Nel territorio dei barbari (dove si gode del dolore altrui)

05 Febbraio 2015 ore 15:48

Parliamo del pilota giordano. Quelli dell’Isis lo hanno preso – e questo fa parte del gioco: siamo in guerra e lui si è fatto beccare. Lo hanno imprigionato e usato per uno scambio col nemico – e anche questo è nelle regole. Poi lo hanno messo come un pollo dentro una gabbia di ferro – e qui siamo già oltre (ben oltre) i limiti della correttezza. Infine gli hanno dato fuoco. E qui no: questo non si deve proprio fare; è inaccettabile. Riprendendo il tutto per metterlo in rete: e qua siamo, come titolava un famoso filosofo, al di là del bene e del male.

L’espressione va presa alla lettera: siamo in una situazione che non rientra nell’ambito delle azioni passibili di giudizio morale; nella vasta, mai a sufficienza esplorata regione in cui l’uomo, che resta uomo, si inoltra quando sogna di superare i limiti della propria definizione. “Limiti”, “definizione”, sono parole che richiamano l’idea di un confine, di un perimetro: quando si supera questo reticolato l’uomo, che resta pur sempre un uomo, passa dal mare della propria umanità all’oceano che gli antichi consideravano innavigabile, mai solcato e tale da abbracciare la Terra. Nella fettuccia blu che nelle miniature circonda il disco del pianeta le tecniche e le norme della navigazione comune non valgono più, si dimostrano inapplicabili. Chi vi si avventura può farlo all’unica condizione di sentirsi già un semidio svincolato dalle leggi terrene.

Nel mare del disumano, o del sovrumano, non valgono più i concetti e i pensieri veicolati dalla lingua cui siamo abituati: l’equivalente terrestre dell’oceano è il territorio dei barbari, coloro che parlano una lingua incomprensibile per noi, genti alle quali il nostro mondo appare un insieme di terre e di corpi privi di significato. Opportunità di cibo, opportunità di godimento. Secondo un principio di reciprocità asimmetrica, “noi” pensiamo sempre di poterli “addomesticare”, mentre a “loro” questa pratica è ignota, il mondo dei bipedi dividendosi, per i “barbari”, esclusivamente in dominanti e dominati, signori e schiavi. Per quel che ne sappiamo non appartiene all’Isis la nozione di diplomazia: promette (minaccia) esclusivamente conquiste territoriali e la relativa sottomissione dei popoli. Bruciare villaggi, stuprare le donne.

Da dove hanno inizio l’oceano o la steppa? Qual è il confine fra la “nostra” civiltà e la barbarie? Potrà apparire strano, ma il confine è segnato dallo spuntare del fiore avvelenato del piacere sulle opportunità fornite dalla legge. Dal ricciolo, dal brivido di piacere che si innesta sulla tavola piallata della legge quando si pensa di poterla usare a proprio piacimento (piacimento: da piacere). Andiamo oltre: si ha la barbarie quando la legge – la regola – si rivela, agli occhi di qualcuno, come lo strumento principe per poter accedere al più raffinato dei piaceri (dopo il lamento): la possibilità di gettare, ridendo, lo sguardo sulla sofferenza altrui. Sulla sofferenza che l’uso della legge consente di provocare in altri.

Proviamo a spiegarci. Il progetto hitleriano di eliminare gli Ebrei dalla faccia della terra era un progetto terribile. Non infrequente, né il primo né l’ultimo, ma ogni volta (più) tremendo. L’efficiente sistema ferroviario organizzato dall’ufficio di cui era responsabile Adolf Eichmann, così come quello dei campi di sterminio, sono cose che si fa fatica a riconoscere come appartenenti alla nostra civiltà: eppure sono innegabilmente, lucidamente nostre.

Il fatto di obbligare gli ebrei detenuti dei lager ad usare la stoffa del Talled (lo scialle di preghiera) per farsene biancheria intima, destinata a sporcarsi, questo è il punto in cui il piacere perverso si innesta sulle facoltà offerte dalla legge. Non esiste la direttiva in cui compaia questa disposizione: si è trattato di iniziative personali, di interventi creativi fioriti nell’immaginario di chi si è trovato a poter godere fino all’ultima goccia, e oltre, del potere che gli era stato delegato. La giustificazione, spesso addotta dai criminali nazisti, di aver obbedito agli ordini non copre iniziative come questa (e peggiori di questa, che non abbiamo cuore di riportare), che non avrebbero potuto diffondersi (e non si possono mai diffondere) senza la partecipazione affettiva, intima, grata dei carnefici al compito loro affidato. Quel comandante dell’Isis che ha fatto correre seminudi nel deserto i soldati siriani prima di falciarli coi kalashnikov ci ha messo del suo. Il direttore del penitenziario americano che ha obbligato i detenuti neri a indossare mutande rosa per poi inviare le loro immagini – a circuito chiuso – ai televisori nelle vetrine della città, ha creduto di fare una bella pensata: ma ha dichiarato la sua appartenenza alla steppa.

La guerra, si sa, è la guerra. Immaginare di farne cessare la presenza tra noi è un’attività lecita, ma – permettete – doverosamente ingenua. Si può tutt’al più cercare di regolamentarla, non nella speranza di evitarne gli eccessi, ma perché se non pensassimo possibile nemmeno questa strada avremmo qualche difficoltà a riconoscerci uomini nel senso che noi attribuiamo a questa parola. Lo stesso valga per la violenza. Ma altro è un incontro di boxe per la conquista della corona mondiale, altro rompere la faccia al vicino di casa che fa rumore di notte. E mettiamoci pure i falli tattici e i falli da ultimo uomo per impedire un goal. Mettiamo nel paniere anche i morsi per eccesso di Tyson su Holyfield e di Suarez a Chiellini. A tutto ciò possono ancora fare riferimento gli inviti a desistere dalla violenza. Perché rimangono legati ad un senso di insufficienza, di impotenza non accettata.

Tutt’altra cosa è l’Isis, che l’altro giorno, prima del caso da cui siamo partiti, ha buttato giù dal tetto un prigioniero che, sotto, erano pronti ad accogliere a sassate nel caso, sperato, che non morisse cadendo: lapidandolo si poteva farlo soffrire di più.

Per questi motivi quella contro i responsabili di atrocità dis-umane non è nemmeno una guerra, come non si possono chiamare custodi di un carcere i militari americani che hanno fatto quello che hanno fatto ad Abu Ghraib. Intendiamoci: le parole valgono sempre come indicatori generici di una certa attività e di un certo ruolo. Ma vanno intese come si intende la parola “uomo” quando, restando uomo nella nostra considerazione – perché non esistono i mostri, e nessun uomo può mai essere considerato una bestia, se vogliamo continuare a chiamarci uomini – un uomo si lascia prendere dalla tentazione – diabolica – di essere un semidio cui sia offerta dalla propria malvagità condivisa la coppa del piacere proibito. La droga dell’offesa straordinaria e gratuita, il nettare dell’umiliazione inflitta a chi ha osato pensarsi “come noi”.

Contro l’insorgere di una simile realtà ogni guerra è inutile, perché non appartiene al suo ambito. Come ha detto papa Francesco, si può solo pensare di contenerla, cercare di limitarne l’estensione rimanendo – se possibile – uomini. Per poterla identificare di nuovo, quando si ripresenterà.

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