Su due ruote

Nove volte campione del mondo Intervista al grande Carlo Ubbiali

Nove volte campione del mondo Intervista al grande Carlo Ubbiali
07 Agosto 2018 ore 08:45

Ha la camicia azzurra perfettamente stirata e sta dritto sul portoncino in tutta la sua statura che non arriva a un metro e sessanta. Anche per questo, come i fantini, Carlo Ubbiali, ma tutti lo chiamavano Carletto, è stato il miglior pilota di motociclette degli anni Cinquanta, arrivando a vincere ben nove titoli mondiali. Oggi non sono in molti a ricordarlo, solo la gente di una certa età, e gli appassionati di motori, ma Ubbiali è stato una celebrità, al pari di Giacomo Agostini, di Felice Gimondi, di Giacinto Facchetti. I grandi dello sport bergamasco. Fra due mesi, Ubbiali compie 89 anni.

 

 

Buongiorno.
«Buongiorno, ma guardi che non ho molto tempo, devo andare a fare la spesa».

Che bella la sua casa.
«Grazie… quando l’ho comperata, nel 1963, non era così, ho dovuto sistemarla tutta. Ma mi era piaciuta, anche per la posizione, qui in via Gaudenzi. L’ho comperata dopo le corse, quando ho pensato di sposarmi. Era qui vicino a dove sono nato, in via Palma il Vecchio 10. Sono nato in mezzo alle moto, mio papà faceva il meccanico».

Quando è nato?
«Il 22 settembre del 1929. Eravamo tre fratelli e una sorella. Io, Maurizio, Franco e Adriana. Il papà si chiamava Giovanni, aveva una grande passione per le moto. Mia mamma, Concetta, veniva da Firenze. Il papà aveva cominciato come meccanico per le biciclette, poi era passato alle moto e alle auto. La guerra me la sono vista tutta. Quando ci fu il bombardamento di Dalmine, in quel luglio del 1944, io avevo nemmeno quindici anni. Con la moto e il sidecar andavo a Dalmine, prendevo un ferito e lo portavo all’ospedale di Bergamo. Avevo risposto all’appello della prefettura, loro davano il carburante per fare questo servizio e io lo facevo volentieri. Terribile. Due miei fratelli andarono al fronte, uno finì prigioniero in Germania. Ma tornarono tutti e due e ci ritrovammo, ricordo bene la gioia di quei momenti. Oggi non si può capire davvero che catastrofe furono quegli anni, la gente è così, la gente dimentica. Io ho dato una mano a chi aveva bisogno, agli inglesi e anche ai tedeschi. Mi ricordo, un giorno, che c’erano due carri armati tedeschi, due Tigre, fuori dal negozio, in via Palma il Vecchio, e c’era un soldato sulla torretta che stava mangiando qualcosa, a un certo punto prese la mitraglia e la puntò sulla gente e tutti urlavano e scappavano e lui si mise a ridere. Stava scherzando. La guerra. Sa, io me la ricordo quella cosa che ha scritto lei della Liberazione».

 

 

Che cosa?
«Al cimitero. Io ci passavo, con la bici, avevo una Legnano, o con la moto. Ho visto tutti quei fascisti uccisi contro il muro, dai partigiani. Un inferno. Non c’era da mangiare. Andavo a Spirano a prendere le patate. A Mapello c’era un mugnaio che ci dava la farina bianca così la mamma preparava il pane».

Poi lei si mise a correre.
«Sì, dopo la guerra. Ma la prima moto l’avevo guidata a otto anni, nel 1937: andai al grande motoraduno della Rosa d’Inverno, a Milano, con mio padre, sulla Mondial 250. Mi mise davanti a tenere il manubrio, davo gas, tiravo la leva della frizione. Non arrivavo con le gambe a terra e neppure al pedale del cambio, quindi ci pensava mio padre. Quando sbagliavo qualcosa mi dava una sberla sulle orecchie gelide. Che male! Ma ho imparato bene».

La prima gara?
«Partecipai con i miei fratelli alla Coppa Città di Bergamo di regolarità, sulle colline attorno alla città. Io avevo una Gilera Saturno Turismo. Caddi tre volte, ma vincemmo. La prima gara da solo la feci nel 1947, il circuito delle Mura di Bergamo. Avevo notato, nel cortile della questura, una moto tedesca, una Dkw, Africa Korps, color sabbia; era un 125, un vero gioiello. Davanti alla porta c’era un agente, gli dissi che volevo parlare con il questore De Luca, che un po’ lo conoscevo (quando fu in pensione andò ad aiutare il Pio, nella sua famosa pizzeria davanti alle poste). Mi lasciò passare, andai dal questore e gli chiesi la moto. In cambio, gli dissi, gliela avrei verniciata nei colori giusti e messa a nuovo, con tanto di filetti d’oro. E lui me la diede».

E lei vinse.
«Sì. Ma per partecipare avevo falsificato la carta d’identità, perché non avevo l’età giusta, i diciotto li avrei compiuti a settembre. Staccai il secondo di mezzo giro. La gente gridava – c’era un mare di gente sulle Mura – “Ha vinto un bambino!”. In effetti sembravo più giovane della mia età. Alla fine, la MV Agusta (loro erano arrivati al secondo, terzo e quarto posto con le moto ufficiali) fece reclamo e io venni squalificato per irregolarità nei documenti».

 

 

Poi la MV Agusta venne a cercarla.
«Sì. A quell’epoca, l’Italia produceva le motociclette migliori del mondo con Guzzi, Gilera, Agusta, Morini… c’era una bella concorrenza. Nel 1948 cominciai a usare le MV Agusta perché mio padre ne era diventato concessionario. Andavo alle corse con la mia Guzzi 500; accanto, al posto del sidecar, avevo realizzato una piattaforma sulla quale mettevo la MV per la corsa. Una volta, andando a una gara a Gorgonzola, stavo per perdere la piattaforma con la moto, per fortuna me ne sono accorto, dei ragazzi mi aiutarono a ripararla e a ripartire. Sempre in quell’anno, andai a correre il circuito della Fiera di Milano, molto importante. Nelle batterie fui primo, ma poi ero lì che sistemavo il motore con il cacciavite e mi sentii battere sulla spalla. Mi girai: era il conte Domenico Agusta in persona! Mi chiese se volevo una moto delle loro, quelle ufficiali. Lasciai giù il cacciavite e risposi di sì».

Nel 1949 lei fu terzo al Mondiale della 125, primo al Campionato italiano degli scooter e vinse pure la più difficile delle gare, la Sei Giorni di Llandridod Wells, in Galles.
«Il conte Agusta, ma anche Gilera e Guzzi, decisero di andare nella tana del lupo, lassù dove nascevano i piloti inglesi. Partimmo in treno, da Milano, la sera alle dieci, eravamo un bel gruppo. Arrivati a Chiasso, c’era il controllo del passaporto. Non lo trovai! Non c’era più nemmeno la valigia dove lo avevo infilato. Dovetti scendere dal treno».

Che cosa era successo?
«Un mio collega della Morini, tal Ernesto Longoni da Gorgonzola, mi aveva fatto uno scherzo, si era offerto di caricarmi la valigia sul treno e invece l’aveva lasciata sul binario».

E quindi?
«Se ne accorsero quelli della federazione, ma il treno era già partito. Lo rincorsero in auto, ma quando arrivarono a Chiasso, il treno era già andato e io ero solo sul marciapiede».

 

 

E allora?
«E allora tornai a Milano e il giorno dopo mi spedirono lassù da solo, ancora in treno. Arrivai a Londra, nell’alberg o Royal, ero triste e solo, gli altri erano già partiti per il Galles. Ma improvvisamente nella hall dell’albergo entrarono quattro ragazzi: erano del nostro gruppo… si erano persi per Londra e così non erano riusciti a prendere il treno per il Galles. Io mi sentii meglio, non ero più solo e sperduto in quella metropoli».

E poi vinse.
«Vinsi. Con la mia medaglia d’oro tornai in Italia, sempre in treno. Alla stazione di Gallarate, era vicina alla fabbrica Agusta, c’era la banda, me lo ricordo bene, mi sembra di sentire ancora la musica, la folla che gridava».

Lei fu il pilota più bravo degli Anni Cinquanta. Che cosa ne pensa oggi, sessanta anni dopo?
«Allora non era come oggi, i piloti non erano delle star che guadagnavano soldi a palate. Eravamo come degli operai delle corse e il premio più grande era portare a casa la pelle. Il pericolo c’è ancora oggi, ci mancherebbe, ma allora i rischi erano ancora più alti. Era una vita dura, difficile. Posso dire una galera. Prove, motori, allenamenti, sempre con la moto. Mangiavi con la moto e dormivi con la moto, ascoltavi la moto, ogni sospiro del motore. Io ero un meccanico e ci sapevo fare: questo era importante, lavoravo sui motori, li sistemavo, verificavo. E poi dovevi stare attento anche alla forma fisica, il peso, l’alimentazione… All’inizio dovevi correre a perdifiato spingendo la moto prima che si accendesse e tu saltassi su al volo… una fatica terribile, ma decisiva, perché se la moto non partiva erano guai…».

Un ricordo particolare?
«Ero in Olanda, erano giorni di nebbia, era il 1956. Alle prove tiravo, ma non riuscivo ad andare forte. La mattina dopo, improvvisamente, arrivò mio fratello Maurizio, provai una gioia grandissima. Andai alle prove e feci il record della pista. Mio fratello era bravissimo, era un organizzatore, una persona che ragionava, riflessiva. Si occupava della nostra ditta. Si ammalò di tumore nel 1960, facemmo di tutto per salvarlo, ma non ebbe scampo. Era sposato da poco, sua moglie aspettava un bimbo. Morì il 26 gennaio 1961. Fu una tragedia».

 

 

Lei lasciò le corse proprio nel 1960, la malattia di suo fratello incise sulla decisione?
«Forse sì… ci pensai molto, ero stanco di quella vita di corse, di tensioni, non avevo una vita mia davvero, tutto solo per la moto, la pressione psicologica per i risultati… Volevo cambiare. Avevo fatto una caduta terribile nel 1957, al gran premio di Olanda, avevo visto morire diversi amici. Era il momento di andarsene».

Rimpianti?
«Ho avuto quello che potevo chiedere al motociclismo, nessun rimpianto. Ma il motociclismo ha chiesto molto a me, moltissimo, forse troppo».

La cosa più bella?
«I miei figli. Giovanna, Cristina, Maurizio, Daniele. Mia moglie, Mariella. Siamo ancora qui, in questa casa, anche se non siamo più in gran forma. Ma siamo qui».

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