Campionessa orobica

Paoletta, la saetta bergamasca che illuminò Sarajevo 1984

Paoletta, la saetta bergamasca che illuminò Sarajevo 1984
02 Marzo 2018 ore 07:00

Dice che quel giorno è come un replay continuo. «Guardo l’orologio e mi ricordo istantaneamente che cosa stavo facendo. Ricordo tutta la giornata, non solo la gara». Il tempo è una pellicola, basta riavvolgerla per ricordare la gioia. Fu a febbraio ’84. Paola Magoni era già “Paoletta”, diciannove anni, la piccola azzurrina che l’Italia non stava aspettando. Squarciò la storia vincendo la prima medaglia femminile nello sci alpino ai Giochi Invernali, quelli della bella Sarajevo, la città scintillante che poi la guerra arrivò a ridurre tutta in macerie. «Bellissima. Tante etnie, tanta gente, periodo stupendo. Ti fermavano per strada, ti offrivano da bere, ti chiedevano cosa fai, di dove sei, la gente era in festa. Volevano pagarti il cognac o i grappini, ma io non bevevo. All’epoca non bevevo nemmeno il caffè. A Sarajevo ci sono tornata anche dopo, tre giorni: non riconobbi nemmeno il villaggio olimpico talmente era diventato brutto. La gente era cupa, malinconica, con la tristezza negli occhi. Fu un’esperienza davvero straziante, piena di angoscia».

Paoletta Magoni oggi è cresciuta, ha 54 anni, niente figli, nove nipoti, vive a Selvino, lavora nel negozio di articoli sportivi ed è anche maestra di sci. La fortuna (o il dramma) degli eroi è che vengono cristallizzati. Diventano simbolo, e per noi Paoletta è l’immagine azzurra più gioiosa. La campionessa giusta per festeggiare anche un po’ i Giochi di Pyeongchang, con le tre belle medaglie lombarde, due bergamasche. «Ogni tempo ha la sua Olimpiade – dice lei -, e ogni tempo ha il suo livello agonistico. Ma i Giochi sono sempre i Giochi. In Corea c’era l’enigma della neve, delle pendenze». Ha fatto le notti sveglia per seguire Michela e Sofia.

 

Paola Magoni, Aspen (Colorado), 1988

 

Lei si ricorda i giorni prima di Sarajevo?
«Eccome. Ne parlavo con la famiglia, e i giorni precedenti ero molto carica. Arrivavo da una gara di Coppa del mondo e dopo la seconda manche avevo sciato come volevo io».

Era emozionata?
«Sei abituata a controllare le emozioni, gli atleti sono così. Devi gestire. Il momento più incredibile, però, è stato quando sono entrata nello stadio olimpico alla cerimonia di apertura. La bandiera italiana, essere lì tra i grandi e con l’attenzione di tutto il mondo. Fu stupendo. Ti emozioni di più dopo, però, quando hai smesso».

Cosa prova per chi va alle Olimpiadi?
«Ammirazione. Vuol dire che è un grande atleta e se la può giocare. Non provo né invidia né tenerezza. Ho fatto la mia carriera, il resto è vita. Uno deve accettare gli anni che passano, fa una carriera e poi c’è il resto. A quell’epoca per me c’era solo quello, l’impegno era totale».

Quanto conta l’aspetto mentale?
«Parecchio, almeno il cinquanta per cento. Tu puoi essere tecnicamente forte, uno tra i tanti. Ma se non ti esprimi al meglio non vai. La testa è fondamentale».

Come se lo ricorda quel successo?
«Bello, ma anche duro. A Sarajevo erano successe cose spiacevoli dentro la squadra, situazioni che mi avevano ferito. Vincere fu per me una liberazione».

 

Paoletta Magoni con la medaglia d’oro olimpica di Sarajevo 1984

 

Che accadde?
«Incomprensioni. Ma preferisco tenerle per me».

Si rese conto subito di aver fatto la storia?
«Sì, mi resi conto di aver salvato la spedizione azzurra. Ma io sono rimasta sempre la Paola di Selvino, sono stati gli altri a cambiare nei miei confronti».

Tutti a corteggiarla?
«Ero la signora nessuno, giovane, che faceva delle belle manche. Poi sono diventata la campionessa olimpica, e tutti correvano a destra e a sinistra. Devi essere bravo a valutare le persone. A un certo punto sono diventata molto selettiva».

Cosa si ricorda della gara?
«Tutto. Ma il momento più incredibile fu tra la prima e la seconda manche. Il mio skiman mi stava preparando gli sci, tirava le lamine e piangeva. “Perché piangi?”. “Se sbaglio a farti le lamine è un disastro”. Ero io che tenevo su lui, doveva essere il contrario». (ride, ndr)

Aveva mai sognato di vincere?
«Sì, la notte prima».

Sogno premonitore…
«Paul Hildgartner aveva vinto nello slittino e aveva la medaglia con sé. Andammo a cena e Toni Morandi, il mio allenatore, mi disse prendila in mano. Io non osavo chiedere. Poi l’avevo toccata, me l’ero messa al collo. Forse per quello l’ho sognata. Anche se io da piccola lo scrivevo nei temi: voglio sciare e vincere l’Olimpiade».

 

Paoletta Magoni (terza da sinistra) con Deborah Compagnoni e Angelo Bertocchi

 

Crede nel destino?
«No, si tratta di lavorare. Se non lavori nessuno ti regala nulla. Come nella vita».

A distanza di anni pensa sia difficile vincere molto giovane?
«Non conta. A quei tempi o andavi forte da giovane o niente. Facevamo le selezioni per andare ai Mondiali, alle Olimpiadi. Adesso ti tengono anche se sei mediocre».

Perché si è ritirata così presto?
«Non volevano farmi un team. Io volevo allenarmi da sola, con Morandi, la federazione me lo ha negato. Non vedevo organizzazione, e così ho smesso».

Si è mai pentita?
«No».

Oggi è più facile andare sugli sci?
«Gli sci ti aiutano un po’ di più. Anche la posizione del piede è cambiata, è diverso».

Le piacerebbe avere un’atleta da portare fino alle Olimpiadi?
«Non sarei all’altezza. La tecnica è cambiata. Potrei aiutarla psicologicamente, quello sì».

Lei ci va ancora sugli sci?
«Sono appena stata a Foppolo a fare l’apripista delle gare di un circuito di bambini. C’è pure la mia nipotina che gareggia. Ci sarà da ridere».

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