Dopo il successo della night

Micheli, una rivoluzione lirico-pop

Micheli, una rivoluzione lirico-pop
Personaggi 04 Luglio 2017 ore 06:00

Francesco Micheli è direttore dal 2015 della Fondazione Donizetti, della stagione lirica bergamasca. È stato scelto dall’amministrazione anche sulla base del successo che ha ottenuto come direttore della stagione lirica dello Sferisterio di Macerata, di cui è alla guida dal 2012. Micheli è nato a Sedrina nel 1972, è laureato in Lettere Moderne e si è diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. Il suo lavoro si pone all’insegna dell’innovazione, perseguita nell’intento di rendere nuova popolarità all’arte della musica lirica. In questo senso, l’esperienza di Macerata è stata molto positiva, ha ottenuto fra l’altro il premio Abbiati per la nuova produzione de La Bohème di Puccini e ha riscontrato nel 2012 allo Sferisterio il record di spettatori paganti. Micheli è intervenuto in diversi programmi televisivi. Al centro del suo impegno artistico e organizzativo l’intento di creare nuovi “format operistici” che pongano in dialogo l’essere “popolari”, con la riscoperta della forza, del valore delle opere liriche. Nel 2009, Micheli aveva vinto un altro premio Abbiati portando al Teatro Massimo di Palermo lo spettacolo Bianco, rosso e Verdi. Con l’orchestra filarmonica della Scala, ha dato vita al progetto Sound Music per la formazione del giovane pubblico e al progetto MusicEmotion per la trasmissione dei concerti filarmonici nelle sale cinematografiche.

 

Allora, dottor Micheli, lei sarebbe d’accordo con l’idea di chiudere al traffico tutto l’asse che da piazza Pontida va a Piazzetta Santo Spirito, in fondo a via Torquato Tasso?
«È quello che abbiamo fatto. Per la Donizetti Night il Comune ha chiuso proprio tutto quel tratto di strada. Con l’aggiunta di una parte di via Broseta e di un pezzo di via Pignolo».

L’isola pedonale secondo lei rilancerebbe il centro della città al piano?
«Può essere importante, dipende da come viene considerata. Voglio dire: se la si lascia a se stessa, c’è il rischio che resti semideserta. Ma se invece si collocano lì iniziative interessanti, coinvolgenti, allora davvero può diventare una carta vincente: l’asse antico, quello che dal borgo San Leonardo attraverso il Sentierone raggiungeva il borgo di Pignolo (al tempo era Sant’Antonio), torna a essere protagonista».

 

 

Come sabato scorso.
«Sì, come sabato scordo. Se penso che per la musica, per la lirica e per il senso di festa, dalle quaranta alle cinquantamila persone hanno deciso di trascorrere il sabato sera sul Sentierone e dintorni, mi viene ancora l’emozione. È stata una serata straordinaria. Un successo che è andato oltre le nostre previsioni più ottimistiche».

Dopo il successo della Donizetti Night lei è andato di corsa a Macerata.
«Sì, mi occupo della stagione lirica di Macerata dal 2012. Loro hanno quell’edificio così bello che è lo Sferisterio, quello che era lo stadio nei primi anni dell’Ottocento, dove si giocava a palla elastica. È un luogo di bellezza particolare».

Come è successo che lei sia andato a dirigere la stagione di Macerata?
«Era il 2011. Avevo diretto per l’Arena di Verona il Romeo e Giulietta di Gounod. Una scelta pertinente per quanto riguarda il luogo, Verona, ma molto diversa dalle opere dalla tradizione dell’Arena. Era fuori repertorio. Ma io volevo mettere in scena quest’opera perché era adatta ai tanti giovani innamorati che a Verona vengono come in un pellegrinaggio. Era una scommessa».

Come andò?
«Per vincerla, con l’amministrazione comunale decidemmo di investire in maniera decisa sulla comunicazione, ci inventammo una serie di momenti di propaganda, di gadget, biglietti scontati…».

E alla fine?
«Alla fine fu un grande successo».

 

 

E Macerata?
«Fra gli spettatori c’era il sindaco di Macerata. Rimase molto colpito, venne a parlarmi. Loro cercavano un direttore per la loro stagione lirica, di grande tradizione. Ma volevano qualcosa di diverso. Io facevo il regista, non avevo mai diretto una stagione, un teatro. Fu anche per me una novità».

E a Macerata come si trova?
«È la mia seconda casa. Le Marche sono una terra particolare, la gente mostra una sensibilità particolare, anche se non esibita. Sono persone molto ospitali, ma non vistose. È una terra antica, di cultura profonda. Adesso hanno problemi per via del terremoto, anche se Macerata non ha subito danni gravi. Non è un momento facile».

Prima a Macerata, poi a Bergamo, lei sta facendo in modo che la musica lirica torni popolare, che torni a essere patrimonio della gente, di tutta la gente, non solo degli appasionati.
«È così, è vero. Questo è il senso del mio lavoro» .

Ma perché?
«Questa vocazione alla “popolarizzazione”, che non significa involgarimento, credo che abbia diverse ragioni. Mi viene in mente subito la mia famiglia. Noi siamo di Sedrina, il paese di Gimondi. I miei genitori e i miei fratelli più grandi mi hanno trasmesso l’amore per la musica. In casa avevamo tanti dischi. Importante è stato anche mio zio Alberto Fumagalli, di San Pellegrino, lui era un bravo architetto e un uomo di cultura profonda, amante dell’arte; conoscerlo è stato impor tante».

Lei ha studiato Lettere, non musica.
«Infatti. La musica lirica l’ho scoperta da solo, non è che in casa ne andassero matti. Poi mi sono innamorato di Donizetti e ho scoperto che i bergamaschi in realtà lo conoscevano molto poco. Quando sono arrivato a Bergamo avevo in mente di “popolarizzare” la musica lirica, certo. Ma soprattutto pensavo a questa sfida: fare amare Donizetti alla sua città. Farlo conoscere e apprezzare. Ma mi preoccupava la situazione: se in duecento anni Donizetti non era stato così conosciuto, convertire i bergamaschi non sarebbe stato facile».

Invece sabato c’era un sacco di gente.
«Sì, il pensiero mi emoziona ancora. Ma il mio merito è dell’un per cento. Penso al personale del teatro, ai commercianti che hanno aderito con entusiasmo, ai nostri amministratori, a tutta la gente, ai musicisti…».

Molti non si può dire che ascoltassero con grande attenzione.
«È vero. Ma ho notato una cosa: se andavi dalle persone che chiacchieravano e gli chiedevi con gentilezza un po’ di silenzio, restavano colpite e poi ascoltavano anche loro. Esiste anche un aspetto di educazione che bisogna percorrere. Ma c’è un altro elemento».

 

 

Quale?
«Che nella musica c’è anche un aspetto di festa. Noi abbiamo “sacralizzato” la musica, come se fosse un rito religioso. Silenzio, concentrazione. Ma si può vivere la musica anche in maniera diversa. Questo modo compìto è molto novecentesco. Forse si può anche talvolta rinunciare alla seriosità della musica classica e abbinarla al momento della festa, sebbene non siamo saltimbanchi o guitti».

Torniamo al discorso del “popolare”, o divulgativo.
«Sì, la musica lirica è patrimonio di tutti, una bellezza che è importante fare riscoprire. A Bergamo esiste una manifestazione che ammiro: Bergamo Scienza. Ecco, Bergamo Scienza sta “popolarizzando” l a scienza. La Fisica, la Medicina, la Biologia, l’Astronautica… Un modo divulgativo, ma serio. Questa secondo me è la strada giusta».

È il concetto di “democratizzazione” della cultura.
«Sì, realizzato in maniera forse diversa rispetto a quello che si diceva negli Anni Sessanta, negli anni del Sessantotto. Ma in sostanza è proprio così, portare la conoscenza, non attraverso forme scolastiche, ma in modo diverso».

Quali sono gli orizzonti futuri della Notte di Donizetti?
«L’anno venturo saremo ancora qua nel centro della città bassa. Ma mi piacerebbe tanto portare la Night nelle periferie. Sabato ho visto la vicesindaco di Ponteranica, era entusiasta, mi ha detto: “Dobbiamo portarla a Ponteranica”. Va bene, si può andare ovunque».

Si potrebbe pensare di affiancare la Notte del Jazz, la Notte della Classica, la Notte della Poesia, la Notte dell’Arte…
«Sarebbe molto bello. Il punto è che bisogna sapersi raccontare, bisogna raccontare la nostra passione, la nostra arte agli altri. Bisogna comunicare».

Il Donizetti chiude, la stagione lirica passa al piccolo e redivivo Teatro Sociale.
«Abbiamo svuotato il Donizetti, abbiamo chiesto ai Runner, ai podisti di Bergamo, di entrare nel Donizetti vuoto e di svolgere lì i loro esercizi di stretching per poi correre su al Sociale, come dei tedofori, i portatori della fiaccola di questo passaggio. Bisogna coinvolgere la gente. Loro erano felicissimi».

Il Sociale è piccolo.
«Lo abbiamo portato a seicentotrenta posti. Faremo due rappresentazioni al posto di una. Ce la caviamo. Il problema vero era logistico: dove mettere i camerini, la sartoria, gli uffici… poi il Comune ci ha offerto la Casa Suardi di Piazza Vecchia e tutto si è risolto. C’è stata molta buona volontà da parte del Comune. Ci saranno delle navette che dal Donizetti saliranno in Città Alta».

 

 

Bergamo produrrà quest’anno ben due opere di Donizetti?
«Per la precisione, stiamo producendo Il borgomastro di Sardaam, opera poco nota il cui protagonista è Pietro il Grande, da giovane. Un collegamento con l’anno di Giacomo Quarenghi. Stiamo poi producendo Il Pigmalione, la prima opera in assoluto di Donizetti, scritta quando aveva diciotto anni: la dedicò al suo grande maestro, Simone Mayr. È un atto unico. Nella stessa sera proporremo un’opera buffa del Mayr dal titolo Che originali!. Festeggiamo i duecento anni della prima opera di Donizetti e rendiamo onore al suo maestro, un uomo che è stato speciale per Bergamo, per tante ragioni. Dobbiamo riscoprire diverse figure importanti della nostra terra, penso al compositore clusonese Giovanni Legrenzi o al musicista di Sedrina Matteo Salvi che fu il migliore allievo di Donizetti».

Scusi, ma insisto: lei perché fa tutte queste cose, perché tutto questo fermento “democratico” e culturale?
«Prima dicevo dei miei genitori. Adesso penso che da ragazzo, per tanti anni, pensavo di scegliere la vita religiosa, poi però non l’ho fatto. La mia educazione cattolica è stata importante per la mia esistenza. Credo profondamente nel valore del cristianesimo. Sono stato per tanti anni negli scout. Tutto questo è entrato nella mia vita, anche nel mio modo di vivere la musica. Io sono una persona semplice: penso che una cosa bella quando è condivisa diventa molto più bella».

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