, che non riconoscono questo tuo sforzo di cambiamento, il tema c’è e devi affrontarlo. Noi viviamo un paradosso: il governo più giovane della Repubblica è quello che è stato sentito più distante dai giovani».

Che tipo è Gentiloni?
«È una persona molto equilibrata, riflessiva, che sa ascoltare. Appartiene a un’altra generazione rispetto a Renzi e a noi può dare tanto, soprattutto in un momento come questo».

A un certo punto si è parlato di te come leader del partito democratico.
«Voglio provare nel mio piccolo a dare una mano al Pd. Non ho la presunzione di avere tutte le risposte, però penso di poter fare un lavoro che ho sempre fatto: cercare di unire e cercare di capire come si può avanzare. Quando si fa questo, si sbaglia anche tanto e a volte perdi, a volte vinci».

Di te dicono: è intelligente, capace, ma è troppo serio per essere un leader.
«Capisco che le leadership hanno anche profili e caratteri molto diversi dal mio, però io voglio continuare ad essere quello che sono. Do una mano e poi si vedrà».

 

 

Si parla di Martina anche come candidato in Regione Lombardia contro Maroni.
«La sfida in Lombardia è aperta, non è impossibile vincerla. Ma il tema numero uno adesso è che il centrosinistra faccia un bel lavoro di squadra e trovi il suo percorso. Ci son tante candidature possibili. Io quel che potrò fare, lo farò».

Aspetti che te lo chieda Renzi?
«No. In realtà dobbiamo fare un percorso che non sia costruito sulla persona e basta. Noi governiamo tutte le città di questa regione, i capoluoghi. È un bel punto di forza ma non è sufficiente. Abbiamo l’antica questione di trovare radici, consenso soprattutto nelle zone più periferiche, rurali, di provincia».

Gori potrebbe essere il candidato giusto per la Regione?
«Non lo so, dovete chiederlo a lui. In ogni ruolo ci sono anche questioni legate alle responsabilità che uno ha. Dico solo che, per fortuna, questa volta abbiamo la possibilità di diverse candidature».

Sta facendo bene Gori a Bergamo?
«Si, molto. Giro in lungo e in largo il Paese e vi posso assicurare che Bergamo è una gran bella città, governata bene».

Che cosa vuol dire fare il ministro?
«Vuol dire muoversi in continuazione per l’Italia, per l’Europa e spesso per il mondo. Io ho avuto la fortuna di farlo anche per l’impegno su Expo. In realtà non stacchi mai la spina. Sei come un cellulare sempre acceso, non c’è un giorno di riposo. Ma io sono abituato a lavorare così, chi mi conosce lo sa, non stacco, non sono capace».

È una bella esperienza?
«È un lavoro bellissimo e complicato. Lo augurerei a tutti perché ti fai veramente il fisico se ti metti nell’ottica giusta. È un’esperienza che ti dà tantissimo , perché ti consente di parlare con l’allevatore della provincia di Cremona che ha il problema del prezzo del latte alla stalla e nello stesso tempo col neo ministro dell’agricoltura americano che devi contattare perché lo vuoi invitare al prossimo G7 agricolo, che terremo proprio qui a Bergamo in ottobre».

Sarai tu il regista giusto?
«Vediamo. Io ho il compito di impostarlo e di seguirlo in queste settimane, poi dipende da come evolverà la situazione. Non so come andrà a finire in prospettiva ma so che questi tre anni sono stati una palestra formidabile e ne valgono trenta».

 

 

Expo è stato il tuo capolavoro?
«È stata una scommessa vinta. In quegli anni non era facile tenere il punto quando tutto portava altrove».

Che cosa è rimasto?
«È rimasto più di quanto non sembri: che si parli di lotta allo spreco o di fame nel mondo o di educazione alimentare, ora c’è una consapevolezza nuova. Questa è la prima vera eredità, la più bella. Poi è rimasto che una città come Milano, ma non solo, ha fatto un salto di qualità oggettivo, è stata scossa da quell’evento e ha potuto vivere una stagione di rinascita che sta continuando ancora. L’altro giorno mi ha fermato il proprietario di un albergo: “Ministro, non ce n’è un’altra? Nel 2015 ho fatto più 25 percento, nel 2016 più 15 percento, adesso bisogna dargli un’altra botta”. Si è creato un effetto positivo».

Per questo, secondo te, Roma ha commesso un errore rinunciando alle olimpiadi?
«Un erroraccio clamoroso. È proprio la rinuncia alla responsabilità. Un Paese che non sceglie, che è ostaggio di se stesso, alla fine si rende sempre più debole. Non voglio fare il renziano, ma questo spiega anche perché il tentativo dei mille giorni avesse un senso. Renzi è stato una variabile che ha scosso, accelerato, costretto tutti a mettersi di fronte a dei fatti nuovi. Non è scomparsa questa sfida, è ancora li tutta presente, la vedi».

Ci sono tanti mestieri che uno può fare nella vita, tu proprio la politica dovevi scegliere?
«È una passione, lo è sempre stata. Io sono per l’elogio della politica, perché quando ci sei dentro e la fai con l’anima, col cuore e con tutto quello che ci puoi mettere, capisci che ti riempie la vita e porti a casa un bagaglio ricchissimo di esperienze e di sensazioni. È un osservatorio unico, non so quanti altri lavori permettano questo punto di vista sulle cose. Dopodiché non è l’unico e mi piace di pensare di avere una prospettiva oltre la politica perché un conto è dirla e un conto è farla».

A Bergamo si dice: dovrai anche lavorare da grande.
«(ride) In realtà questa rappresentazione per cui in politica non si lavora è una falsità inaudita, perché si lavora tanto. Mi piace comunque pensare di avere la possibilità a un certo punto di fare altre esperienze, però lo dico sottovoce».

 

 

Avvierai un’impresa agricola?
«Perché no».

Consiglieresti a un giovane di mettersi in agricoltura?
«Sì, perché i giovani che la scelgono hanno un tasso di innovazione e redditività del 15-20 percento superiore a un’impresa condotta da un over 40. L’importante è avere un progetto: devi essere un imprenditore agricolo, che è cosa diversa da fare agricoltura».

L’altra tua grande passione è l’Atalanta.
«Assolutamente sì. Quest ’anno poi...».

In tribuna ti hanno visto perdere il tuo aplomb.
«Confermo. Meglio che non mi vedano allo stadio».

Ti convince perché vince?
«Confesso che all’inizio avevo paura del nuovo ciclo con Gasperini. Ma è stato straordinario e gli va riconosciuto. La cosa più bella in assoluto e che tutti ci invidiano è una squadra che ha saputo scegliere d’investire su giovani».

Una metafora di quello che dovrebbe fare il Paese?
«Si, senza dubbio. L’Atalanta li ha presi e li ha messi in campo anche quando aveva davanti i giganti. Questi si sono fatti un mazzo e alla fine giocano alla pari con chiunque».

Dopo Gentiloni, Gasperini?
«Non credo sia solo un problema di allenatore, è un problema di stadio, di tifoserie, di abbonati, di società. L’Atalanta come metafora di un Paese che può ripartire dai giovani sì, questa visione mi piace. Soprattutto quando torno a Roma il lunedì e la domenica abbiamo giocato contro la Roma, l’Inter, il Napoli, e vinto».