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Con la struttura 3D del virus

Il medico che ha scoperto l’Ebola e le ha dato anche il nome

Il medico che ha scoperto l’Ebola e le ha dato anche il nome
Personaggi 07 Ottobre 2014 ore 11:15

Come è nato il virus di Ebola? Le origini dell’epidemia che sta martoriando da mesi l’Africa e ora minaccia pure il mondo occidentale vanno cercate nell’ex-Congo belga degli anni Settanta, come ha raccontato il medico Peter Piot in una lunga intervista rilasciata al Guardian. Fu lui il primo ricercatore ad avere sotto gli occhi una fiala di sangue infettato da quel male all’epoca sconosciuto, e con lucidità e precisione ricorda quei giorni segnati dal mistero per un virus incomprensibile e dal dilagare di una nuova malattia che sconvolgeva missioni e villaggi africani.

 

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Il primo campione di sangue infetto. Piot all’epoca era un giovane scienziato dell’università di Anversa: «Era un giorno di settembre, un pilota della Sabena Airlines mi portò un termos blu lucido e una lettera da un medico di Kinshasa. Dentro c’era un campione di sangue di una suora belga che si era ammalata di un male misterioso a Yambuku, villaggio sperduto nella parte nord del Paese». Sembrava fosse febbre gialla, ma aveva patogeni diversi: fu iniettata in alcune cavie da laboratorio che all’inizio parevano non reagire. «Ma poi un animale dietro l’altro cominciarono a morire. Cominciammo a capire che il campione conteneva qualcosa di abbastanza mortale».

È la storia di una medicina pionieristica, che pare estratta da un libro d’avventure coloniali del XIX secolo, e non dal curriculum di un medico belga, all’opera tra Africa ed Europa solo 40 anni fa. Di lì a poco quella suora sarebbe morta, e in breve altre persone sarebbero rimaste contagiate. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità s’interessò ai campioni di sangue di Piot. Che però proseguì comunque i suoi studi, fino a quando non poté analizzare tutto col microscopio elettrico: «Il primo pensiero fu: “Che diavolo è questo?”. Il virus su cui lavoravamo da tempo era enorme, molto lungo e simile ad un verme. Non aveva nulla a che vedere con la febbre gialla».

Un’infezione mortale. Cominciava la prima epidemia di Ebola: Piot e la sua equipe risposero al volo all’appello del Belgio e volarono in Congo per studiare da vicino cosa stava succedendo: «Era chiaro per noi che avevamo a che fare con una delle infezioni più mortali che il mondo avesse visto, ma non avevamo idea che si trasmettesse attraverso i fluidi del corpo. Potevano essere anche le zanzare». Per questo anche le prime accortezze con cui trattare il virus furono carenti: lo stesso Peter rischiò il contagio e un giorno temette di aver contratto proprio Ebola: «Un giorno mi trovai con febbre alta, mal di testa e diarrea». In realtà era soltanto un’infezione gastrointestinale, e in pochi giorni scemò: «È la cosa migliore che ti possa succedere nella vita: vedi la morte negli occhi, ma sopravvivi. Ha cambiato totalmente il mio approccio, il mio atteggiamento di fronte alla vita in quel momento».

 

[Il fiume Ebola, da cui il virus prende il nome]

 

Da dove nacque il nome. Piot racconta anche di come nacque l’idea di chiamare in questo modo il virus. Una sera, mentre si trovava insieme al resto del team in Congo: «Non volevamo affatto chiamare il nuovo patogeno “Yambuku virus”, poiché avremmo stigmatizzato il paese per sempre. C’era una mappa appesa al muro, e il nostro leader americano del team ci suggerì di guardare al fiume più vicino e dare al virus questo nome. Era il fiume Ebola. In realtà la mappa era piccola e imprecisa. Più tardi ci accorgemmo che il fiume più vicino in realtà era un altro».

La preoccupante situazione attuale. Questo è il passato di Peter Piot, un libro di epidemie e medicine che però ha pagine aperte ancora oggi. La sua professione lo tiene sempre a contatto con la medicina e Ebola è una parola che torna in tanti paragrafi. Il boom di contagi del 2014, però, lo preoccupa più che mai: «Ho sempre pensato che Ebola, rispetto all’Aids o alla malaria, non dava tanti problemi poiché le esplosioni erano sempre brevi e locali. Ma attorno a giugno è diventato chiaro che c’era qualcosa di diverso in questa ri-esplosione». È stata una tempesta perfetta, ossia «ogni circostanza individuale è peggio del solito e tutto si è combinato per creare un disastro. E con questa epidemia ci sono stati tanti fattori svantaggiosi fin dall’inizio. Alcuni Paesi coinvolti arrivavano da guerre civili terribili, molti dottori erano fuggiti e il sistema sanitario collassato. In tutta la Liberia, ad esempio, c’erano solo 51 dottori nel 2010, e molti di questi sono morti per Ebola». A ciò si è aggiunta l’alta densità di alcune delle nazioni in cui il virus si è diffuso: «Poiché i morti in queste regioni vengono seppelliti nelle città e nei villaggi dove sono nati, c’erano corpi altamente contagiosi che viaggiavano per il Paese».

Il punto è che ormai Ebola non è un’epidemia, ma una vera emergenza sanitaria, che dovrebbe interessare tutto il mondo. Non bastano vaccini e materiale medico, servono anche esperti di logistica, cibo, jeep e camion. «Epidemie così possono destabilizzare regioni intere. Servono nuove strategie. Chi porta aiuto dovrebbe insegnare alle famiglie che portano cura ai loro cari come proteggere sé stessi dalle infezione. Questa educazione è al momento la sfida più grande».

 

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