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Messi, dieci anni da numero uno

Messi, dieci anni da numero uno
Personaggi 16 Ottobre 2014 ore 17:06

Aveva giocato sì e no dieci minuti all’ala destra, toccato nove palloni al massimo, seguito gli ordini dell’allenatore (Franki Rijkaard) e il giorno dopo soltanto un giornale spagnolo, tra le pagelle e nella sua lungimirante speranza, ebbe la compiacenza di scrivere: «Non ha ancora avuto la possibilità di brillare». Percorrere a ritroso la strada di Leo Messi è come voler arrivare alla creazione dell’universo. A un certo punto c’è il nero e l’inspiegabile. Come ha potuto una mezza tacca diventare il giocatore più forte del mondo? E’ una questione di fede. Crediamo, punto. Quando aveva tredici anni non se lo filava nessuno e nessuno lo capiva bene. Cesc Fabregas se lo ricorda così: «Aveva i capelli lunghi e stava zitto. Pensai: questo qua è tempo sprecato». Gerard Piqué invece pensava fosse un matto: «Mi arrivava alla vita, era muto. Gli chiesi: dove giochi? Enganche. E io: “enganche?”».

Sono dieci anni che Messi ci incanta con quelle corse all’impazzata verso l’impossibile, alla ricerca di un gol sempre più spettacolare, più difficile, più estremo. A Barcellona era arrivato un giorno del 2000 su un volo turbolento da Buenos Aires. Lo avevano visto in un video in cui faceva la foca. Si era messo a palleggiare con un’arancia (118 palleggi), una palla da tennis (140) e una pallina da ping pong (30), e insomma non tutti sarebbero in grado di farlo. Però Leo in Spagna non si trova granché. Lo chiamano “el Mudo” perché sta zitto e si vergogna e allora è meglio se non dice nemmeno una parola. Gli manca la mamma, non ha voglia di studiare ed è così fragile che si spacca la tibia sinistra, lo zigomo destro e si sloga anche la caviglia scendendo le scale. Mangia schifezze, beve coca-cola, e quando gli dicono che si deve rimpinzare di centrifugati ipervitaminici lui semplicemente storce la bocca e si gira dall’altra parte. Tutto questo non è bastato a fermare il destino, e quello di Messi è stato farci capire che davvero niente è impossibile. Quando dieci anni fa Rijkaard lo ha fatto entrare per la prima volta, il Barcellona giocava contro l’Espanyol. Leo era entrato al posto di Deco, e dopo il calcio è cambiato. Quel giorno Messi indossava la maglia numero 30 di una taglia più grande perché all’epoca lo sponsor non gliele faceva ancora su misura. Non potevamo sapere che ci avrebbe riempito gli occhi.

Per le generazioni che lo hanno solo potuto immaginare, Leo Messi è quanto di più vicino a Dio, e più vicino di lui c’era arrivato solo Diego. A lungo Messi ha vissuto dentro questo paragone. Perché è alto soltanto due centimetri più di Maradona, perché è argentino come Diego, e perché dribbla come nessuno se non come faceva Diego. Solo che Maradona ha vinto il Mondiale, Messi (ancora) no. Ha avuto la sua possibilità in Brasile. In molti prima della finale dicevano: «La Germania è più forte. Ma se vivi di sentimenti non puoi tifare Germania. Vince l’Argentina e Messi fa gol su punizione». Invece tutto è andato secondo copione, perché anche l’impossibile avrà un limite, vero? Ha letto solo due libri in tutta la sua vita: la Bibbia e la biografia di Maradona. Ha un figlio, Thiago, e sul campo ha sbriciolato settantacinque record. Se nella prossima partita fa tre gol supera anche Telmo Zarra, il capocannoniere della Liga di tutti i tempi: 251. Però, delle corse all’impazzata, dei tocchi delicati, degli appoggi a porta vuota, di tutti i gol che ci ha regalato, è quello contro il Manchester che racchiude tutta l’esperienza di Messi. E’ un balzo nel vuoto, un’arrampicata per scavalcare l’impossibile, un colpo di testa che era valso la Champions. Non ci era sembrato nemmeno tanto strano, la Pulce che fa gol di testa. Come se a Messi tutto fosse possibile.

Il video del gol di Messi nella finale del 2009 vinta dal Barcelona contro il Manchester United.

 

 

 

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