Morì il 18 febbraio 1564

Michelangelo 450 anni fa, più uno

Michelangelo 450 anni fa, più uno
18 Febbraio 2015 ore 15:02

Il 18 febbraio del 1564 moriva a Roma Michelangelo Buonarroti. Mancava meno di un mese al compimento degli 89 anni. Fu soprattutto scultore, poi divenuto pittore e architetto. Poeta in privato, poiché considerava “cosa sciocca” questa sua attività che negli ultimi anni divenne quasi preghiera.

Quando, scherzosamente, chiesero all’attuale direttore dei Musei Vaticani se avrebbe preferito uscire a cena con lui o con Raffaello – che negli stessi anni lavorava a Roma – il grande Antonio Paolucci non ebbe un attimo di esitazione: con Raffaello. L’urbinate era un temperamento allegro, di compagnia, serenamente pronto a condividere con altri i segreti dell’arte sua. Michelangelo, al contrario, andava spesso su tutte le furie, trattava male la gente, era gelosissimo del proprio lavoro. Era nota la sua cordiale antipatia per Leonardo che, fortunatamente per entrambi, lavorava altrove. Fossero rimasti a Firenze sarebbe stata una lotta continua.

Già soltanto queste righe consentono di capire che tempi fossero quelli, nei quali personaggi che hanno ribaltato il mondo – non solo il mondo dell’arte – potevano incontrarsi per strada. E all’elenco mancano altri nomi importantissimi: Machiavelli e Bramante per non dire d’altri. E Ariosto che, d’un anno più grande gli dedicò i famosi versi: « […]  e quel ch’a par sculpe e colora, / Michel, più che mortale, Angel divino». Come tutti, anche l’autore dell’Orlando Furioso era colpito dal fatto che il nostro genio fosse altrettanto grande in due arti così diverse come la scultura e l’affresco.

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Michelangelo, come molti altri, ebbe la fortuna di nascere in una famiglia che aveva conosciuto tempi migliori. A pochi mesi fu dato a balia a una donna di Settignano, paesino di scalpellini sulle colline di Firenze. Vi si estraevano la pietra serena e la pietra forte che caratterizzano le grandi architetture fiorentine dalla metà del Trecento ai secoli successivi. Anche il marito della balia lavorava il macigno e Michelangelo, diventato grande, ricordava spesso di aver poppato «latte impastato con la polvere di marmo», che in realtà marmo non era. Voleva solo dire che aveva imparato fin da piccolo ad usare il martello e lo scalpello da pietra.

E in effetti i risultati si videro abbastanza presto: saltando altre opere, la Pietà che si trova in San Pietro a Roma cominciò a scolpirla che aveva 22 anni e la finì a 24. E due anni dopo fu la volta del David. Quel che seguì a queste imprese non si riuscirebbe nemmeno a immaginarlo se la storia non fosse lì a dimostrarci che è tutto vero. Oltre alle opere note collocate a Firenze e Roma, altre ce ne sono che nessuno nota, come per esempio l’architettura di Porta Pia a Roma o l’ornamentazione, poi interrotta, del tamburo della Cupola del Brunelleschi a Firenze. E quel progetto immenso – il monumento funebre per papa Giulio II – che è a tutt’oggi la commissione artistica più costosa che sia mai stata affidata a qualcuno. Ne restano il Mosè di san Pietro in Vincoli, il primo Cristo della Minerva e i due Schiavi (Prigioni) al Louvre.

E altre ancora oltre alle note – La cappella Sistina non c’è bisogno di ricordarla – che sono forse meno visibili ma più persistenti ancora del marmo e dei pigmenti della pittura. Anni fa una mostra fiorentina spiegò molto chiaramente al mondo che, se qualcuno ha imparato a disegnare, lo deve ai tre sopra citati geni, i cui schizzi e progetti raggiunsero una qualità raramente attinta da altri in seguito.

Più segreta ancora, la sua poesia ci restituisce l’anima di questo personaggio scorbutico e tempestoso. Ne riportiamo due frammenti, fra gli ultimi scritti.

Il primo, il sonetto, testimonia della consapevolezza della propria grandezza artistica e allo stesso tempo della sua insufficienza a colmare quel desiderio che solo l’incontro con Cristo “quell’amor divino / c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia” può compiere.

Giunto è già ‘l corso della vita mia,

con tempestoso mar, per fragil barca,

al comun porto, ov’a render si varca

conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Onde l’affettüosa fantasia

che l’arte mi fece idol e monarca

conosco or ben com’era d’error carca

e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.

Gli amorosi pensier, già vani e lieti,

che fien or, s’a duo morte m’avvicino?

D’una so ‘l certo, e l’altra mi minaccia.

Né pinger né scolpir fie più che quieti

l’anima, volta a quell’amor divino

c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia.

Il secondo confessa la tenerezza struggente del rapporto tra l’artista e Dio: il primo sa perfettamente di non poter far nulla se l’altro non lo va a visitare con la sua “usata ineffabil cortesia”. Nonché operare, nemmeno pregare può il vecchio Michelangelo stanco di gloria e di anni, se il Signore non prende lui l’iniziativa.

Gl’infiniti pensier mie d’error pieni,

negli ultim’anni della vita mia,

ristringer si dovrien ‘n un sol che sia

guida agli etterni suo giorni sereni.

Ma che poss’io, Signor, s’a me non vieni

coll’usata ineffabil cortesia?

L’incontro definitivo tra i due sarebbe avvenuto pochi giorni dopo.

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