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500 gol da madridista, 2 palloni d'oro e nei "top 5"

È morto Alfredo Di Stefano leggenda del Real Madrid

È morto Alfredo Di Stefano leggenda del Real Madrid
Personaggi 07 Luglio 2014 ore 19:07

La storia di Alfredo Di Stefano iniziò il giorno in cui Santiago Bernabeu andò a vedere con i suoi occhi un altro calciatore, l’uomo che colpiva di testa come nessun altro al mondo, Valeriano Lopez. Voleva portarsi via quel gigante peruviano quasi sempre di cattivo umore, che, come molti altri calciatori dell’epoca, era andato in Colombia a guadagnare un po’ di soldi. Ma Valeriano era un uomo profondamente attaccato al Sudamerica e rifiutò qualsiasi offerta. Il presidente del Real Madrid non era tipo da farsi un viaggio a vuoto e si portò via Di Stefano, che lo ripagò facendogli vincere otto campionati e cinque Coppe dei Campioni. Segnò in tutte le finali, nessuno ci è mai più riuscito. E’ finita ieri, a 88 anni, la storia di uno dei più grandi di tutti i tempi. Di Stefano si è spento dopo un infarto che lo aveva colpito sabato scorso. Stava passeggiando per le allegre strade di Madrid, a quattrocento metri c’era il Bernabeu. Era una giornata di sole, chissà a cosa stava pensando Di Stefano quando il cuore ha ceduto. L’ambulanza lo ha trasportato all’ospedale “Gregorio Maranon”, ma poche ore dopo è seguito un altro infarto, poi il coma. Di Stefano soffriva di problemi cardiaci da anni, ormai. La prima volta gli era successo nel 2005, a Valencia, e gli avevano dovuto mettere un pacemaker. Da lì in poi non è stato più lo stesso, anche se non aveva mai perso la voglia di scherzare.

 

Former Spanish football star Di Stefano dies at the age of 88

 

Perché Di Stefano aveva la giovialità tipica dei sudamericani. Era cresciuto nel River Plate, in Argentina, ma poi si trasferì ai Millionarios di Bogotà. E’ lì che lo vide Bernabeu la prima volta. Portarselo a casa non fu facile, dovette vincere la concorrenza di River e Barcellona. Scoppiò un caso diplomatico, ma alla fine Di Stefano arrivò al Madrid. Negli Anni ’50 la vita in Europa scorreva scintillante e veloce, cullata da una speranza di rinascita dopo le catastrofi della guerra. Di Stefano era argentino, e giocava come un dio. Non aveva solo piedi fatati, testa fina, era quell’aura di rapidità nelle movenze e quella capacità di andare in gol a rendere il suo talento leggenda molto prima che smettesse di giocare. Quando arrivò a Madrid nel ’53, la squadra non vinceva un campionato da vent’anni. Con lui ne vinse otto. Con la maglia delle merengues segnò quasi cinquecento gol e gli furono riconosciuti due Palloni d’Oro. Antecedente e lontano dai paragoni con Pelé e Maradona, Di Stefano è considerato la cosmogonia della stella: è lui il più grande di tutti. Ma nulla dura per sempre e, anche la luce della Saeta Rubia, diventò lentamente un bagliore. L’ultima partita con la maglia del Real Madrid la giocò contro l’Inter, finale di Coppa Campioni del 1964 vinta dalla squadra di Herrera. Poi Di Stefano passò all’Espanyol, ma senza dire granché, diventò allenatore e lo fece con entusiasmo tra Spagna e Argentina. E’ uno dei pochi ad aver giocato con le maglie di due nazionali. Il richiamo di Madrid non lo abbandonò mai, per tutta la vita. Diventò il presidente della società madrilena e poi, nel 2000, con l’arrivo di Florentino Perez, presidente onorario. La Fifa lo ha votato tra i cinque più grandi calciatori del Novecento.

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