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Sei volte campione del mondo

Mike Wilson, storia e pensieri dell’anglo-bergamasco che ribaltò Senna col kart

Da più di quarant'anni vive a Ciserano. A Jesolo l'asso brasiliano «tentò il sorpasso e io lo buttai fuori: ci insultammo in italiano e quando divenni campione non mi strinse la mano. Ma alcuni anni dopo...»

Mike Wilson, storia e pensieri dell’anglo-bergamasco che ribaltò Senna col kart
Personaggi 26 Dicembre 2020 ore 09:30

di Carlo Magni

In tempi di Covid fare il giro del mondo pare abbastanza complicato. Allora facciamoci trasportare un po’ dall’immaginazione, poi al resto ci pensa Mike Wilson, un giramondo da più di quarant’anni, nonché il più titolato pilota esistente sulla faccia della terra nel karting, categoria nella quale ha conquistato 6 titoli mondiali. Le origini sono chiaramente anglofone, ma Mike, classe 1959, vive dal 1978 a Ciserano, dove è felicemente sposato con Nicoletta, con la quale si divide le gioie dei nipotini, regalo dei figli Alessandro e Anna. Originario di Barnsley, una cittadina vicino a Sheffield, Wilson parla il bergamasco meglio di tanti compaesani e questa è la sua incredibile ed avventurosa storia.

Mike, com’è che lei vive in bergamasca da così tanto tempo e parla il dialetto?

«Mia suocera non mi parlava mai in italiano, giocoforza sono stato costretto a familiarizzare con il bergamasco. Diciamo che adesso lo mastico quasi come l’inglese».

Com’è la sua vita oggi?

«Ah, di certo non mi annoio. Da anni faccio il coach di giovani e promettenti piloti nel kart. Al momento, ad esempio, sto seguendo un pilota giamaicano, Alex Powell. L’anno scorso ha vinto il titolo mondiale nella categoria Rock, a 12 anni, con un telaio Energy prodotto da una ditta di Seriate. Suo padre è un ex-rallysta che ha disputato parecchie gare nel mondiale, suo zio è il famoso Asafa Powell, centometrista della nazionale del paese caraibico. Insomma, ho avuto grandi soddisfazioni da pilota, ma continuo ad averne anche in questo nuovo ruolo che mi sono costruito».

Facciamo un balzo quantico all’indietro: com’è iniziata questa sua passione?

«Molto semplice. A 11 anni vado al mare con alcuni amici, ma i primi quattro giorni piove a dirotto, cosa abbastanza normale da noi in Inghilterra. Al quinto giorno esce il sole e noi che facciamo? Troviamo una pista che noleggia dei kart e ci buttiamo a pesce, senza badare a spese. Morale della favola, in due ore ho finito tutti i soldi che mi aveva dato mio padre, per tutta la vacanza. Ho dovuto chiamarlo, farlo venire per poter avere ancora qualche sterlina da spendere, ma lui si è subito incuriosito per il fatto che avevo speso i quattrini con il kart ed ha iniziato a farmi un po’ di domande».

Tipo?

«Mike, ma ti è piaciuto davvero così tanto? Vuoi fare ancora qualche giro in pista? Io non mi sono fatto pregare, abbiamo acquistato due tagliandi e via, ancora a girare con il kart. Poi mio padre mi ha incalzato, perché lui possedeva un mezzo, andava a provarlo qualche volta, anche se io non volevo mai accompagnarlo. Così ha deciso di acquistarne uno per me, fabbricato dalla Blow Gnat, con un motore della Iame, la fabbrica di Zingonia leader a livello mondiale. A 12 anni ho iniziato con le gare e non mi sono più fermato, fino a quando, a fine 1989 ho deciso di dire basta con le corse».

Mike Wilson (a destra) è uno scopritore di talenti del livello di Fernando Alonso. Qui è con il promettente campioncino Alex Powell accompagnato dal padre John, ex rallysta.

Ci racconti questi suoi trascorsi. Com’era il panorama del karting?

«Io ho iniziato nel 1973, chiaramente gare in Inghilterra, poi all’età di 14 anni sono stato convocato dalla federazione britannica per il mio primo campionato del mondo, nella categoria junior. La gara si disputava in Olanda e vinse Alain Prost, che però aveva già 16 anni, quindi molto più navigato di me. Riuscii a qualificarmi per la finale, che era paragonabile ad un successo, visti gli 80 piloti presenti in pista. Poi, due anni dopo, abbiamo vinto il campionato europeo a squadre, mentre a 18 anni mi sono classificato terzo, sempre al campionato europeo, ma individuale, sulla pista di Jesolo. Vinse Felice Rovelli, davanti al compianto pilota romano Andrea De Cesaris».

E via via la sua fama ha iniziato a farsi largo, in un mondo estremamente competitivo come quello del karting.

«Si e la svolta è arrivata nel 1978, quando ricevo una telefonata da Bruno Grana, titolare della Iame di Zingonia, che mi chiede se sono disposto a diventare pilota professionista, trasferirmi in Italia e gareggiare per la casa bergamasca. Sono partito senza paura, ma quando sono arrivato qua ho capito cosa mi aspettava. Non avevo amici, vivevo in albergo a Osio Sotto e dovevo lavarmi le cose da solo, nella vasca da bagno in hotel, col sapone di Marsiglia. Ho pensato di tornarmene in Inghilterra, anche perché il primo anno non andò come speravo, volevo strafare, sentivo il peso della responsabilità ed i risultati lasciavano un po’ a desiderare».

Cosa le fece cambiare idea?

«Premetto che prendevo un milione al mese d’ingaggio, non male per un ragazzo, ma poi intervenne la buona sorte, nei panni di Maurilio Olimpo, un meccanico della Iame che si offrì di ospitarmi a casa sua. Aveva moglie e un bambino e mi disse: Mike, tu m’insegni l’inglese ed io l’italiano. Accettati subito, perché non parlavo una parola. Poi conobbi Nicoletta, la mia futura moglie e mi trasferii nella casa dei miei suoceri a Ciserano».

Dal 1978 al 1979. Come andò quell’anno?

«Grana aveva visto il mio impegno e serietà, seppur con risultati non all’altezza e mi confermò in squadra. Disputammo il mondiale sulla pista dell’Estoril in Portogallo, quella usata anche dalla Formula 1, perlomeno in parte. Purtroppo fui sbattuto fuori nella prima delle tre manches da Harm Schurmann, un pilota olandese che me l’aveva giurata, per un precedente contatto in una gara del campionato europeo. Il bello è che l’aveva detto ad un mio amico svizzero che mi avrebbe buttato fuori. Ma questo pilota venne a dirmelo dopo la gara. Dimèl prima!».

Se non ricordo male, il grande Ayrton Senna arrivò secondo in quel mondiale.

«Proprio così, ma pensava di aver vinto e sul traguardo della terza batteria esultò convintissimo di essere il nuovo campione del mondo. Fu una delusione cocente per lui, lo dichiarò anche anni dopo, quando ormai aveva raggiunto la fama anche in Formula 1».

Poi ci fu l’episodio di Jesolo, nel 1980. Lei in quell’occasione fu particolarmente duro, o no?

«La pista di Jesolo, tra tutte quelle dove sono stato, è sicuramente la più difficile. Si formava uno strato di gomma sull’asfalto, tale da farci andare sempre su due ruote. 20 giri erano paragonabili a 40 su qualsiasi altra pista. Insomma, sapevo che se Ayrton fosse andato davanti, avrei faticato a risuperarlo, per cui quando lui tentò l’attacco, chiusi la porta in maniera brusca e lui si ribaltò. Non ce le mandammo a dire, tra un “inglese di m…!” e un “vaffa…, brasiliano del ca…!”. Anche lui viveva in Italia, per cui ci veniva facile insultarci in italiano». (…)

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